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L’animalismo è l’ultima nevrosi occidentale

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Hiasl ha ormai 26 anni, sa riconoscersi allo specchio e sa giocare benissimo a nascondino. Avrà pure diritto a non passare il resto dei suoi giorni in un laboratorio: in quanto essere umano, merita molto di più. Toccherà a un tribunale di Vienna prendere la decisione. Hiasl è uno scimpanzé umanoide, col suo netto 90% di DNA simile in tutto e per tutto a quello dei tanti avvocati che ne prendono le difese. La controffensiva animalista riparte da qui. Dalla denuncia sistematica di ogni sopruso razzista, perpetrato dall'animale-uomo contro l'animale-bestia. Perché quest'ultima distinzione non ha più ragion d'essere. È solo specismo, è bieco razzismo della specie. Che come tale, va perseguito e condannato senz'appello.

Brutte bestie, questi umani. Strani umani, queste bestie. Così intelligenti, nonostante la razionalità istintuale. Così comunicative, nonostante manchi loro la parola. E così sensibili, così affettuose. «Già. Ma non arrivano a concepire l'umanizzazione di altri animali», polemizza Patrice de Plunkett, puntuto giornalista d'Oltralpe. «A noi umani ci frega il culto dell'emotività. La adoriamo, preferendola comunque all'esercizio razionale». L'annoso problema dell'identità. Per dialogo e scontro con l'altro. In questo caso, con l'animale. Anzi «con la bestia, se la si chiama col suo vero nome». Jean-Marie Meyer, filosofo membro del Pontificio Consiglio per la famiglia, alza il tiro: «L'animalismo è una delle nevrosi dell'Occidente. L'ennesima ideologia irrealistica, al fondo antiumana e antianimale». Do you remember l'eterogenesi dei fini? Il trattamento umano fa del male alla bestia: aumentano gli animali obesi o malnutriti, e lo stesso quelli malati o cagionevoli, troppo sedentari, disadattati, molto più aggressivi che una volta. Siamo animali, mica bestie è un pamphlet provocatorio e serissimo, a dispetto di una facciata grottesca (Jean-Marie Meyer, entretiens avec Patrice de Plunkett, Nous sommes des animaux mais on n'est pas de bêtes. Libres propos d%27un philosophe sur les animaux et les hommes, Presses de la Renaissance, Paris 2007). Riporta la conversazione finissima e serrata tra il cronista e l'accademico, nell'analisi di temi decisivi. L'amicizia tra uomo e animale non è affatto in discussione: la riscoperta di ciò che è autenticamente e propriamente umano, quella sì. La società dei “diritti civili dei cetacei” non è un mondo alla rovescia? «Da almeno venticinque secoli l'animale-uomo sa di essere altro dall'animale-bestia», spiega il professore. «Misconoscere questa consapevolezza è folle: significa depotenziare l'umano e deificare la bestia. Bien sûr che l'animalità è una delle caratteristiche dell'uomo. In compenso, l'umanità dell'animale l'abbiamo inventata noi: solo perché ci fa enormemente piacere, quando crediamo di fare piacere». Il paradosso della concessione di diritti-non richiesti risolve, sul piano sociale, paranoie e schizofrenie del tutto personali. «Moi c'est lui et lui c'est moi», delira un ex padrone (della bestia e della situazione). Benvenuti nel pianeta delle scimmie: ci salverà forse la filosofia? Plunkett ha un'idea migliore. Basta la vecchia e saggia antropologia cristiana: c'è un preciso ordine, tra le creature. E a sovvertirlo, sono guai.


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1 COMMENT

  1. Certo, esistono animali
    Certo, esistono animali obesi e sempre più aggressivi…ma che relazione intrattiene questo con i “trattamenti speciali” (vivisezione, caccia, macellazione cruenta etc.) riservati dall’uomo agli animali? Non si tratta di umanizzare le bestie – tra l’altro, siamo così sicuri che anche l’uomo non lo sia, una bestia? Dopo le tragedie del XX secolo anche l’antropologia classica è entrata in crisi e necessita un ripensamento – si tratta solamente di ristabilire un certo equilibrio tra umanità e mondo animale. Non si tratta di assegnare diritti civili alle balene; credo si accontentino del semplice diritto alla sopravvivenza.

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