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L’alternativa alla dolce morte: la storia di Giusy

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Siamo in Lombardia, all’incirca tre settimane fa. La protagonista della storia è Giusy, 79enne cardiopatica cui viene diagnosticata una polmonite interstiziale. Nel Pronto Soccorso dove si trova, affollato di pazienti affetti da Coronavirus, in molti iniziano a pensare che per la signora non ci sia nulla da fare se non accompagnarla alla morte dopo una somministrazione di dosi di morfina. Giusy ha una figlia, Alessandra, che fin da subito si ribella a questa brutale sentenza e cerca di sottrarre la madre alla dolce morte con tutte le sue forze. Alessandra contatta immediatamente un medico amico, Paolo Gulisano, che le suggerisce di firmare e portare Giusy a casa: sarà infatti lui, Paolo, a prendersi cura della 79enne attraverso una cura sperimentale i cui risultati potrebbero variare da paziente a paziente, quindi non è detto che la mamma di Alessandra vivrà comunque. Ma un tentativo va fatto e, dopo diversi giorni di cure, Giusy è viva e vuole tornare alla vita di tutti i giorni.

“I fatti risalgono a tre settimane fa – ha spiegato Paolo Gulisano al nostro giornale – ho detto alla signora proviamo, c’è la possibilità di una cura non formalizzata, così ho voluto individualizzare una cura. Ora la signora sta bene, mangia, è in piedi. Bisogna sperimentare le cure in casa anche per dare sollievo agli ospedali. Non si devono fare selezioni tra i pazienti, ma curare tutti, anche gli anziani e i più fragili”. In effetti, in questi mesi di pandemia, gli ospedali italiani – e quelli lombardi in primis – sono affollati; così non è inusuale assistere a selezioni innaturali tra pazienti da curare, quando, stando anche a ciò che stabilisce la nostra Carta costituzionale, la salute è un diritto universale e va garantito a chiunque.

Ma torniamo alla storia di Giusy. Ha scritto Riccardo Cascioli su La nuova Bussola Quotidiana che “c’è un protocollo non scritto, ma non per questo meno efficace, per cui le persone anziane, soprattutto se con patologie importanti, negli ospedali non vengono neanche curate, ma semplicemente accompagnate alla morte con la morfina qualsiasi sia lo stadio della malattia”. Se Alessandra non avesse tentato di salvare la madre, la signora in questione sarebbe morta quando poteva benissimo essere salvata da un mix di farmaci alternativi come di fatto è accaduto. Certo, va detto che il diffondersi repentino del Coronavirus ha colto tutti di sorpresa, personale medico in primis e chi lavora nelle strutture sanitarie: in alcuni ospedali il le risorse umane scarseggiano e mancano al momento norme specifiche che indichino come gestire una fase emergenziale senza precedenti. Così, alcuni medici si trovano a dover operare in condizioni precarie; nonostante questo fanno il possibile per salvare vite umane.

In alcuni casi però, è triste vedere la scienza medica piegarsi alla matematica, per cui se sei giovane e c’è posto in ospedale puoi essere curato, altrimenti si percorrono altre strade. Per carità, fortunatamente questa non è la regola; va detto comunque che ci vorrebbero tanti Paolo Gulisano in Italia per garantire a tutti cure sperimentali quando la mentalità dominante opta per la somministrazione della morfina senza esperire altri tentativi. La medicina è vocazione, deve essere così, non può piegarsi ai diktat di chi crede che siamo solo numeri e non esseri umani pensanti. La vita deve andare avanti, sempre e comunque; anche quando c’è chi vuole ostacolare questo fluire, bisogna gridare con forza che si vuole vivere. Proprio come ha fatto Giusy tramite sua figlia Alessandra.

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