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La via di Ratisbona: quel che resta dell’Occidente fra secolarizzazione e principi cristiani

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La crisi della società occidentale è ormai uno stato di fatto delle cose, si tratta di un ripiegamento che pian piano si è fatto sempre più evidente, una rinuncia alla propria storia e alle proprie tradizioni, spesso divenute mera routine o talvolta addirittura avversate, in quanto considerate un mero retaggio del passato. Così facendo si è creato un vuoto, un’assenza di ossigeno che ha provocato il sorgere di un’idea di decadenza che permane oggi in tutta quella che noi definiamo cultura contemporanea. Le ragioni di questa crisi sono molteplici, ma tutte coincidono con l’assunto assolutistico delle derive della filosofia positivista, la quale pensa che tutto derivi da essa e fa di quegli elementi – appunto – positivi l’unico orizzonte, ponendo al pensiero e alla ragione che è di per sé immensa dei confini oltre i quali tutto è da scartare o da rifiutare.

La stessa crisi del cristianesimo deve essere letta come matrice cardine di tutta la crisi della società occidentale, e non è un caso che la religione cristiana ed in particolare il cattolicesimo si è visto negli ultimi decenni, al centro del mirino del positivismo radicalizzato. A questo stato dell’arte, però, hanno contribuito e non poco alcuni ambienti cattolici, che hanno inteso modificare il senso stesso della profondità e della spiritualità della religiosità. Lo stesso dibattito a cui assistiamo in questi giorni sull’apertura o meno delle Chiese, assume fattezze particolari, proprio in ragione di due differenti modi di intendere la religiosità Cattolica. Gran parte della cultura contemporanea ha sospinto l’idea della fede – come fatto privato – da ridurre al singolo, come fosse una sorta di filosofia morale di matrice ellenistica, che contrasta invece con l’idea e la visione del Cattolicesimo come comunità, essenza stessa e linfa vitale della società occidentale. Per questo Benedetto XVI nel celebre Discorso di Ratisbona disse: “Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positiva e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali”. Una verità palpabile nelle pieghe della nostra società, ma ancora più chiaro fu quando ebbe a soggiungere che “la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, […] un interrogativo che trascende insieme con le sue possibilità metodiche”. Non è un caso che si facciano largo – mai come oggi – tendenze relativiste le quali non perseguono un dubbio filosofico, ma un negazionismo del tutto, un atto di distruzione per generare il magma indissoluto della liquidità, elemento caratterizzante la nostra epoca. Il rapporto fra cristianesimo ed Occidente è fondamentale – nonostante ciò che noi definiamo come Occidente, abbia iniziato a delinearsi ben prima – in quanto il cristianesimo ha rigenerato il concetto stesso di società occidentale. L’Occidente ha smesso di guardare al logos – principio di vastità della ragione – rifiutando la sua spiritualità intima e la sua storia ed autoflagellandosi con predicazioni, che vedono nell’Occidente stesso un cumulo di mali piovuti sul mondo.

Ma l’Occidente ha in sé un senso di pluralità e di universalità che non solo ne ha fatto la culla del mondo civile, ma anche l’origine stessa della propria decadenza. Il rifiuto della religiosità o la sua riduzione – come già detto prima – a mero fatto privato, altro non sono che esempi plastici della deriva assolutistica, di quella “dittatura del pensiero” da cui l’allora cardinale Ratzinger in quella celebre omelia della Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, mise in guardia i cattolici e l’Occidente intero. La rinuncia alla trascendenza, auspicata e bramata dai fautori del positivismo relativista si è tradotta in una crisi interiore dell’individuo e una crisi dell’intero impianto che è quello su cui si è retta la nostra società. Voler creare l’uomo-automa nella società multietnica – intesa come cancellazione delle proprie tradizioni, come una tabula rasa sulla quale edificare una futura società egualitaria – appare un tentativo cinico, stolto, puerile ed ideologico. Il rispetto non nasce dalla rinuncia, che è più un atto di sottomissione, ma dall’accettazione. Le correnti di pensiero progressiste, atte a recitare un mea culpa ante litteram in cui tutta la storia dell’Occidente viene abiurata, in quanto frutto di un’idea che ha origine nel mondo greco e poi che, poi, viene rigenerata dalla tradizione cristiano-giudaica, hanno prodotto un vuoto, una società acerba e materiale, nella quale l’unico verbo è il rifiuto di tutto che non è tangibile, quantificabile e, possibilmente, traducibile in profitto. Ciò ha provocato uno stato di debolezza che si è manifestato con le altre culture e tradizioni a partire dall’Islam, forte e fiero della sua cultura, che è ancorata ad una visione teocratica della società ed una concezione religiosa dell’esistenza. Di questo, però, anche una parte del mondo cattolico ha le sue colpe, in quanto non ha compreso la portata né della crisi, né della sfida verso la quale siamo stati e siamo ancora proiettati: si tratta di una sfida in cui si gioca il presente e il futuro del nostro mondo, di ciò che siamo e di ciò che saremo.

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