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Premio Letterario Coppedè/9

La vita in bianco e nero di Lord Umberto

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Umberto sembrava un personaggio delle fiabe di Lewis Carroll. Doppiopetto scuro, scarpe lucidissime, trench color crema, occhi vitrei e assenza di espressività. Ogni mattina usciva dal suo palazzotto liberty di via Clitunno per recarsi al lavoro. Imperturbabile e cupo viveva avvolto in una routine quasi esiziale. E ogni sera si immergeva nell’agghiacciante solitudine del suo lussuoso appartamento.

Tutto era perfettamente in ordine. Tuyet, la filippina che provvedeva a rassettare la casa, si lamentava spesso: "C’è ben poco da fare". Umberto non voleva si toccasse nulla, soltanto l’indispensabile. Il tavolo del soggiorno era ricolmo di regali, pacchi di libri e posta, biglietti di auguri e riviste, qualche vecchio quotidiano e alcuni dvd. I regali erano lì, immacolati, dal Natale scorso, o forse dall’altro ancora, e la posta veniva letta in base all’importanza del mittente, altrimenti restava sigillata. Il maxischermo proiettava 24 ore su 24 le immagini di SKY TG24. Umberto non voleva si spegnesse mai e anche Tuyet, nonostante la mattina fosse sola in casa, non aveva il coraggio di trasgredire quell’ordine. Dalle finestre non entrava luce. Circostanza singolare per una casa così grande, tra l’altro situata in un quartiere con molto verde e pochi edifici.

Paloma aveva 25 anni, uno scooter blu cobalto e lunghi capelli rossi. Frequentava Economia alla prestigiosissima Università di Malta, situata a due passi dal quartiere Coppedè, in cui abitava fin dal primo vagito. Erano in molti ad invidiare la sua vita: agiatezza economica, molti amici, una bella famiglia, un gatto Chinchilla ed eccellenti risultati universitari. Eppure, lei era insofferente: voleva andare via da Roma, recidere alle radici il nichilismo che la stava inghiottendo e iniziare un nuovo percorso. "Panta rei os potamòs" – si ripeteva in modo ossessivo. I suoi genitori, funzionari dell’Ambasciata dello Sri Lanka, situata all’angolo tra via Ognio e via Adige, nutrivano grandi aspettative per il futuro della loro unica figlia e, tutto sommato, lei non li aveva mai delusi. Ma il peso di un futuro che stava diventando imminente la stava soffocando.

Il Coppedè era un quartiere strano, pervaso da un’atmosfera fatata, sembrava quasi di immergersi in un’altra epoca e Paloma cedeva spesso alla tentazione di immaginarsi come una bohémienne. "Sarei stata come Simone de Beauvoir" – era solita replicarsi. Quando era triste sentiva il bisogno di camminare; così capitava spesso che la sera rimanesse a gironzolare ore ed ore per il quartiere. Le piaceva guardare la fontana delle Rane, passare vicino al Midra, in via Tagliamento, vedere le serrande dei negozi abbassate in via Aterno. E ogni qualvolta passasse in via Clitunno, davanti alla casa di Umberto, veniva sopraffatta da una strana e incontrollabile sensazione. Si era chiesta spesso se fosse disabitata, poi guardando con maggiore attenzione aveva scorto una flebile luce. "Allora c’è qualcuno!" – si era detta sfoderando il suo entusiasmo disarmante. Peraltro, lasciare disabitata una casa del Coppedè sarebbe stato un sacrilegio!

Umberto non aveva età: 40-45-50-55. Qualsiasi tra queste gli sarebbe calzata a pennello. Non era mai stato visto nei locali lì intorno, né alla Asl di via Garigliano, né tantomeno al supermercato di via Dalmazia. Soltanto l’edicolante di via Tagliamento, dalla sua roccaforte poco prima dell’arco di piazza Mincio, sosteneva, a dispetto dei suoi interlocutori che non avevano gran simpatia per quell’uomo così spocchioso, che Umberto "era vero galantuomo, uno d’altri tempi".

L’anziana signora era l’unica che aveva il privilegio di vedere l’imperturbabile Lord dai modi così squisitamente british quasi ogni mattina quando, sul levar del sole, andava ad acquistare improbabili riviste di tecnologia. Umberto ignorava l’esistenza di un mondo esterno, l’unico mondo era il suo mondo. Gli esseri umani erano il corollario, nient’affatto indispensabile, della sua lugubre esistenza in bianco e nero. Si era auto-persuaso che la sua vita fosse normale, se non migliore di tante altre: benessere, carriera invidiabile, uno chalet a Cortina, una Ecosse Heretic in garage, biglietti riservati per qualsiasi evento glamour della capitale. Eppure, non era mai andato a teatro, se non un paio di volte nell’arco dell’ultimo anno, non aveva fatto la settimana bianca e la moto aveva la batteria scarica perlomeno da un paio d’anni.

Paloma aveva progettato di andare in Francia, voleva corredare la sua tesi con ricerche all’ÉNA e lasciare, almeno per qualche mese, quel quartiere così fuori dal tempo. Era stanca di sentirsi imprigionata in una gabbia dorata. Non aveva più voglia di passare i pomeriggi ad oziare con Maria al bar Numbs di piazza Istria ed era stanca anche dello shopping con sua madre. Una sera, più incupita del solito, si era avviata per la consueta passeggiata che, da casa sua in via Olona, l’avrebbe portata fino al raffinato ed inquietante edificio liberty in via Clitunno.

Paloma era rimasta impietrita sul marciapiede a guardare le imponenti finestre e, pervasa da un irrefrenabile desiderio di vedere cosa ci fosse dentro, senza rifletterci molto, aveva deciso di bussare. Avrebbe inventato una scusa sul momento, si era detta fiduciosa. Girato il chiavistello, Umberto era comparso sull’uscio, con indosso ancora il doppiopetto blu e la cravatta bordeaux. Paloma, guardandolo dritto negli occhi, aveva deciso di dire la verità: "Desideravo vedere chi abitasse in una casa così bella!". L’uomo, annichilito, sembrava quasi piombato in uno stato di trance. Era stata lei, ancora una volta, a rompere il ghiaccio: "Beh, ormai sono qui, non mi fa entrare? In fondo, da fuori potrebbe sembrare anche un museo…".

Era solo una ragazzina, bislacca sì, ma pur sempre una giovinetta eccentrica, si era detto Umberto; così non se l’era sentita di mandarla via e, anche se con non poca reticenza, aveva deciso di far entrare l’insolita visitatrice nel "suo" mondo incontaminato. Paloma era affascinata dagli scaffali stracolmi di libri antichi e dal grande tavolo di cristallo, dai quadri inquietanti e dalle pregiatissime suppellettili. Quella casa sembrava davvero un museo, ed era intrisa di una misteriosa melanconia. Nonostante Umberto vivesse lì da anni, a Paloma sembrava di essere in un luogo disabitato, asettico, a tratti quasi spaventoso.

Cercava delle foto, era curiosa di vedere quell’uomo così inconsueto ad un’altra età. Niente. Dopo un’ardua ricerca, era riuscita a scorgere soltanto una vecchia foto in bianco e nero, con molta probabilità scattata al matrimonio dei genitori. Ma a 25 anni si ha la convinzione di poter dare una luce diversa alle cose, alla realtà e forse anche alle persone...

Umberto era rimasto sull’ingresso, osservava Paloma con occhi incuriositi e la scrutava come se non avesse mai visto un essere umano, per di più con un vestitino a fiori e delle ballerine lilla. Pensò si trattasse di un sogno, o di un incubo. Era quasi in procinto di chiudere la porta e tornare al suo film, sennonché Paloma aveva urlato con tutto il fiato che aveva in gola: "Hai la Wii? Giuro che non l’avrei mai detto! Posso fare una partita? Ti prego, ti prego!".

Umberto aveva assunto un’espressione diversa, il suo grigiore parve quasi scomparire e il contorno della sua bocca aveva abbozzato un sorriso. In quel momento era come se il Velo di Maya dietro il quale si proteggeva dal mondo esterno fosse stato squarciato dalla spensieratezza di una giovane donna, un po’ incosciente e un po’ sfacciata, che aveva osato scardinare l’ipertrofico impianto della vita di quell’imperturbabile sconosciuto.

Senza perdere l’aplomb che lo contraddistingueva, Umberto, proprio in quell’istante, ritrovava le parole per concedersi una sofisticheria oracolare: "Se giochiamo a golf giuro che ti straccio!". Paloma, felicissima, cominciò a saltellare e a parlare a vanvera, come una bambina davanti al regalo che aveva sempre sognato. Umberto, compiaciuto, sorrideva stupito per quello che gli stava succedendo. Era felice. La narcotizzante routine era stata spezzata. C’era qualcuno. C’era la vita al di là dal suo triste palazzo vittoriano di via Clitunno. Paloma aveva perso la sfida, ma "solo per una questione di allenamento" – aveva tuonato orgogliosa.

A un tratto si era voltata di scatto esclamando: "Sono le 3! Devo scappare, domani ho un seminario sui sistemi energetici". "Erano le 3" – pensarono entrambi quando rimasero da soli. A che ora era arrivata Paloma: alle 21? Alle 22? Alle 23? Era come se il tempo si fosse fermato. E nessuno dei due avrebbe voluto che quel momento sublime volgesse al termine.

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