L’altolà di Monti costringe il Pd a frenare la tentazione di voto anticipato

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

L’altolà di Monti costringe il Pd a frenare la tentazione di voto anticipato

26 Marzo 2012

Non ha nessuna intenzione di star lì a galleggiare. Monti non è Andreotti del quale cita una delle frasi storiche: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Al Prof. di Varese non interessa e da Seul manda messaggi chiari alla politica. Ma il destinatario, in realtà, è il Pd che sulla riforma del lavoro alza barricate inseguendo la Cgil e i ‘fratelli coltelli’ (Vendola e Di Pietro). E da qualche giorno pare preso dalla tentazione di staccare la spina ai tecnici e andare al voto in ottobre. Il Pdl è pronto al confronto in Aula ma non si presterà “al Vietnam parlamentare”, copyright Quagliariello. Perché serve una buona riforma, altrimenti è meglio nessuna riforma: testo di Alfano.   

Monti non è un politico di mestiere o almeno questa non è la sua massima aspirazione e del resto per il dopo 2013 il suo nome è dato in pole per scenari tutti europei, a cominciare dalla presidenza della Commissione europea quando scadrà il mandato di Barroso. Da questo punto di vista, ci tiene a finire la legislatura completando il compito per il quale è stato chiamato a Palazzo Chigi, e tuttavia non è disposto a compromessi al ribasso con chi da sinistra si arrocca su posizioni ideologiche. O con chi vagheggia tatticismi politici in nome dei quali manda avvertimenti all’esecutivo dei Prof. nel tentativo di condizionarne l’azione e al tempo stesso lavora sottotraccia ipotizzando scenari dirompenti come quello del voto anticipato.

Fornero dice che non ci sarà alcun cedimento sull’articolo 18 e Monti conferma l’obiettivo: non è la durata a Palazzo Chigi, bensì “cercare di fare un buon lavoro”. Per questo, se il Paese inteso come “forze sociali e parlamentari” non fosse “pronto per quello che noi riteniamo un buon lavoro, non chiederemmo certo di continuare per arrivare a una certa data”. Che tradotto vuol dire: l’impianto della riforma non può essere smontato, se ci impediscono di lavorare non resteremo un minuto di più.  

L’altolà di Monti piomba nel bel mezzo della direzione nazionale del Pd, con Bersani impegnato a trovare un punto di equilibrio tra il sostegno al governo e le modifiche sull’articolo 18. Una mano, indirettamente, gliela dà proprio il premier e l’effetto è evidente: il leader democrat dice che è necessario abbassare i toni ed esclude l’idea di una crisi di governo al quale conferma sostegno “univoco e unitario”, se pure insiste su quelle ‘lacune’ della legge da colmare. Rispetto alla posizione dura e pura di qualche giorno fa, Bersani ricompone gli strappi interni al suo partito delimitando l’area della critica all’articolo 18 ma salvando l’impianto complessivo del provvedimento. Una mediazione cercata, voluta, tra chi come lettiani, veltroniani e molti ex margheriti sono più filo-montiani e chi come il responsabile economico del partito Fassina ancora ieri (prima della direzione nazionale) annunciava di essere pronto a scendere in piazza con la Cgil.

L’altolà di Monti ha messo il Pd di fronte al peso di una responsabilità pesante: staccare la spina adesso al governo per andare al voto in autunno significherebbe riportare il paese a un passo dal baratro. Quattro mesi di lacrime e sangue buttati al vento. Sul piano politico, poi, se l’idea di elezioni anticipate per l’ala dura e pura di via del Nazareno è un’opzione da considerare, è altrettanto vero che un patto di governo sinistra-centro resta uno scenario molto complicato da tradurre in realtà. E per nulla scontato. La foto di Vasto che Bersani qualche giorno fa a Porta a Porta ha rispolverato (derubricando quella con Monti, Alfano e Casini a foto del momento e dell’emergenza) non è detto che possa ri-uscire dal cassetto in quattro e quattr’otto. Del resto, la candidatura di Leoluca Orlando (Idv) a Palermo alternativa a quella di Ferrandelli uscito vincitore dalle primarie del centrosinistra, la dice lunga sul percorso in salita. E con Vendola le convergenze sono tutte da verificare.

Che dire poi di Casini? Se il suo intento, dichiarato, è quello di ricomporre l’area dei moderati, perché mai dovrebbe avallare un patto che non lo vedrebbe in una posizione dominante e che, oltretutto, non capirebbe l’elettorato centrista? E infatti, il leader Udc richiama i soci di maggioranza al senso di responsabilità, vestendo ancora i panni del pompiere. Ma non rinuncia a uno sguardo d’orizzonte che in queste ore di scenari e contro-scenari, non passa inosservato: “Non mi sono stufato dell’Udc ma le attuali casacche politiche sono ormai superate”, dice partecipando a un dibattito, per poi aggiungere che nel 2013 non serve più un partito di cattolici che è “superato” così come non servono più partiti leaderistici per i quali “abbiamo già dato”. L’obiettivo di Casini è mettere insieme Angelino Alfano ed Enrico Letta perché “la loro collocazione in partiti diversi è solo il riflesso della vecchia politica”. Che sia la risposta alla profezia dalemiana di due giorni fa? O forse sta giocando un’altra partita?

Roma-Seul, passando da Milano. Dove il Pdl presenta il Manifesto del lavoro e con Alfano ripete: meglio nessuna riforma che una cattiva riforma. In altre parole, nessun accordo al ribasso perché “se dobbiamo fare una riformetta fra cinque o sei mesi, allora aspettiamone dodici. Ci saranno le elezioni. Se vincerà la sinistra farà la sua riforma dettata dalla Cgil, se vinceremo noi continueremo il cammino di Marco Biagi”. E’ dedicato proprio al giuslavorista ucciso nel 2002 dalle Br, uno dei punti del manifesto sul lavoro che tra l’altro prevede un salario “premiale” e la contrattazione aziendale.

Passaggio ripreso da Maurizio Sacconi, artefice dell’iniziativa. Sua la proposta di cancellare i co.co.co facendo diventare l’apprendistato la via prevalente per entrare nel mercato del lavoro. Non mancano tuttavia le critiche (Alfano in testa) allo strumento legislativo col quale il governo porterà la riforma in parlamento: meglio un decreto legge che un disegno di legge, troppo esposto al rischio di un ‘Vietnam parlamentare’ rispetto al quale Gaetano Quagliariello certifica l’indisponibilità del Pdl.

Per il vicepresidente dei senatori Pdl occorre scongiurare due rischi: “da un lato la tentazione di fare del lavoro il terreno di una disputa ideologica che smarrisca i termini reali di un percorso che, al contrario, richiede attitudine al confronto concreto e una buona dose di empiria. Dall’altro, il pericolo che per accapigliarsi su singole parole d’ordine ad alto impatto politico-mediatico si perda di vista il problema complessivo. L’obiettivo,  invece, è creare maggiore occupazione, e scardinare quella visione classista e discriminatoria per la quale la tutela del lavoro coincide esclusivamente con la tutela degli attualmente occupati, e addirittura di una minoranza di occupati, nella totale indifferenza verso inoccupati e disoccupati”.

Come se, incalza Quagliariello, “l’occupazione meritevole di tutela fosse solo quella conseguita in determinate forme e in un determinato momento; come se la rete di protezione non dovesse riguardare anche e soprattutto chi un’occupazione non ce l’ha o chi l’ha momentaneamente perduta e deve poter ambire a riconquistarla. Come se se il posto di lavoro fosse una nozione ideologica e non già strumento e viatico della realizzazione personale. Come se, soprattutto, fosse eticamente giusto sacrificare la prospettiva di maggiori opportunità occupazionali sull’altare dell’inamovibilità di un sistema arcaico o comunque superato dalla realtà”.