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Effetti della riforma "Mastella"

L’Anm sbaglia a scioperare ma la politica non si impunti sulle procure vacanti

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La revisione delle circoscrizioni giudiziarie rappresenta uno dei temi ricorrenti di ogni progetto di riforma della giustizia avanzato in Italia negli ultimi cinquanta anni.

In teoria, tutti gli addetti ai lavori sarebbero d’accordo sul principio di riorganizzare gli uffici giudiziari e ottimizzare l’utilizzo delle risorse, allocandole sul territorio in modo più razionale. In concreto, però, non lo si è mai fatto. Il che è veramente singolare, considerando che questa esigenza è stata proclamata, in modo pressochè identico, da Parlamentari di ogni schieramento politico, Ministri della Giustizia e Componenti del C.S.M., Organismi dell’Avvocatura e Associazione Nazionale Magistrati.

A determinare il recente collasso del sistema non è stata però la mancata riforma delle circoscrizioni giudiziarie, anche se la sua tempestiva realizzazione l’avrebbe forse scongiurato, quanto la recente introduzione, con la riforma Mastella, del divieto di assegnazione dei magistrati di nuova nomina alle funzioni requirenti e monocratiche penali. Per averne conferma basta esaminare i dati relativi alle scoperture degli uffici di Procura, passate dalle 86 del 31 luglio 2006 alle 249 rilevate il 31 luglio 2009. A fronte della situazione che si andava delineando, sarebbe stato  ragionevole da parte del legislatore prendere atto della non sostenibilità della disposizione e, se non rimuovere il divieto, prevedere quanto meno la possibilità di derogarvi nei casi in cui la carenza di organico in un ufficio superasse una certa quota. La previsione che il giovane pubblico ministero dovesse essere affiancato, nei procedimenti più delicati, da un collega di maggiore esperienza e i penetranti poteri di coordinamento e controllo attribuiti al Procuratore Capo dalla recente riforma dell’ordinamento giudiziario, avrebbero reso, peraltro, assolutamente marginali i rischi derivanti dalla sua paventata inesperienza.

Si è invece scelta una soluzione, quella del trasferimento d’ufficio previsto dal decreto legge n. 193 del 2009, che non solo non sembra in grado di risolvere il problema (che non ha caratteri di contingenza e che quindi non può essere efficacemente affrontato con strumenti di emergenza), ma che penalizza ingiustamente solo i magistrati più giovani, rischiando di spingere i talenti migliori verso percorsi professionali diversi dalla magistratura ordinaria, in grado di assicurare un trattamento economico migliore e una sede di lavoro certa.

La possibilità di un repentino trasferimento della sede di servizio, a prescindere da qualsiasi domanda, sembra infatti non considerare che anche questi giovani, che spesso provengono da famiglie non agiate ed hanno affrontato grandi sacrifici per preparare e superare il concorso di accesso in magistratura, avrebbero diritto a sviluppare una normale vita familiare e a radicarsi su un territorio.

Tanto più se si considera che il problema della carenza degli organici di alcuni uffici  si sarebbe potuto risolvere attraverso un complessivo ripensamento dell’organizzazione giudiziaria e la previsione di adeguati incentivi, economici e di carriera, per chi avesse dato la disponibilità al trasferimento. 

Il problema della “desertificazione” delle Procure e le dubbie soluzioni legislative adottate per rimediarvi evidenziano, quindi, non solo il rischio di lasciare esposte intere zone del paese alle iniziative della criminalità organizzata, ma anche un vero e proprio deficit di attenzione e fiducia nei confronti dei più giovani. 

Forse lo sciopero minacciato dall’Associazione Nazionale Magistrati è uno strumento di protesta che non risolverà il problema e che, semmai, si sarebbe dovuto utilizzare contro la riforma “Mastella”, ma certamente non può più essere elusa l’esigenza di avviare una stagione nuova nel rapporto tra politica e magistratura, che hanno il dovere di collaborare nell’interesse del paese.

* Vice Segretario di Magistratura Indipendente

 

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