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Labour, la denuncia in un report: “Persa la working class”

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“Il partito Laburista necessita di una profonda revisione nei suoi valori fondanti se vorrà mai tornare a guidare il paese”. Questa una delle accuse più pesanti lanciate da Labour Together, l’organizzazione di attivisti e stakeholders del partito, guidata dalla deputata di Manchester, Lucy Powell, e dall’ex leader, Ed Miliband, tornato in auge tra i laburisti dopo la nomina di Sir Keir Starmer a leader del movimento.

L’analisi della tornata elettorale del 12 dicembre 2019 è appena stata diffusa dall’organizzazione, e non sarà una lettura piacevole per l’ormai ex leader, Jeremy Corbyn, così come per la leadership attuale. Si evidenziano gli errori commessi dal Labour in questi anni e si suggerisce un approccio per far sì che, alle prossime elezioni, il partito riesca a colmare il gap con il partito Conservatore, che, ora come ora, ha 80 seggi di maggioranza alla Camera dei Comuni.

Nelle note su una sconfitta storica – il peggior risultato del Labour dal 1935 a oggi – si afferma apertamente che le divisioni e le discussioni interne al movimento, il fazionalismo e il radicalismo dell’offerta laburista hanno allontanato molti elettori anche storici del partito, costringendoli a optare per l’astensione o addirittura a votare Tory. Un allontamento – secondo il report – che è in corso da almeno due decenni e che ha visto le tradizionali constituencies laburiste cercare altrove una politica più vicina ai bisogni della working class, il gruppo sociale che ha maggiormente voltato le spalle a quello che fu il partito di Harold Wilson e Tony Blair, ma anche di Tony Benn e Denis Healey. Così si spiegano le batoste del dicembre scorso a Blyth Valley, Workington e Bolsover, dove il Labour ha perso seggi che deteneva da oltre 100 anni. L’arroccamento e il ripiegamento su sé stessi e sulle proprie convinzioni – bocciate clamorosamente dall’elettorato britannico – ha portato il cittadino comune, l’operaio e tutti coloro che si sono sentiti defraudati dalla globalizzazione a volgere lo sguardo altrove e a trovare nel “Get Brexit Done” dei Conservatori, uno slogan che potesse rassicurare le loro ansie sul futuro.

Proprio l’incerta posizione sulla Brexit di Corbyn è stata uno dei fattori che ha reso il Labour ineleggibile agli occhi dell’elettorato. Troppa ondivaga la linea dell’allora leader rispetto a quella di Johnson, troppo preoccupato il 70enne deputato di Islington di tenere insieme i ceti medi riflessivi dei centri urbani e i brexiteer del nord-est e delle Midlands per adottare un’unica, coerente, linea sul tema clou della campagna elettorale. Corbyn ha finito per scontentare tutti. La sua leadership non convinceva, le politiche economiche proposte nel programma elettorale del partito erano percepite come irrealizzabili, e, anche nelle tematiche più favorevoli al Labour come il welfare e l’NHS, il messaggio di un partito Tory che aveva nel frattempo abbandonato l’austerity, risultava meglio calibrato rispetto alla confusione che albergava nella campagna laburista. La perdita della Scozia, dove il Labour ha ceduto seggi ai nazionalisti ed è finito solamente terzo persino dietro ai Tory, ha completato un disastro in cui il crollo del Red Wall anche in Galles ha determinato la più ampia maggioranza conservatrice dal 1987 a oggi.

In futuro, Labour Together lavorerà perché il partito metta insieme una ampia coalizione che abbracci tutte le classi sociali e di età, e sia una reale rappresentazione di tutte le aree geografiche del paese. Non basteranno i buoni risultati di Londra e tra i giovanissimi per riportare i laburisti a Downing Street. Così come non basterà il nuovo leader se il partito continuerà a crogiolarsi nella sua self-righteousness, parlando a chi già vota laburista, senza capire le paure e le ambizioni di chi non lo ha fatto. “Sarà difficile ribaltare da subito il risultato del 2019 – conclude l’Election Review. “Servirebbe uno swing di voti del 10%, ma il Labour deve provare a tornare da subito forza di governo percepita”. Sembra di sentire Tony Blair. Sembra di essere tornati negli anni ’80. Ma il 2024, in fondo, è dietro l’angolo.

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