L’accordo con Chrysler sarà davvero un biglietto della lotteria per Fiat?
19 Febbraio 2009
La crisi del settore automobilistico si acuisce ed entra in un nuovo stadio. Nello scorso dicembre i costruttori americani chiesero un sostegno federale, pari a circa 34 miliardi di dollari, facendo discutere animatamente gli opinion leader d’oltreoceano. Poco prima di Natale, la decisione: erano 17,4 i miliardi messi a disposizione di General Motors e Chrysler. Il sentore che non sarebbe bastato è diventato realtà nel giro di un paio di mesi.
Tralasciando la situazione di Ford, i cui vertici si ostinano a non domandare liquidità, preoccupa la nuova richiesta di GM e Chrysler. Richard Wagoner, CEO della prima, e Bob Nardelli, CEO della seconda, hanno presentato domanda di ulteriori 21,6 miliardi di dollari, sotto forma di fondi federali, per far fronte alla crisi che li ha investiti. Dopo il piano Geithner, che prevede un budget fino a 2 trilioni di dollari, e dopo lo stimolo fiscale del presidente Barack Obama, arriva una possibile nuova spesa per una nazione che sta vivendo la peggior crisi dai tempi della Grande Depressione. Sul fronte della casa di Wagoner, le prospettive sono a dir poco presuntuose, come ricorda John Reed sul Wall Street Journal: «Contiamo di tornare a profitto nel 2011, ma solo con un aiuto finanziario» ha affermato il numero uno di GM. Peccato che il 90% dei nuovi modelli del triennio 2009/2012 siano stati cancellati ed allo studio di Detroit v’è un ridimensionamento dell’organico che potrebbe essere devastante, oltre 47mila unità lavorative in meno, il più grande licenziamento di massa della storia americana. Questo è stato il principale nodo su cui ha puntato Wagoner per far leva sui sentimenti nazionalpopolari del Congresso. Tuttavia, più passano i giorni, più si avvicina l’ipotesi d’iscrizione all’ormai celebre Chapter 11 del codice fallimentare USA. Inoltre, sembra ormai scontato lo scorporo forzato di tre marchi storici per la casa: Hummer, Saab e Saturn sono destinati ad uscire dall’ottica GM, tanto che lo stesso management americano ha chiesto al governo svedese se era disponibile ad aprire le trattative per l’acquisizione del marchio Saab.
Diversa, ma di poco, la condizione di Chrysler, che vede sullo sfondo la Fiat. Dieci giorni fa Sergio Marchionne, AD del gruppo torinese, aveva ricordato che l’accordo con Chrysler per loro rappresentava un «biglietto della lotteria». Facile ricondurre alla situazione patrimoniale del costruttore statunitense tutte le preoccupazioni del Lingotto, il quale avrebbe deciso solo dopo il 17 febbraio se concludere o meno l’accordo con Chrysler. Robert Nardelli ha affermato che «Se il governo non farà qualcosa, entro poco tempo non ci saranno più fondi nemmeno per pagare gli stipendi». Infatti, le operazioni di licenziamento sono già iniziate per più di 30mila lavoratori, mentre sono stati chiusi oltre 12 stabilimenti dalla fine del 2006.
Eppure, anche lo sfondo di cui sopra, Fiat, non è roseo come si può credere. La cassa integrazione di Mirafiori, secondo fonti interne, a marzo durerà una settimana in più rispetto alle previsioni. E si preannuncia l’utilizzo degli ammortizzatori sociali anche per Maserati, che fermerà gli stabilimenti per due settimane. Resta quindi l’incognita del biglietto della lotteria di Marchionne, il cui gruppo regge, nonostante l’apertura delle linee di credito che avverrà nelle prossime settimane. Un pool di banche (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Calyon) forniranno un finanziamento della probabile entità di 2 miliardi al fine di ripianare il debito, arrivato a quasi 6 miliardi. Ma i soldi serviranno anche per avere un minimo di liquidità in cassa, dato che, sempre secondo fonti interne, sono sempre più i rifiuti di operazioni di factoring nei confronti di crediti Fiat, da parte delle società finanziarie.
Alla luce di un probabile, ennesimo, salvataggio del settore automobilistico statunitense, viene da domandarsi quali potranno essere i benefici di Fiat. Lo sbarco negli Usa con il marchio Alfa Romeo, il trend della 500 e l’utilizzo di reti commerciali non giustificano a pieno l’accordo, che trova tutta la sua forza nell’immagine data dal Lingotto nel periodo più nero dell’automotive. Ma fino a che punto Fiat è forte? La produzione delle auto di segmenti bassi sta trainando il resto, nonostante il calo generalizzato della domanda. E proprio questo crollo è uno degli interrogativi maggiori riguardo l’accordo con Chrysler.
Marchionne, tuttavia, potrebbe cogliere l’occasione della vita sbarcando negli Usa con i tre maggiori costruttori statunitensi in ginocchio e con un forte downsizing delle autovetture. Per far ciò, l’importante è che Fiat cerchi di aggirare il più possibile la crisi, anche se ne sembra investito in pieno.
