L’America incorona Obama nella notte di Chicago
05 Novembre 2008
La vittoria. A mezzanotte (le sei del mattino in Italia) Obama ha conquistato la presidenza degli Stati Uniti. A quell’ora aveva già vinto nei “battleground states” in bilico tra democratici e repubblicani. Gli stati che hanno permesso al candidato democratico di raggiungere (e superare) i fatidici 270 “voti elettorali” necessari all’incoronazione. Il “Financial Times” aveva scritto che questa notte avrebbe potuto essere “molto lunga oppure molto breve”. E’ stata breve, secca e travolgente.
Il voto. I seggi si erano aperti ieri mattina all’alba. L’affluenza è stata molto alta, tra le più alte degli ultimi decenni. File lunghissime di gente paziente e disposta a sopportare operazioni di voto piuttosto macchinose. Più di 130 milioni di americani hanno partecipato alla “elezione del secolo”: tre generazioni di afroamericani e tanti giovani affascinati dal carisma di Obama. Gli elettori hanno detto di essere “sorpresi” ed “eccitati” dall’election day ed stata una bella prova di partecipazione popolare. Gli Usa sanno coltivare oltre che esportare la democrazia.
A Norfolk, in Virginia gli elettori erano in fila dalle 4 e mezza del mattino per dire la loro. Ci sono rimasti per ore, sotto la pioggia, ad aspettare il loro turno. La Virginia, lo stato-guida della Confederazione Sudista, sembrava che non dovesse cedere alle lusinghe di Obama. Alla fine ha capitolato. Si è inceppato qualcosa durante il voto, tanto da far parlare di un nuovo “caso Florida”. Nella capitale, Richmond, sono andate in tilt centinaia di macchine elettorali e si è tornati a usare carta e penna. Alcuni elettori sono tornati a casa delusi, altri si sono lamentati scrivendo messaggi di posta elettronica infuocati alla CNN. Alla fine Obama si è imposto comunque.
I primi seggi sulla East Coast hanno chiuso ieri pomeriggio ed è iniziata la roulette degli exit poll. Gli americani hanno spiegato di aver votato spinti dalla paura della crisi economica e per punire il presidente Bush. Hart’s Location, nel New Hampshire, è stato il primo piccolo centro a scegliere Obama. Poche decine di migliaia di voti ma un risultato significativo visto che, da queste parti, i democratici non vincevano dal 1968. Alla fine Obama sfonda nel Sud del Paese invertendo un trend storico che andava avanti da decenni. La “pancia” dell’America non è più repubblicana. Nell’arco degli ultimi 4 anni le cose sono cambiate profondamente.
I risultati nella notte. I dati più concreti sulla vittoria di Obama, un misto di exit poll e voti scrutinati, in Italia arrivano tra le 3.00 e le 4.00 del mattino (ora italiana). Dopo qualche incertezza Obama vince in due stati chiave: la Pennsylvania e l’Ohio. Con i suoi pesantissimi 21 elettori, la Pennsylvania è lo stato dove i repubblicani avevano investito tutte le loro speranze e le ultime risorse. La working class invece si è schierata compatta con il candidato democratico. Poco dopo è toccato all’Ohio: sono le 3.20 del mattino quando Fox assegna lo stato a Obama ed è un altro colpo strategico assestato dai democratici ai repubblicani. Di lì a poco le agenzie iniziano a battere la notizia che Obama ha vinto le elezioni. La consacrazione non arriva dalla vittoria in Florida – che viene conquistata dopo uno snervante "too close to call" – ma dagli stati del West e della Costa Occidentale.
La festa di Grant Park. Obama celebra la vittoria al Grant Park, il più grande parco cittadino di Chicago. Qui, nel 1968, il partito democratico si spaccò tra moderati e radicali iniziando quella lunga deriva lassista che ha innescato la rivoluzione conservatrice del periodo successivo. Un ciclo negativo che fu interrotto solo dalla sorprendente vittoria di Carter e dalla lunga parentesi clintoniana. Nel ‘68 Obama aveva 7 anni. Oggi è tornato sulla passerella dell’enorme palco costruito per celebrare l’evento, a parlare di speranza e cambiamento, di superamento delle ideologie e delle barriere razziali.
I 65.000 pass nominali per accedere alla festa sono andati esauriti rapidamente e, per tutta la giornata di ieri, sul web, si sono rincorse frenetiche contrattazioni per guadagnarsi un posto in prima fila. Un certo Sam, in cambio del biglietto, ha chiesto un’auto per il figlio. Qualche buontempone addirittura una prestazione sessuale. Mitt Romney si era lasciato scappare questa dichiarazione: “spero che il milione di persone che si ritroverà a Chicago trascorra un notte lunga e fredda” ma il meteo è stato clemente e i fan di Obama sono arrivati nel parco fin dall’alba.
E’ stato un grande spettacolo. Gente che correva, saltava e gridava come a un concerto rock. Molte ore dopo, i primi exit poll fanno correre qualche brivido nella schiena dei democratici. I sognatori temono che sia qualche sorpresa. Poi la notizia della vittoria in Pennsylvania riporta il buonumore e una silenziosa soddisfazione accompagna la notizia della vittoria in Ohio. Ormai è fatta. Alle 5.00 arriva il boato. Decine di migliaia di persone gridano all’unisono il nome del vincitore.
L’incoronazione. E’ il momento del trionfo. Prima la benedizione di un reverendo poi l’inno nazionale. E a mezzanotte, quando in Italia erano le 6.00 del mattino, Obama Barack sale sul palco ed entra nella storia degli Stati Uniti. La folla è in delirio, gli scatti dei flash delle macchine fotografiche esplodono. "Hallo Chicago – esordisce Obama – se c’è ancora qualcuno che mette in dubbio la forza della nostra democrazia, bene, stasera avete avuto la vostra risposta". "Il cambiamento è giunto".
Obama rende l’onore delle armi al senatore McCain, ricordando la storia dell’eroe del Vietnam. Lo ringrazia. Ringrazia anche il vicepresidente Biden. E ancora, "la roccia della mia famiglia", la first lady Michelle Obama, e tutti gli altri che hanno contribuito al successo della sua campagna elettorale.
"Questa vittoria vi appartiene, appartiene a tutti voi. Non avrei mai creduto di diventare il candidato di questa campagna". E quindi grazie ai piccoli e grandi finanziatori e ai "milioni di americani che hanno dato tutti se stessi per la campagna elettorale. E’ la vostra vittoria, la dedico a voi". Gli Usa sono in guerra e vivono una crisi economica, quindi servono "nuove scuole e nuove alleanze". "Prometto che, come popolo, ci riusciremo". Responsabilità e patriottismo ma anche una "speranza senza tregua". E’ questa la promessa del profeta Obama. "Sì, noi possiamo farlo".
La giornata di Obama era iniziata ieri mattina quando i seggi erano aperti già da un paio d’ore. Obama e Michelle, accompagnati dalle figlie, votano a Chicago nella “Beluah Shoesmith Elementary School”. Siamo nell’elegante quartiere di Hyde Park, vicino a casa del nuovo presidente. Belle case e gente ricca. Era arrivata anche la prima, buona notizia: l’ufficio elettorale delle Hawaii convalida il voto di “Toot”, la nonna di Obama appena morta di cancro. Il voto dell’anziana donna, giunto per posta, viene conteggiato regolarmente insieme a tutti gli altri. C’è la commozione, qualche lacrima, ma Obama trova anche il tempo per la tradizionale partitella di basket che ha accompagnato gli appuntamenti delle Primarie. Non è immaginabile un presidente nero che non sappia fare “ciuf”.
Ieri Obama ha chiuso la sua campagna con un blitz nell’Indiana per il suo ultimo comizio. L’Indiana è stato uno dei banchi di prova della sua strategia elettorale: espugnare gli stati in bilico che nel 2004 avevano premiato Bush. E non c’è solo la Casa Bianca. Con queste elezioni democratici sono diventati anche i padroni del Congresso. Controllavano già la Camera e con il voto di ieri mettono un forte ipoteca sul Senato.
Non dimenticheremo “Mac”. Per qualche ora John McCain ha creduto ancora di essere l’uomo delle sfide impossibili. Avrebbe voluto sorprenderci e sorprendersi, conquistando tutti gli stati in bilico. Ma era una missione impossibile. Nonostante lo abbiano preso in giro in modo feroce, questo instancabile 72enne è riuscito a reggere la sfida fino all’ultimo, senza cedere al ritmo massacrante imposto da Obama all’ultimo scorcio di campagna elettorale. Gli ultimi due comizi li ha fatti in Colorado e in New Mexico, per convincere gli americani ancora scettici.
In Colorado ha praticamente implorato gli elettori: “Non c’è niente di inevitabile – ha detto alla fine della sua maratona – sento questo momento, lo sento come lo sentite anche voi, e stiamo andando a vincere queste elezioni”. E’ anche andato a pregare in chiesa. Al suo fianco c’era Cindy, la bella moglie che non l’ha mollato un attimo. Ma il miracolo non è arrivato. Neppure a casa, in Arizona, dove i sondaggi davano favorito per McCain.
Per tutta la giornata il manager della sua campagna ha continuato a ripetere che i sondaggi andavano presi con le molle: “Siamo decisamente all’interno del margine di errore in tutti gli Stati decisivi. Abbiamo buone possibilità di raggiungere e di superare Obama”. Ma non c’è stato niente da fare, non è servito neppure contestare certi procedimenti di voto un po’ fuori dalle righe. I repubblicani per esempio hanno criticato come sono state gestite le elezioni in New Hampshire e in Virginia, per esempio. Soprattutto in quest’ultimo stato dove ci sono numerose basi militari. McCain ha chiesto a un tribunale federale di concedere una proroga di dieci giorni di voto per i militari in missione all’estero. Alle 5.20 (ora italiana), John e Cindy si presentano sul palco di Phoenix. McCain dichiara di aver parlato con Obama, lo applaude e riconosce "l’importanza speciale" che queste elezioni rappresentano per la comunità afroamericana degli Stati Uniti. "Un motivo di orgoglio".
Non dimenticheremo John McCain, la sua esperienza, quello che ha visto e vissuto in Vietnam. E sarebbe opportuno che anche Obama, più carismatico, ma anche più giovane e inesperto, non dimenticasse la lezione di Mac.
E Sarah? La contestatissima vicepresidente Sarah Palin è tornata nel gelido Alaska per votare a Wasatilla. Molti conservatori negli ultimi giorni hanno storto il naso accusandola di aver danneggiato la campagna del candidato repubblicano con i suoi atteggiamenti troppo aggressivi, buoni a conquistare la platea della destra religiosa e conservatrice, ma inadatti all’elettorato moderato e indipendente. Qualcuno ha sostenuto che il populismo della Palin non ha niente a che vedere con i valori e gli ideali originari del movimento conservatore. Eppure Sarah ha difeso con forza l’etica e i valori della base conservatrice. E’ uscita pulita dai piccoli e grandi scandali in cui l’avevano incastrata e promette di continuare a fare politica.
