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Verso il Senato uno sgarbo istituzionale

Laicità e altro: Fini strappa ma non tesse

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 Gianfranco Fini è sicuramente l'elemento più misterioso di questa fase della politica italiana. I suoi  molti “strappi” vengono ansiosamente analizzati e letti in controluce dagli addetti ai lavori per trarne vaticini sugli intendimenti e gli obiettivi del presidente della Camera.

C’è chi lo crede in corsa all’interno di una carriera repubblicana con destinazione quirinalizia; chi invece gli attribuisce l’aspirazione a prendere il posto di Berlusconi come leader del centro-destra con indirizzo quello di capo del governo. Alcuni lo credono una risorsa preziosa per il neonato Pdl grazie a quella “schiettezza ed eterodossia” di posizioni di cui parla oggi Massimo Franco sul Corriere. Altri, al contrario, temono l’effetto dirompente del suo mettersi continuamente ai margini del centro-destra. C’è chi festeggia il suo tentativo di costruire una “destra nuova”, laica e sarkozista, e c’è chi si duole del suo progressivo isolamento nel Pdl e dell’eccessiva facilità con cui Fini riscuote plauso e consenso a sinistra.

Perfino per chi lo conosce molto bene Fini appare oggi un mistero: lo confessa senza malanimo Francesco Storace, suo ex portavoce, al Corriere. “Il cambiamento di Fini è epocale, una totale rimozione del suo passato, ma non ne capisco l’obiettivo. Se lo conosco bene, tra qualche anno lascerà la politica”.

Fini di destra, Fini di sinistra, Fini fuori dagli schemi, Fini addirittura fuori dalla politica: come vedete l’enigma è ormai pienamente dispiegato. Molti dei suoi famosi "strappi" sono chiari e per certi versi persino ovvi, quello che ancora non si vede e neppure si intuisce è la fase della tessitura.

Su Libero di oggi, Filippo Facci se la prende con lo “stucchevole” giochino della stampa italiana di far passare Fini per un uomo di sinistra (non su l’Occidentale, semmai e con abbondanza sui giornali dove Facci scriveva e scrive). E sostiene che le sue idee sono invece da tempo patrimonio della destra che, per un vizio “catacombale”, non le riconosce come proprie. Secondo il giornalista insomma il percorso di Fini sarebbe lineare e inequivoco.

Ho l’impressione che le cose non siano esattamente in questi termini. Tanto più che Pierluigi Bersani si è incaricato di smentirlo commentando il discorso di Fini alla festa del Pd di Genova: “Gli applausi a Fini devono farci rendere orgogliosi dei nostri valori e delle nostre idee. Quando qualcuno le riconosce, noi stiamo applaudendo Fini e in primo luogo le nostre idee”. Sono parole forse dettate da un certo imbarazzo per un applausometro avaro di riconoscimenti simili per i padroni di casa, ma che vanno tenute in qualche considerazione.

Ma la questione è più profonda: Facci, mentre crede di far piazza pulita del pregiudizio per cui si assegnano direttamente alla sinistra le idee che non piacciono alla destra (ma che piacciono a Fini e a Facci si potrebbe aggiungere con una battuta), cade in un altro luogo comune anche questo “catacombale”. L’idea cioè che la modernità porti il marchio indelebile del laicismo, del progressismo, del solidarismo, ecc… Mentre la tutela delle tradizioni, l’accoglienza nello spazio pubblico della voce della Chiesa, il principio di legalità nel trattare con “gli altri”, l’ “io” invece del “noi” (per usare un linguaggio veltroniano) siano ferri vecchi destinati a sicuro tramonto.

Fini ne sembra convinto: per essere modernamente di destra occorre essere a favore delle coppie di fatto, del divorzio breve, per la manipolazione delle staminali, per l’accoglienza dei clandestini, per l’eutanasia, contro l’ingerenza della Chiesa (salvo quando chiede l’accoglienza per i clandestini, ovviamente)  eccetera eccetera.

Ora se anche fosse vero (e non lo è) che tutte queste idee sono già di destra e gli unici a non accorgersene sarebbero i senatori del Pdl, come sostiene Facci, resterebbero idee molto discutibili e spesso sbagliate.  E per quanto il Pdl non debba essere “una caserma” come dice il ministro Ronchi, e debba accogliere una pluralità di posizioni e tendenze, pure una certa prudenza resta necessaria. Tanto più se, come Fini ha detto al Mulino, occorre alla fine la cultura della "sintesi" e non della "coalizione" (dunque l'arte della tessitura...).

Invece Fini, parlando in questo caso di testamento biologico è andato alla carica a testa bassa è ha commesso una flagrante mancanza di rispetto istituzionale. Nessuno discute il suo diritto di avere delle idee in disaccordo con la maggioranza e di sperare di vederle affermarsi, anzi in molti casi è vero che il Pdl può trarre giovamento e crescita dalla sua libertà di pensiero. Ma il presidente della Camera non può parlare di una legge che non gli aggrada,  già approvata dal Senato, come se fosse stata scritta sotto dettatura dal Vaticano. Accusando implicitamente i senatori che l’hanno votata di essere dei minus habens privi  indipendenza e succubi dei loro capigruppo (risulta, tra l’altro che molti di questi senatori abbiano sollecitato il comunicato di risposta di Gasparri e Quagliariello).  “Ogni parlamentare deve rispondere alla sua personale coscienza. Su questioni relative alla vita e alla morte non ci può essere un vincolo di maggioranza o di partito”, ha detto Fini a Genova, come a manifestare la convinzione che i senatori, votando la legge che gli dispiace, avessero risposto alla coscienza di qualcun altro. Dimenticando, fra l’altro, che nei voti segreti che hanno costellato il lavoro del Senato, a quelli della maggioranza si aggiungevano anche molti voti provenienti dall’opposizione. E che, se nel dibattito interno al gruppo Pdl c’è stato un attrito, questo è stato semmai con il versante più integralista di Alfredo Mantovano o di Laura Bianconi piuttosto che con una resistenza laica.

E non basta a sostenere le ragioni di Fini la tesi secondo cui i sondaggi, in tema di fine vita e testamento biologico, lo mettano in sintonia con la maggioranza del paese (non è sempre Fini a mettere in guardia contro i rischi del populismo?). I  sondaggi poi sono materia altamente volatile, (basta agire sul modo di porre le domande) tanto che in occasione di un evento concreto come la morte di Eluana, quegli stessi sondaggi davano un responso affatto diverso. Se i sondaggi dovessero pesare sempre Fini dovrebbe forse retrocedere dalla sua idea di far votare gli immigrati o dovrebbe oggi dirsi favorevole alla pena di morte. Bisognerebbe poi ricordare – sempre per giocare con i numeri – che i 4 sì di Fini nel referendum sulle staminali furono smentiti dal risultato delle urne.

Fini ha aggiunto infine che “farà il possibile” per modificare il testo della legge alla Camera. Forse è convinto che deputati siano più liberi dei senatori e che il Vaticano abbia più solide roccaforti a palazzo Madama che a Montecitorio. Non sembra però una competizione utile da suscitare. Se come lui stesso afferma “su questa materie spetta al Parlamento decidere”, non si può lasciar intendere che c’è un mezzo Parlamento legittimo e un altro mezzo usurpato.

C’è da sperare da ultimo che Fini sia consapevole del fatto che in questi casi il “possibile” per il presidente della Camera è molto poco e quel poco ci pare lo abbia già tutto consumato.

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5 COMMENTS

  1. Onestamente delle opinioni
    Onestamente delle opinioni di uno (Facci),che ebbe a scrivere che per lui la vita comincia alla nascita e qualche volta neppure,mi importa niente.Domandino a quanti italiani piacerebbe morire di fame e di sete,cosa che,se fatta ad un cane,susciterebbe grandi indignazioni.E non voglio riaprire il discorso sullo stato vegetativo,su cui molti insigni neurologi si ebbero a pronunciare.Fini ha avuto troppe illuminazioni sulla strada di Damasco ed onestamente mi sembrerebbe onesto che lasciasse la politica,se quello che sbandiera oggi è veramente pensato.Mi sembra che quello che dice sia né sarkoziano,(Sarkozy fece una campagna contro il politicamente corretto,per ridare orgoglio nel dirsi di destra,ha cambiato ministro degli interni,perché non aveva raggiunto l’obbiettivo del piano annuale di espulsioni…),né di destra,moderna o meno che sia.Sono idee della più banale sinistra.In tema di immigrazione tengono conto di nulla.Di certo non di come sono ridotti i paesi che hanno seguito le sue attuali idee,Gran Bretagna,in primis.Della sua attuale presenza in politica se ne potrebbe francamente fare a meno,senza alcun danno:Perlomeno per la qualità del dibattito.Sulla sua presenza come presidente della camera,dovrebbe avere il buon senso istituzionale o di cambiare radicalmente o di dimettersi.

  2. Fini non diverrà mai Presidente del Consiglio …
    Mai con i voti del popolo.
    Ma possono accadere delle cirostanze eccezionali, come quelle che permisero a un Lamberto Dini di adire alla carica.
    Qualora le circostanze eccezionali non riuscissero a concretizzarsi nel corso della presente Legislatura, a Fini non resterebbe altro, come facilmente pronosticato, che ritirarsi dalla politica attiva.

  3. fine
    Caro Filippo, non so se sia bella o brutta – dipende sempre dai punti di vista – ma certo e’ quella che ho scelto.

  4. Il Revisionista
    A mio modesto avviso il sig.Fini – per il quale ho sempre avuto simpatia – è affetto da sindrome di revisionismo. Capita a molti di avere l’illuminazione rivelatrice e accorgersi di stare dalla parte sbagliata – e questo è naturale. Quando invece ci sono di mezzo calcoli per fini(?) personali allora non va bene. Se vuole davvero conservare il rispetto dei suoi elettori, si metta da parte, esca dalla politica e faccia tutte le metamorfosi che vuole. Prenda esempio da Gianpaolo Pansa.

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