L’accordo sulla legge elettorale non renderà il Paese più governabile

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L’accordo sulla legge elettorale non renderà il Paese più governabile

24 Luglio 2012

In questi ultimi giorni sembra arrivato a un punto di svolta uno dei tormentoni più affannosi della vita politica nostrana: la riforma della legge elettorale. È opinione diffusa che una nuova legge elettorale sia necessaria per migliorare la qualità del sistema e riaprire un circuito virtuoso con un’opinione che si avverte sempre più incattivita contro la "casta" dei politici. Tuttavia, per quanto una simile posizione contenga un forte elemento di verità, c’è da essere pessimisti sugli esiti di questo ennesimo tentativo di riforma, che pure potrebbe essere a portata di mano. Cerchiamo di capire il perché di questo apparente paradosso. Al momento le posizioni dei principali partiti sembrano molto distanti. Il Pd è schierato per il doppio turno di collegio. Il PdL propende per un sistema "spagnolo". In realtà, lasciando da parte le etichette e concentrandosi sugli effetti, i due sistemi elettorali proposti non sono molto distanti.

Il collegio uninominale con doppio turno ha la sua chiave di volta nella soglia di accesso alla seconda tornata. Se la soglia fissata è sufficientemente elevata, i partiti estremisti o protestatari sono penalizzati due volte. Anzitutto perché è difficile che un loro candidato riesca a raggranellare tanti suffragi da potersi presentare al secondo turno, in secondo luogo perché ove mai questo avvenga il candidato estremista avrà difficoltà a raccogliere la maggioranza dei voti. Il sistema cosiddetto "spagnolo", invece, accoppia una formula proporzionale (il sistema D’Hondt o del divisore) a dei collegi piccoli, dove si eleggono pochi candidati. In questo modo la soglia di accesso al parlamento risulta parecchio elevata. Se i collegi sono sufficientemente piccoli si può arrivare anche al 14 al 15%, tagliando fuori le formazioni estremiste o antisistema.

Per avere una riprova della similarità degli effetti non occorre guardare lontano. In Francia, dove vige il doppio turno di collegio e per accedere al secondo turno occorre aver raccolto almeno il 12%dei suffragi, il Fronte nazionale di Marine Le Pen, che pure aveva conseguito una notevole affermazione al primo turno delle presidenziali, ha ottenuto in tutto due deputati all’assemblea nazionale, rimanendo un “partitello” del tutto marginale. In Spagna alle ultime elezioni il sistema elettorale vigente ha rafforzato il bipartitismo e il partito popolare governa con una maggioranza assoluta.

In sostanza, guardati da vicino, e riscontrati nel loro funzionamento in situazioni reali, i due sistemi presentano molte caratteristiche comuni. Entrambi incoraggiano il voto utile, penalizzando o rendendo meno appetibile il voto identitario. Inoltre, rendono decisivo l’elettorato centrista ma non danno alcuno spazio ai partiti centristi, cioè a formazioni politiche che alle elezioni intercettano il voto moderato e poi utilizzano tale patrimonio di fiducia per estenuanti schermaglie che logorano le maggioranze e rendono inefficace l’azione dei governi.

Questa indubbia convergenza di effetti, però, non apre alcuna prospettiva pratica. Una simile situazione non dipende dalla scarsa conoscenza del modo di funzionare dei vari sistemi elettorali, ma da una più ovvia, ma fondamentale, condizione politica: i due partiti maggiori non hanno al momento la forza di accordarsi per una riforma elettorale che, modificando le regole del gioco, sottorappresenti le estreme e penalizzi le formazioni centriste. Al contrario, entrambi i partiti, per debolezze intrinseche e per mancanza di una visione strategica, sono preoccupati anzitutto di cercare convergenze con le forze politiche minori in vista della prossima consultazione elettorale (prevista per la primavera 2013 ma che forse verrà anticipata); perciò sono disposte a concessioni in loro favore anche sulla legge elettorale.

Non bisogna essere grandi profeti per intendere che, se si arriverà a un accordo per modificare il cosiddetto "porcellum", avremo una legge elettorale che non aiuterà per nulla il sistema politico a venir fuori dal marasma dell’ingovernabilità.