Papale papale

La vittoria di Zingaretti archivia il partito di Bergoglio

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Inauguriamo oggi una nuova rubrica. Si intitola "Papale papale", perché usa il linguaggio della chiarezza, e perché prova a raccontare cosa accade nella Chiesa cattolica in questa fase tormentata della sua storia bimillenaria. La rubrica è firmata da Idefix, il cagnolino del villaggio di Asterix: abbaia, difende il territorio, ma soprattutto è nei secoli fedele.

Sic transit gloria mundi. Il renzismo non è l’unica vittima eccellente delle primarie del Partito Democratico. Oltre alle velleità del Matteo fiorentino di mettersi in proprio, la vittoria trionfale di Nicola Zingaretti ha infatti archiviato anche il gran lavorìo per la nascita di un “partito dei cattolici” di stretta osservanza social-dossettiana. Un progetto – anzi ben più di un progetto, almeno fino a qualche giorno fa – promosso dalle sigle dell’associazionismo catto-sinistro, sponsorizzato capillarmente da una parte delle gerarchie ecclesiastiche e, a quanto se ne sa, ispirato dallo stesso Pontefice regnante.

A mandare in soffitta questo abbozzo di intrapresa politica non è stata tanto la fallimentare prova generale delle elezioni regionali abruzzesi, in occasione delle quali un consistente settore dell’episcopato locale è sceso in campo a sostegno del candidato del centrosinistra Giovanni Legnini (sconfitto) e di alcune liste della medesima coalizione (andate malissimo), quanto la rivoluzione consumatasi a livello nazionale in casa Pd. Non certo perché il fratello del commissario Montalbano sia dotato di particolare carisma. Al contrario, proprio la scarsa leadership personale del neo-segretario ha consentito di mettere in moto quel processo di riaggregazione dell’”area vasta” del centrosinistra che chiude ogni spazio per un partito bergogliano e fa del Nazareno la casa “naturale” per quanti si preparavano a farne parte.

Questo cambio di scenario è assai più che una supposizione. Lo rivelano due segnali inequivocabili. Il primo è la tempestività con la quale, all’indomani delle primarie, il padre nobile e il leader in pectore del partito dei cattolici adulti – rispettivamente Romano Prodi ed Enrico Letta – si sono affrettati ad annunciare il proprio ritorno nella casa democratica dopo un lungo periodo di distacco. Il secondo è un tweet di colui che viene considerato l’”eminenza grigia” del pontificato di Francesco: padre Antonio Spadaro, il gesuita direttore della “Civiltà cattolica”, che dopo aver imposto fino allo sfinimento la parola d’ordine della “sinodalità” per preparare la strada alla vagheggiata formazione dossettiana, ha innescato il dietrofront consegnando alle attente antenne del web una dichiarazione di papa Bergoglio che in realtà sarebbe stata benissimo in bocca al cardinale Camillo Ruini, intelligente teorico della presenza diffusa contro il rischio dell’irrilevanza. “In politica – scrive Spadaro, riportando parole di Francesco – è meglio avere una polifonia ispirata a una stessa fede e costruita con molteplici suoni e strumenti, che una noiosa melodia monocorde, apparentemente corretta ma omogenizzante e neutralizzante – gratuita – tranquilla”.

Nel metodo, ruinismo puro, seppur di necessità. Con una essenziale differenza: che la strategia dalla presenza diffusa contro l’irrilevanza era servita, in altre stagioni, a far sentire forte la voce dei cristiani sui temi antropologici strettamente connessi al magistero (vita, famiglia, genitorialità…). Se davvero i reduci dell’abortito partito dei cattolici adulti si preparano a interpretare la “polifonia” suonando lo strumento di Nicola Zingaretti, alfiere del laicismo più sfrenato, riservando il proprio impegno attivo ai soli temi “sociali” come ecologia e immigrazione, dalla “stessa fede” di cui al tweet di Spadaro deriverebbe obbligatoriamente l’adesione a contenuti politici differenti.

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