L’America delle midterm chiede a Obama un “change” nelle sue politiche
03 Novembre 2010
GOP wins big – I Repubblicani vincono grosso! Così Fox News per tutto il giorno. La lunga maratona elettorale è finita ed è tempo di tirare le somme. E sono tutte negative per il Presidente Obama. I Democratici sono a meno 60 alla Camera dei Rappresentanti e meno 6 al Senato. I Repubblicani riconquistano la Camera dei Rappresentanti dopo quattro anni di strapotere Democratico, mentre non riescono a riprendere il Senato per un pugno di seggi, 5. Insomma siamo allo "split Congress", il Congresso diviso.
Camere dei Rappresentanti e Senato. L’House Minority Leader, il Rep. John Boehner, riconfermato ieri nel suo feudo elettorale dell’Ohio, si appresta a prendere il posto della democratica Nancy Pelosi in veste di House Majority Leader. Nella serata di ieri Obama ha alzato la cornetta per congratularsi direttamente con lui. Al Senato invece il Majority Leader, il Dem. Harry Reid, se l’è vista brutta contro la Repubblicana e molto Tea Party, Sharon Angle. Salvo per un soffio, è proprio il caso di dire. Ancora adesso al Senato rimangono in bilico tre seggi, non abbastanza per permettere comunque ai Repubblicani di impensierire nessuno. Quanto alla Camera dei Rappresentanti, il dato è molto diverso e molto incoraggiante per i Repubblicani. Oltre ogni più rosea aspettativa, il GOP conquista 240 seggi contro i 184 Democratici. Mentre scriviamo 11 sono ancora pendenti. Un margine schiacciante.
Nevada. Il Senatore Harry Reid sopravvive e batte Sharon Angle, scongiurando la disfatta più simbolica nella quale il partito democratico potesse incappare. Il capo dei Democratici al Senato si è attestato al 50,2% dei consensi contro il 44,6 % della sua sfidante repubblicana. La vittoria del senatore di Washington non ha permesso alla Angle di sfondare e a dare al Tea Party la sua vittoria più decisiva. Un provato Harry Reid ha, stamattina alla CNN, concesso che ci sarà la possibilità di ‘ritoccare’ l’Obamacare, ovvero la riforma del sistema sanitario voluta intensamente dal Presidente e rigettata fortemente dagli elettori perché troppo costosa e "europea".
Alaska. La piazza che in modo più emblematico spiega le questioni sul tavolo nel rapporto tra Repubblicani e Tea Party è proprio l’Alaska. Joe Miller, il candidato sponsorizzato dalla ex-governatrice dello Stato Sarah Palin e osannato volto del Tea Party, è entrato in conflitto con l’uscente senatrice repubblicana Murkowski. Miller, dato per favorito alla vittoria del seggio senatoriale dello Stato, potrebbe andare ad un testa a testa con la Murkowski che però potrebbe durare settimane. La ragione: la Murkowski nonostante la sconfitta alle primarie repubblicane, ha corso da indipendente e in base alla legge elettorale dell’Alaska, la candidata indipendente può ricevere soltanto voti attraverso le preferenze, il c.d. write-in. Sino a questo momento i voti di preferenza sono dati al 40% ma devono essere completamente scrutinati e potranno, ovviamente, essere oggetto di contestazione da parte degli staff degli sfidanti. Cosa che non mancherà di accadere. Sarà lunga.
Delaware. Chrstie O’Donnell, la "strega" che ha sedotto venticinquenni, candidata del Tea Party e invisa e osteggiata buona parte dell’establishment repubblicano di Washington, ha dovuto cedere le armi al candidato democratico, Coons. Sotto di 17 punti percentuali, la O’Donnell ha raccolto solo il 40% delle preferenze nel suo Stato, che una Palin apologetica nei suoi confronti ha definito “deep blu”, profondo blu, riferendosi al blu dei Democratici. Quando, sulla spinta Tea Party, Christine o’Donnell vinse le primarie alla nomination repubblicana nello Stato, Karl Rove ebbe a dire che la O’Donnell non era la candidata giusta, scatenò un putiferio. Oggi Rove ammette: “Non mi dà piacere dire che sapevo che avesse poche possibilità di vincere. Ma possiamo tirarci fuori una lezione. La O’Donnell è il classico esempio di candidato che ha ragione nel merito ma che ha poi malgestito le questioni sollevatele dalla stampa."
Florida. Marco Rubio ha vinto a mani basse nello Stato del Sud e la sua è una vittoria è tra le più importanti dal punto di vista politico. Dopo la California, la Florida è lo Stato che esprime più grandi elettori per le elezioni presidenziali. Cedere questo Stato ai Repubblicani poteva essere fatale nel lungo periodo, anche perché Rubio potrebbe essere un anti-Obama molto forte nel 2012. Ed è per questo che per vincere sul favorito trentanovenne di origine cubane, si era scomodato persino Bill Clinton, sceso in Florida per chiedere al candidato Kendrick Meek di farsi da parte per permettere al governatore uscente indipendente e un po’ flip-flop, Charlie Crist, di prendersi il voto utile democratico, tentando di sottrarre a Marco Rubio la vittoria nel più importante Stato di queste elezioni. Meek non ha accettato l’offerta e Rubio non si è lasciato impensierire. Ha vinto con il 49% dei voti contro il 20% di Crist e il 19% di Meek.
Tea Party e GOP. Colui che era divenuto il Senatore Tea Party, Jim DeMint, ben prima che questi entrassero a Capitol Hill con le elezioni di ieri, ha scritto un editoriale aperto sul Wall Street Journal di oggi dal titolo “Benvenuti, Conservatori del Senato” e recitando in sottotitolo “Ricordatevi cosa gli elettori si aspettano da voi: meno Stato e più libertà”. Il tema del giorno è una domanda: riuscirà il movimento Tea Party ad essere un asset, un vantaggio, per il GOP in vista delle presidenziali del 2012? Le parole di DeMint chiamano i neo-eletti conservatori a non dimenticare il senso della loro elezione. Già alla vigilia dello scrutinio, lo scorso 31 Ottobre, un’inchiesta giornalistica pubblicata dalla testata POLITICO e di dubbia qualità (nessuna delle fonti repubblicane è stata nominata), metteva in fila i molti repubblicani di Washington che presuntamente hanno affermato che prima cosa da fare all’indomani delle elezioni, sarebbe stata quella di “sbarazzarsi” della Palin al fine di impedirle la scalata al partito repubblicano, attraverso il Tea Party, per le elezioni presidenziali 2012.
Obama e i Democratici. Il Presidente Obama dall’East Room della Casa Bianca si è presentato alla nazione e all’opinione pubblica. Ha ammesso la sconfitta, osservando che “gli elettori sono frustrati dai risultati non visibili delle nostre politiche” e riconoscendo che alcune ”notti elettorali ti rendono più umile”. Ha ‘riconosciuto’ che alcune delle sue politiche non sono state adeguatamente comunicate (sic!). E ai giornalisti che lo incalzavano sul fatto che, forse, nel voto di ieri vi fosse anche un rifiuto chiaro e netto della sua agenda, il Presidente ha fatto orecchio da mercante. Obama ha ringraziato la detronizzata Nancy Pelosi e ha invitato i Repubblicani della Camera dei Rappresentanti “a collaborare sulla politica energetica, di cui nessuno puo’ negare l’inadeguatezza”.
I governatorati. A questo punto dello scrutinio i Repubblicani hanno ottenuto 29 governatorati e potrebbero raggiungere la fatidica soglia dei 30 governatori. Il passaggio dai Democratici ai Repubblicani è avvenuto in almeno dieci Stati: Iowa, Kansas, Michigan, New Mexico, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, Tennessee, Wisconsin e Wyoming. I Democratici, al momento, tengono la California, le Hawaii e il Vermont. In Connecticut, Florida, Illinois, Maine, Minnesota e Oregon, i margini dei risultati sono così stretti che ci vorranno giorni, se non qualche settimana, per avere i risultati definitivi.
I Referendum. Poco si è parlato dei referendum tenutesi a margine di queste consultazioni nazionali. In California la proposta di legalizzazione della coltivazione e uso della mariujana è stata rifiutata con 56% dei voti contrari. In Oklahoma il referendum inteso a imporre il divieto di applicazione della "sharia" nelle corti dello Stato ha ottenuto uno schiacciante 70% dei voti favorevoli. Infine quasi unanime il rigetto della proposta nello Stato del Colorado di istituire una agenzia per il contatto degli extraterrestri. L’84% ha preferito spendere denari statali e federali diversamente.
