L’abolizione dell’Ici non compromette il percorso verso il federalismo
20 Maggio 2008
"L’Ici è la più federalista delle imposte", scrive il professor Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera lanciando un avvertimento: eliminare l’imposta comunale sulla prima casa di abitazione può rappresentare un freno a quella spinta verso la maggiore autonomia impositiva e di spesa degli enti locali che sta tanto a cuore alla Lega e a tutto il Pdl.
È indubbio che l’Ici sia uno strumento importante in mano ai sindaci, ma nel suo ragionamento l’economista della Bocconi trascura alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto va ricordato che esistono diverse misure per compensare il mancato gettito dell’Ici. Si potrebbe agire su altri tributi locali più flessibili, come ad esempio le tasse di scopo che solo pochissime giunte hanno utilizzato da quando sono state introdotte con
C’è poi l’aspetto più strettamente politico: l’Ici colpisce l’abitazione, un bene che la maggior parte degli italiani ha acquistato a costo di enormi sacrifici. E per questo motivo viene percepita come una delle gabelle più odiose. Senza dimenticare che si tratta di un prelievo che non tiene conto del reddito e quindi dei criteri di progressività dell’imposizione necessari per configurare l’equità di un sistema fiscale. Appare ingiusto, infatti, che un pensionato paghi la stessa Ici del suo vicino di casa che abita in un appartamento con le stesse caratteristiche ma che guadagna il doppio o il triplo.
Ecco perché Berlusconi insiste nell’eliminare l’imposta sulla prima casa di abitazione, proseguendo sul percorso che, tra l’altro, era già stato avviato dal precedente governo. Il Cavaliere vuole subito dimostrare di essere in grado di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Nel provvedimento fiscale che sarà presentato oggi al consiglio dei ministri, le ragioni del federalismo devono perciò conciliarsi con l’obiettivo della riduzione della pressione fiscale.
Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha già individuato la copertura finanziaria (2,2 miliardi di euro) e ha lasciato intendere che i soldi per compensare i Comuni del mancato gettito arriveranno da tagli alla spesa centrale. Una soluzione, questa, che appare temporanea: il federalismo a regime non potrà basarsi sul sistema dei sussidi.
Allora è interessante vedere perché è corretto, ma solo in parte, sostenere che l’Ici è l’imposta federalista per eccellenza. Per poi analizzare quali sono le fonti alternative capaci di compensare efficacemente il mancato gettito derivante dalla sua eliminazione.
Giavazzi è convinto che l’ Ici non solo è la più federalista di tutte le imposte, ma è anche la più efficiente. Perché il gettito rimane ai Comuni e, se con quel gettito il sindaco non aggiusta le strade, i cittadini, incontrandolo in piazza, possono chiedergliene conto e avvisarlo che se continua così non sarà rieletto.
Questo esempio, in sostanza, sottolinea come l’Ici sia un’imposta che si può controllare più facilmente a livello locale. In effetti la principale motivazione dell’imposta comunale sugli immobili consiste nella precisa corrispondenza fra l’onere tributario e il vantaggio arrecato al contribuente della spesa pubblica. La tassazione a livello locale dei proprietari degli immobili è giustificata dal fatto che i servizi prodotti con tali risorse vanno a riflettersi sul valore degli immobili stessi. Supponiamo che il sindaco destini il gettito Ici alla manutenzione delle strade, all’illuminazione e alla pulizia dei quartieri. Tutto ciò aumenta il vantaggio di vivere e lavorare nei fabbricati vicini e quindi il valore di mercato che il proprietario può ricavarne.
Ma gli enti locali svolgono un’attività complessa che si riflette solo in parte sul valore degli immobili: basti pensare a tutte le spese in campo sociale, come i servizi sanitari, di istruzione o culturali che sicuramente accrescono la convenienza a vivere in un determinato territorio (e quindi il valore di case e fabbricati) ma solo in modo parziale.
Ecco allora farsi avanti altre forme di imposte a sostegno di un sistema tributario federalista, come ad esempio quella sul reddito dei residenti nel comune, visto che tutti i cittadini utilizzano i servizi locali e il reddito può essere preso a parametro del grado di utilizzo di tali servizi.
Gli enti locali, poi, possono finanziarsi in modo più diretto attraverso le tasse e i contributi sui beneficiari dei beni e servizi offerti: pensiamo alle aziende municipalizzate che, attraverso le tariffe, dovrebbero essere in grado di ricoprire il costo della loro produzione.
Inoltre l’attuazione del federalismo non può prescindere dalla partecipazione a forme di gettito statale, come ad esempio avviene con le addizionali. Non a caso il senatore della Lega Paolo Franco, che sarà tra i rappresentanti del Carroccio nella commissione Finanze di Palazzo Madama, ha chiesto che l’eliminazione dell’Ici sulla prima casa sia compensata ai Comuni attraverso un aumento della compartecipazione all’Irpef.
Tutte queste misure danno autonomia e ampi margini di manovra ai sindaci: il federalismo può dunque fare a meno dell’Ici, ma il rischio è che la riduzione della pressione fiscale dovuta all’eliminazione dell’imposta sulla prima casa sia vanificata dall’aumento di altri tributi.
Il governo, come sappiano, invece le tasse vuole abbassarle. Allora in questa fase è preferibile compensare i Comuni del mancato gettito Ici con l’aumento dei trasferimenti dallo Stato, impegnando risorse derivanti da tagli alla spesa centrale, in modo da non aumentare la pressione fiscale. Anche in questo caso ci sono dei rischi: in particolare un federalismo basato sui sussidi può far venir meno quel rapporto diretto tra imposte e servizi offerti che, come abbiamo visto prima, consente ai cittadini di controllare l’operato del sindaco.
In futuro, quindi, la razionalizzazione della spesa a livello locale e l’utilizzo delle tasse di scopo, cioè quelle tasse “una tantum” finalizzate alla realizzazione di un determinato progetto (un parcheggio, una scuola, ecc.) sono soluzioni più efficienti per ottenere quello che vuole Berlusconi. E cioè che federalismo e riduzione delle imposte viaggino insieme.
