L’America pagherà un prezzo molto alto per “l’Obamacare”

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L’America pagherà un prezzo molto alto per “l’Obamacare”

23 Marzo 2010

Non ci sono solo banche o imprese “too big to fail”, troppo grandi per fallire. Banche o imprese il cui peso simbolico e la vastità di interessi dovrebbe giustificare imponenti sussidi pubblici per evitarne la chiusura. Salvo poi accorgersi che i costi  e le distorsioni per tenere in vita queste realtà a spese dello Stato, sono alla lunga sempre maggiori di quelli del fallimento.

Ci sono anche imprese politiche “too big to fail”, anche queste troppo grandi per fallire. E’ così che Barack Obama ha portato al successo parlamentare la sua riforma sanitaria. La “Obamacare” era divenuta col tempo troppo importante per la Casa Bianca, troppo gravida di significato per la parabola personale del presidente, troppo connessa alla “narrazione” salvifica del primo presidente nero, "too big" per potersi permettere di vederla fallire.

Obama ha però dovuto dispiegare un gigantesco investimento politico per portare a casa il risultato, i cui costi si cominciano già a vedere. Dal voto di domenica al Congresso viene scosso il sistema costituzionale americano, con il potere federale messo in contrasto con quello degli stati (sono già 33 quelli che hanno annunciato contromisure); esce infranto ogni possibile sogno bipartisan, con il partito Repubblicano che nello scontro ha ritrovato peso e unanimità e ora è pronto a incassare ricchi dividendi nelle elezioni di mid-term; e soprattutto si rompe quell’unità delle nazione che Obama aveva promesso di ricostruire dopo gli anni bui di Bush, con i cittadini americani divisi, confusi ed esasperati: anche quelli che pensano di aver vinto.

Tutto questo senza aver ancora detto una parola sui contenuti della riforma e sui 938 miliardi di dollari che costerà ai contribuenti nei prossimi 10 anni. Ma per capirne il senso non servono lunghe tabelle e complesse proiezioni. Basta leggere uno degli slogan della protesta anti-riforma: “Non vogliamo fare la fine dell’Europa”. E’ il vecchio continente il vero spauracchio del fronte che si è opposto alla Obamacare. Identificato come il luogo dove un welfare spaventosamente costoso compromette la crescita economica, si trasforma in una tassazione intollerabile e produce un sistema sanitario burocratico, inefficace e fonte di corruzione.

L’idea che le scelte personali in fatto di cure e di salute, vengano messe in mano ad una burocrazia federale non eletta e irresponsabile, ripugna profondamente allo spirito di frontiera americano perché si trasforma in un immane progetto di ingegneria sociale troppo simile al socialismo e alle sue peggiori realizzazioni. “La sanità di Stato è da sempre il santo Graal della sinistra” scrive oggi il presidente della Heritage Foundation, Edwin Feulner, “e gli Americani l’hanno sempre respinta perché estranea al loro carattere nazionale. Con questa legge si è consumata una tragedia dell’arroganza”.

Dopo la crisi economica, con gli immani stimoli pubblici, lo Stato federale è entrato nell’economia americana come mai in precedenza. Dalle banche agli pneumatici, passando per le automobili, oggi Washington detta la sua politica industriale al paese. Ora, con la riforma sanitaria il governo e la sua burocrazia si mettono a regolare anche la vita e della salute dei cittadini, dalla culla alla tomba.

I repubblicani ieri sorridevano dietro maschere di contrizione: hanno capito che a politicizzare la salute non c’è che da rimetterci. Da domani il cittadino americano non contento delle sue cure non se la prenderà più con le assicurazioni esose e avare, con i medici poco preparati, con le case farmaceutiche e i prezzi dei medicinali. No, da domani tutta la colpa sarà di Washington, di Barack Obama e della sua riforma.