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Risposte alla crisi

L’America tornerà al New Deal

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Di fronte all’aumento del rischio sistemico e alla minaccia di una deflazione planetaria, l’inquietudine degli spiriti non è minore rispetto a quella che domina i mercati. Dal lato del credito, quattro settimane dopo il fallimento di Lehman Brothers, il mercato interbancario resta in coma irreversibile e il rischio più probabile è quello di una crisi del finanziamento delle economie dei Paesi sviluppati. Dal punto di vista della produzione si profila nel 2009 un ciclo recessivo per tutti i Paesi dell’emisfero nord. Per la Francia, l’economia meno dinamica della zona euro insieme all’Italia, tutto ciò si tradurrà in un calo produttivo compreso tra lo 0,5 e l’1%, un tasso di disoccupazione attorno all’8,5%, un deficit e un debito pubblico pari rispettivamente al 3,5% e al 70% del Pil. 

Dagli anni Trenta le risposte a situazioni di questo genere sono note grazie ai lavori di Irving Fischer e John Maynard Keynes. Tre interventi di urgenza: ricapitalizzare e ristrutturare le banche; sostenere la produttività grazie alla spesa pubblica e alla diminuzione dei tassi di interesse; privilegiare la cooperazione tra le nazioni e i continenti al fine di ridurre le misure protezioniste. Un intervento di medio termine: migliorare la produttività delle economie indebitate. Tutto ciò non può scongiurare l’emergere di polemiche: vendetta della politica sul mercato, ritorno all’economia chiusa e amministrata, rovina del capitalismo, fallimento del liberalismo.

L’elogio della supposta saggezza del politico rispetto alla follia dei mercati non regge. La responsabilità del potere politico è direttamente chiamata in causa nella nascita e nello sviluppo della crisi. In primo luogo negli Usa, con il naufragio dell’ideologia neoconservatrice che ha provocato una vera e propria situazione fallimentare. Ma più in generale nelle democrazie dove i governi hanno largamente distribuito i dividendi fittizi del dopo Guerra Fredda e della bolla finanziaria della quale i consumatori dei Paesi sviluppati sono stati i primi approfittatori.

Il crac politico non è minore rispetto a quello dei mercati. L’egoismo e la mancanza di prospettiva non sono appannaggio dei traders. Per comprenderlo è sufficiente constatare il vuoto di potere che si è verificato negli Usa in un momento critico. L’autoregolazione dei mercati è un mito. Di fronte al loro crollo non c’è alternativa all’intervento massiccio dello Stato. Questo non implica però che lo Stato debba fare tutto ad ogni costo e a qualsiasi condizione.

Si prenda come esempio la questione delle nazionalizzazioni: a fronte di una crisi bancaria è un’arma indispensabile ma da utilizzare come estrema ratio, solo quando tutte le soluzioni di mercato hanno fallito, limitata nel tempo e condizionata a garanzie per i contribuenti.

Allo stesso modo le deroghe allo stato di diritto, che si tratti di diritto alla concorrenza o diritto finanziario, non possono moltiplicarsi senza base legale. In breve, in questi interventi, lo Stato non deve sostituirsi al mercato o allo stato di diritto, ma ristabilire al più presto il loro normale funzionamento.

Contrapporre i vizi del capitalismo finanziario anglosassone alle virtù dell’economia amministrata alla francese è del tutto artificioso. Occorre dare prova di discernimento. Gli Stati Uniti devono assolutamente avviare un nuovo New Deal per modernizzare le loro infrastrutture, aumentare le tasse per i ricchi, tenuto conto di un tasso di prelievo obbligatorio del 34%.

Totalmente differente è il contesto francese dove la spesa pubblica e il prelievo fiscale obbligatorio raggiungono rispettivamente il 54 e il 44,4% del Pil e nel quale il debito pubblico diventerebbe insostenibile al di là del 70% del Pil. Il mantenimento delle strutture di un’economia chiusa e amministrata ha escluso il nostro Paese dai benefici della crescita continua, oggi lo espone al crac e gli farà perdere la ripresa mondiale qualora la crisi divenisse il pretesto per rimettere in discussione le riforme.

Il capitalismo in crisi cambierà ma non scomparirà. Si tratta di un modello di produzione fondato sullo spirito di impresa e il guadagno in funzione del rischio. Nella sua forma globale, di cui la finanza era la punta avanzata, si è allontanato da questi principi, scindendo i profitti e i guadagni dalle performance e dai rischi reali.

Ma il capitalismo ha una capacità di rigenerarsi grande almeno quanto quella di generare bolle speculative. Esso sopravviverà trasformandosi, con la speranza di preservare la dinamica di integrazione e di innovazione della globalizzazione, assicurandosi regole più efficaci attraverso il coordinamento tra gli attori di un sistema multipolare.

Il liberalismo è una filosofia politica fondata sul rispetto dei diritti dell’individuo, ma anche sul primato della decisione collettiva. La deflazione destabilizza le classi medie vero fondamento delle democrazie alimentando il nazionalismo, il protezionismo e il populismo. In quanto scommette sulla razionalità dei cittadini, poiché si basa sul rispetto dello stato di diritto e fissa un principio di moderazione e di controllo dei poteri, il liberalismo costituisce il miglior antidoto all’instabilità delle pulsioni collettive e la migliore guida per ricostruire il capitalismo del XXI secolo.

Il liberalismo non è dunque la causa ma la soluzione alla crisi del capitalismo globalizzato.

Nicolas Baverez. Le Monde, 15-10-2008

(Traduzione Michele Marchi)

 

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