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L’anima secolare del paese scende in piazza

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La Borsa di Istanbul si è svegliata ieri mattina con un ribasso dell’8%.  Il crollo è l’evidente risposta del mercato alla grave situazione di crisi e d’incertezza causata dalle elezioni presidenziali turche in corso in questi giorni. La prospettiva delle nomina di un esponente del partito islamico AKP alla carica che fu del “Padre dei Turchi”, Kemal Ataturk, ha risvegliato l’anima secolare del paese e portato alla luce tutte le contraddizioni latenti della sua democrazia, per molti aspetti precaria.

Già durante le scorse settimane, il mondo economico turco aveva preso le distanze dal tentativo del Premier Recep Tayyp Erdogan e del suo partito AKP di conquistare la presidenza. Una posizione non scontata, considerato l’apprezzamento che finora gli ambienti imprenditoriali hanno riservato all’operato del governo filo-islamico, fortemente improntato al raggiungimento dei criteri economici – libero mercato e stabilità in primis -  fissati dalla UE per l’ammissione di nuovi membri. Di fronte alla prospettiva di un  islamista insediato nella massima carica dello stato, tradizionale garante della laicità della Turchia, sia la Tusiad (Confindustria turca) che l'ex governatore della Banca centrale, Sureyya Serdengecti, hanno però sposato le preoccupazioni della classe militare e dell’arci-secolarista presidente uscente Ahmet Necdet Sezer. «La presidenza della Repubblica – ha dichiarato giorni fa il capo della Confindustria Arzuhan Yalcindag Dogan - è un'autorità di garanzia e super partes. Un presidente non condiviso da tutto il popolo può portare a tensioni politiche». Alle preoccupazioni di  Yalcindag hanno fatto eco quelle di Sureyya Serdengecti: «se i mercati non apprezzeranno il risultato delle elezioni presidenziali sono possibili turbolenze non solo politiche, ma anche nella volatilità della lira turca e dei tassi di interesse, nonché negli investimenti stranieri». E i mercati, ha avvertito in modo lapidario il fautore del risanamento della lira turca, «hanno paura di Erdogan presidente».

Ora la candidatura del Primo Ministro e leader dell’AKP Erdogan è stata ritirata in favore di quella dell’attuale ministro degli Esteri, e sempre filo-islamico, Abdullah Gul. La sostituzione di facciata, tuttavia, non ha convinto nessuno degli oppositori dell’AKP alla presidenza. Domenica 29 Aprile, oltre un milione di persone – senza distinzione di partito – sono scese in piazza ad Istanbul per protestare contro il ministro filo-islamico e difendere la laicità dello stato. Si tratta della seconda grande mobilitazione in sole due settimane a sostegno dell’eredità di Kemnal Ataturk: una democrazia totalmente secolarizzata in cui la separazione tra stato e religione islamica rimanga un patrimonio chiaro ed intoccabile. I milioni di Istanbul e, ancor prima, di Ankara vedono la conquista della presidenza da parte dell’AKP come una minaccia concreta e sostanziale a questo principio, tanto più che il partito islamico controlla già il parlamento ed il governo. Il rischio annunciato di «una deriva verso il dominio di un solo partito» - come lo hanno definito i manifestanti - rende ancora più vitale la necessità di una presidenza indipendente, capace di difendere i principi fondanti della democrazia turca. I laici accusano Erdogan di spingere  per una subdola islamizzazione dello stato e del paese. L’incapacità di arginare il fondamentalismo e di difendere le minoranze etniche e religiose del paese, l’aumento delle tasse sull’alcool, i tentativi di riforma dell’impostazione “secolare” della scuola e la recente proposta di criminalizzare legalmente l’adulterio – per citare solo alcuni esempi – spingono la Turchia moderata e laica a diffidare della politica apparentemente filo-occidentale di Ankara. Politica che subirebbe evidenti ripercussioni nel caso l’AKP riuscisse a conquistare la presidenza.

In un recente studio (http://www.washingtoninstitute.org/templateC04.php?CID=268), Soner Cagaptay, direttore del Programma di ricerca sulla Turchia del Washington Institute, ha messo in evidenza i rischi di una tale operazione politico-istituzionale, che renderebbe il paese simile ad un regime “a partito unico”. Una simile involuzione della democrazia turca non sarà priva di ripercussioni sulle relazioni con l’Occidente e, in particolare, con gli Stati Uniti, poiché – spiega Cagaptay – alla crescente centralità dell’Islam a livello interno, non può che corrispondere un riavvicinamento con i pesi musulmani in politica estera.

La candidatura di Gul solleva questioni basilari per la stessa identità della Turchia. Oltre ad un fondamentale ruolo simbolico, infatti, la carica presidenziale conferisce alcuni poteri chiave, come quello di porre il veto sulla produzione legislativa del parlamento e quello di nominare i massimi esponenti del sistema giudiziario ed accademico. Grazie al primo, l’attuale presidente Sezer negli ultimi 5 anni ha bloccato ben 150 leggi promulgate dal governo turco. Con la possibilità di agire su giudici ed università (due baluardi della laicità) l’AKP potrebbe invece erodere il carattere secolare dello stato, ad esempio attribuendo maggiori poteri alle imam-hatip, scuole islamiche per la formazione dei leader religiosi, oppure abolendo il divieto di portare simboli musulmani – soprattutto velo e turban – negli uffici pubblici e nelle università.

L’entità di questo rischio è chiaramente percepita dai secolaristi turchi, che nelle manifestazioni di Ankara ed Istanbul hanno assunto questo tema a simbolo della minaccia islamista alla laicità dello stato. “La first lady con il velo” è stato uno degli slogan portati in piazza, con chiaro riferimento alla moglie di Gul, famosa per aver fatto ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo contro il divieto di indossare questo emblema musulmano nelle università. Opponendosi al pretestuoso occidentalismo di Erdogan e del suo partito, milioni di Turchi chiedono non solo il ritiro della candidatura alla presidenza del Ministro degli Esteri, ma anche elezioni anticipate per testare il vero consenso nazionale verso l’AKP: una soluzione democratica per un paese che intende caparbiamente rimanere tale. «Non vogliamo né la Sharia, né un colpo di Stato, ma una Turchia pienamente democratica» è lo slogan più significativo dei dimostranti del 29 Aprile, in risposta al non troppo velato ultimatum dell’esercito turco, che si è detto pronto a prendere «pubblicamente ed apertamente posizione, se sarà necessario». La classe militare, che si autodefinisce guardiano della rivoluzione kemalista, sembrerebbe pronta ad intervenire di nuovo contro il governo filo-islamico, ad appena 10 anni di distanza dall’ultimo golpe “soft” in difesa della laicità dello stato. Paradossalmente, tuttavia, oggi il potere dell’esercito è stato molto ridimensionato dai quei provvedimenti presi da Erdogan per andare incontro ai dettami dell’Unione Europea, che sicuramente non vedrebbe di buon occhio una nuova ingerenza delle forze armate.

Ancora una volta, il secolarismo turco si trova stretto tra la minaccia islamista ed il paradosso di una democrazia costretta a reggersi sui militari. Il vento di crisi che ora ha coinvolto i mercati turchi, bloccati dall’incertezza e dal rischio di un nuovo golpe, è importante perché impedisce ad Erdogan di nascondersi per l’ennesima volta dietro al paravento dei successi della sua politica macroeconomica, evitando il tema dei rapporti tra stato e religione. Perfino i critici della mobilitazione laicista – definita dal New York Times snob ed intrisa di pregiudizi – devono riconoscere la negligenza del Primo Ministro nel suo modo di rapportarsi alla Turchia moderata e nel continuo glissare sul tema del rispetto del secolarismo da parte del suo partito filo-islamico.

Il discorso alla nazione tenuto ieri dal leader dell’AKP, tuttavia, ha di nuovo deluso quanti si aspettavano un chiarimento definitivo. «Possiamo superare molti problemi fino a che ci tratteremo con amore», si è limitato a dire Erdogan, richiamando il paese a unità, compattezza e solidarietà. Ma solidarietà intorno a cosa, adesso che anche la classe imprenditoriale chiede elezioni anticipate e che la lira turca continua a crollare sui mercati internazionali? Il Premier turco continua a sostenere il candidato del suo partito, ma non potrà ignorare ancora a lungo né la bistratta minaccia di golpe, né l’alternativa democratica offerta dai laici e reclamata dal mondo economico, che sembra temere l’intervento dell’esercito più di ogni altra cosa.   

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