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La vittoria di Hamas e lo spettro della Sharia su Gaza

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Durante la mezzanotte di ieri le bandiere verdi sventolavano incontrastate sui tetti del palazzo dell'Intelligence a Sudanya e su quelli della Sede di Sicurezza Preventiva a Gaza city. Segno evidente del dominio totale di Hamas nella Striscia di Gaza. La destituzione del Premier del “Partito di Dio” ad opera di Abu Mazen è il segnale successivo, l'arresto dei Generali di al Fatah e l'annuncio da parte di Saeb Erakat, collaboratore di Abbas, secondo cui la Striscia di Gaza “è ora fuori dalla giurisdizione di al-Fatah” sono tutti risvolti politici della battaglia fratricida che pare essere giunta ad un momento di stasi. Quest'oggi, infatti, sembra che i combattimenti si siano calmati, non si hanno notizie di scontri a fuoco. La gente comincia a rimettere il naso fuori dalle case e pare che anche in Cisgiordania, a parte un episodio di rappresaglia nel quale ha perso la vita un uomo di Hamas, la situazione non sia destinata a degenerare, soprattutto grazie alla presenza delle truppe israeliane.

Gli uomini di Hamas fanno sapere di voler concedere un’amnistia a tutti i nemici catturati, in un gesto di riconciliazione, ma rendono anche noto di voler prendere il controllo del valico ai confini con l'Egitto, sorvegliato da osservatori europei fino a poco prima della battaglia decisiva a Gaza. Nella serata di ieri, il leader di Hamas, Haniyeh, ha annunciato di non voler costituire uno stato separato nella Striscia: “Gaza è una parte indissociabile della patria e i suoi abitanti costituiscono una parte indissociabile del popolo palestinese. Lo Stato è un insieme che non può essere diviso”. Sull’altro fronte Mahmmoud Abbas si è deciso per la creazione di un governo d'emergenza, cosa che Hamas non vuole assolutamente.  Lo stesso Haniyeh, nel corso della giornata di ieri, aveva dichiarato la sua avversità a tale progetto politico, tacciando Abu Mazen di tradimento della causa: “il presidente (Abbas ndr) ha preso decisioni precipitose che tradiscono le precedenti intese”, ha dichiarato il leader della fazione vittoriosa. 

Mentre Haniyeh rassicura tutti circa la volontà del suo partito di ristabilire l'ordine nella Striscia di Gaza appena possibile, la resa dei dirigenti di Fatah, di stanza a Ramallah (Cisgiordania), mette in ansia non solo gli stati arabi confinanti ma anche Israele e gli Usa, oltre che l'Unione Europea. Lo stesso ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, si è detto preoccupato in merito alla fattibilità di un accordo di pace e ha commentato così gli avvenimenti nella Striscia: “La situazione attuale è il risultato della debolezza delle forze palestinesi moderate. Si tratta di un problema palestinese. Chiaramente questo fatto preoccupa Israele e la comunità internazionale, ma si tratta di un problema interno”. Il governo di Tel-Aviv, intanto, ha chiuso tutti i passaggi di accesso ad Israele, precisando però che non lascerà i profughi in balia degli eventi, vittime della mancanza di beni primari.

La situazione dei profughi torna alla ribalta. Il britannico Guardian quest'oggi riporta la significativa testimonianza di un uomo residente in un quartiere di Hamas, che si fa chiamare Yousef, e che spiega con chiarezza quali sono le priorità dei palestinesi: “Oggi sono tutti con Hamas, perché Hamas ha vinto la battaglia. Se avesse vinto Fatah, starebbero tutti dalla sua parte. Siamo un popolo affamato e parteggiamo per chiunque ci dia un sacco di farina e un coupon per il cibo...per quanto mi riguarda io sono dalla parte di Dio e del sacco di farina”.

Situazione disperata quella della gente palestinese, che ora forse dovrà anche sottoporsi alle leggi religiose. Infatti Mark Regev, portavoce del ministero degli Esteri israeliano, ha confidato alla CNN i suoi timori per l'eventuale instaurazione di uno stato “di tipo talebano” dato che il rappresentante di Hamas a Gaza, Fouzi Barhoum, avrebbe annunciato la possibile implementazione della legge della Sharia nella Striscia. Voci poi smentite da un leader politico del Partito di Dio in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, secondo il quale questa eventualità andrebbe, per ora, scartata.

Dal Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, dopo quello economico arriva il supporto politico che serve ad Abbas. Si parla di circa 60 milioni di dollari con i quali gli americani hanno sovvenzionato fino ad oggi il governo di al-Fatah (ricordiamo che Hamas è considerata un'organizzazione terroristica dalla comunità internazionale). “(Abbas) è stato eletto nel 2005 con un largo margine...Noi lo supportiamo pienamente nel suo sforzo di far uscire dalla crisi il popolo palestinese  e dargli l'opportunità della pace e di un futuro migliore”, ha detto la Rice.

Il problema è che, a causa della mancanza di sicurezza, la Commissione Europea ha deciso di tagliare i fondi destinati al popolo palestinese, circa 112 milioni di euro, e anche i programmi di aiuto che erano stati preventivati. Dagli ambienti politici del vecchio continente, comunque, traspare in questo senso un cauto ottimismo sulla pronta ripresa dei programmi di aiuti economici e di approvvigionamento.

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