La voglia matta di censura

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La voglia matta di censura

11 Settembre 2017

C’è odore di censura in quest’aria settembrina. Fuori e dentro i Palazzi. In altri tempi, se il ministero della Salute avesse fatto un accordo con una multinazionale come Google per controllare il flusso di informazioni sui vaccini si sarebbe gridato all’inciucio con i “poteri forti”. Avrebbe sollevato qualche protesta anche il “no” dell’amministrazione locale alla manifestazione pubblica di una minoranza con cui si può essere in assoluto disaccordo, ma che certo può essere tranquillamente autorizzata e controllata dalle forze dell’ordine. Infine, nessuno, in nome della “libertà di stampa”, si sarebbe mai permesso di sospendere un giornalista per aver scritto  “l’Islam mi sta sul gozzo”.

Invece, oggi, succede. Il dubbio che il ministro Lorenzin stia per scivolare rovinosamente su un’altra delle sue infelici campagne di comunicazione è forte. Ieri, ha annunciato dalle colonne di un “giornalone” che sta lavorando con Google per indicizzare le notizie sui vaccini che sono certificate scientificamente. Si avvarrà della collaborazione con il colosso californiano, spiega, anche per “rimuovere le fake news  pericolose per la salute pubblica che circolano in Rete”. Parla del progetto con una tale convinzione che, da sola, basterebbe a disintegrare qualsiasi accusa di ingenuità. Forse nessuno le ha mai spiegato come Google utilizza gli algoritmi per censurare determinate notizie sul web? Un po’ di cautela in più, forse, dovrebbe utilizzarla visto che sta decidendo di affidare alla multinazionale americana, non certo famosa per la trasparenza, la  gestione delle informazioni legate ai vaccini, tra le questioni più delicate per la salute pubblica del Paese in questo momento.

L’intento di fare definitivamente chiarezza sul tema, dopo tanto rumore e infinite perplessità nella popolazione, è sicuramente apprezzabile. Ma sarebbe bastata, per esempio, un’area del sito istituzionale  del ministero per lasciar spiegare agli esperti come e perché è importante vaccinarsi.  Troppo banale, forse, e soprattutto affatto “trendy”. Il risultato, se l’accordo con Google venisse confermato (per adesso non è arrivata nessuna smentita),  è che la Lorenzin sta aprendo le porte di un ente pubblico a una lobby tra le più potenti mettendo a rischio il libero accesso a informazioni di vitale importanza.

Ha sempre a che fare con il mondo dell’informazione il caso del giornalista, Filippo Facci, che è stato condannato e sospeso dall’Ordine dei giornalisti di Milano per un articolo sull’Islam tacciato di razzismo e xenofobia. Invano, il collega ha cercato di spiegare che il linguaggio usato nel pezzo era duro come quello che avrebbe usato per parlare di tanti altri temi, rivendicando il diritto di poter parlare male dell’Islam, come di tutte le altre religioni (e Facci ai cattolici, per esempio, non ha certo lesinato critiche). Ma niente. Facci – ha detto l’Ordine – ha offeso un intero sistema di valori.

La libera stampa, in Italia, non esiste più già da un pezzo. E non (solo) per motivi economici: quello che questa storia evidenzia è il giogo  ideologico-politico che tiene sotto scacco i mezzi e i professionisti dell’informazione, prigionieri, come non lo sono mai stati prima, della paura di un semplice distinguo.

Piuttosto che rischiare una denuncia o un attacco, oggi, ci si accontenta semplicemente di assecondare il pensiero dominante. Lo avranno pensato anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e il sindaco di Roma, Virginia Raggi, che non hanno autorizzato la “passeggiata dei patrioti” del prossimo 28 ottobre. La  manifestazione organizzata da Forza Nuova a 95 anni dalla “marcia su Roma” di Mussolini è addirittura finita al centro di un’interrogazione urgente al Governo perché sospetta di “apologia del fascismo”. Probabilmente è un anticipo di quanto ci aspetta se sarà approvata la legge Fiano, su cui si vota martedì prossimo alla Camera, che punisce chi fa, magari per scherzo, il saluto romano, o compra una bottiglia di vino su cui è raffigurato il faccione del duce.

Dulcis in fundo: il provvedimento che Andrea Orlando, ministro della Giustizia, ha preparato sulle intercettazioni. Non abbiamo mai amato l’uso e l’abuso delle intercettazioni, con cui si scredita una persona prima di verificare persino se merita un’indagine, ma questa è una misura  pesantemente censoria, altro che le blande ipotesi del governo Berlusconi contro cui tutta l’intellighenzia, i giornalisti, la sinistra è insorta senza se e senza ma. Si tratta di vietare la trascrizione letterale delle intercettazioni, affidando al Pm, o direttamente a chi ascolta, il compito di fare una sintesi di quello che è stato detto, senza riportare virgolettati. Niente più frasi fulminanti come “furbetti del quartierino” o “Abbiamo una banca”, insomma, ma perifrasi a discrezione dell’intercettatore. E c’è di più: con una nuova limitazione (vietato l’uso del Trojan, il sistema per ascoltare i cellulari) l’inchiesta Consip (sì, proprio quella in cui è coinvolto il giro di parenti e sodali di Renzi) pare si dissolva come neve al sole. Un bel favore del “dissenziente” Orlando al segretario del suo partito, se così fosse.

Libertà di espressione e manifestazione: non era questo, forse, un pilastro della democrazia? Perché, proprio adesso, tutta questa matta voglia di censura? Occorre chiamare le cose con il loro giusto nome per evitare che il tremolio di una colonna provochi un crollo devastante. Ne va di mezzo la libertà e quanto di bello le democrazie hanno saputo conquistare.