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L’annessione della Turchia ma all’Europa del calcio

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La qualificazione della Turchia ai prossimi Europei di calcio (Austria-Svizzera 2008) dipenderà dal risultato della partita contro la Norvegia, in programma nello stesso giorno di Scozia-Italia, l'ormai fatidico 17 novembre. La qualificazione della Turchia come “Stato membro dell'Unione Europea” dipenderà invece da tutt'altri fattori, in particolare politico-istituzionali ed economici, senza tralasciare la questione generale del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sollevata dagli stessi organismi comunitari.

A differenza della nazione di Tayyip Erdogan, la nazionale di Fatih Terim gioca d'anticipo: dalla sua ha già le carte in regola anche dal punto di vista tecnico, e sul suo passato più o meno recente non gravano le ammonizioni, espulsioni o minacce di squalifica dalla partita continentale, comminate invece alla madre patria. Perché la geopolitica del football - e più in generale dello sport europeo - è poi figlia di processi storici sui generis, certo molto recenti, e alle volte sorprendentemente autonomi rispetto al contesto generale che li circonda, in particolare per quanto attiene alla trama delle relazioni internazionali. Così che l'undici di Istanbul ha sempre partecipato ai Campionati europei di calcio, fin dalla loro prima edizione (Francia 1960). Del resto la stessa Coppa dei campioni per club, ancora qualche anno prima, aveva visto impegnato da subito il Galatasaray, polisportiva della vecchia Costantinopoli fondata da immigrati inglesi a inizio secolo.

La storica annessione della Turchia all'Europa sportiva è poi documentata da annali e albi d'oro relativi ad altre discipline, diffuse su tutto il continente. Per esempio il volley e il basket, afferrando di rimbalzo la portata sociale del repentino allargamento ad est della pallacanestro europea, sport forte di un legame antico con le tre repubbliche baltiche Lituania, Lettonia ed Estonia. S'intende che caso per caso, di anno in anno, si è quindi proceduto a cancellare e a disegnare nuovi confini sui fronti orientali e mediterranei, a discrezione delle varie federazioni europee competenti, secondo la convenienza di un'operazione in primo luogo economico-commerciale; e secondariamente - va da sé - strategico-diplomatica, vuoi per iniziativa della nazionale che si sente esclusa, vuoi per invito formulato dal resto del continente a un concorrente in più, da far scendere in campo nell'arena europea. Ma se il gioco si fa duro e le durezze della politica cominciano a giocare, stabilendo chi fa parte e chi non fa parte dell'Europa sportiva: perché sì alla Turchia nella Ue, e Israele invece no? Solo perché il Beitar Gerusalemme non si è qualificato per la fase a gironi della Champions League, nell'agosto scorso? Quanti titoli continentali dovranno aggiudicarsi ancora, i cestisti penta-campioni del Maccabi Tel Aviv, prima di continuare sì a calcare i parquet di mezza Europa, ma finalmente da cittadini europei?

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