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Sei mesi dopo il sisma

L’Aquila, un mosaico di storie, persone, famiglie, case, quartieri e tendopoli

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Settembre a L’Aquila. Il punto di svolta per vedere se dopo il terremoto di aprile la città rinasce o deperisce, se si ricostruisce o si abbandona, se la va o la spacca. 

Il dramma collettivo, che dal 6 Aprile ha segnato L’Aquila e i comuni limitrofi compresi nel “cratere” del sisma, si è trasformato col passare dei mesi in un mosaico di storie individuali, di famiglie, di uffici, di condomini, di quartieri, di frazioni, di tendopoli. Ci sono alcuni, pochi, che hanno deciso di migrare, di cambiare città e vita. Amici che si sono iscritti all’università di Teramo invece che a quella dell’Aquila, o che hanno trovato lavoro e casa a Pescara o Chieti. Scelte personali, scelte di vita, scelte mai facili.
Ci sono alcune migliaia di persone che hanno casa agibile, “Casa A”, ma hanno avuto paura di tornare a casa e sono rimaste negli alberghi della costa o nelle tendopoli finché i Carabinieri e le altre forze dell’ordine non li hanno costretti, quasi a forza, a lasciare le sistemazioni cui non avevano più diritto e tornare alla normalità. E ci sono quelli che nonostante abbiano casa “A” dormono in casette di legno costruite nell’orto, oppure stanno nel proprio letto vestiti, con la porta aperta e la valigia pronta in caso di un’altra scossa. La paura è una brutta bestia, e la razionalità stenta a tornare quando ancora il 24 settembre ha fatto una scossa di 4,1 gradi Richter. Ma pian piano le persone si abituano a tutto, e ormai con scosse di 3 gradi non si smette neanche più di lavare i piatti.
Ci sono i tanti che hanno casa potenzialmente agibile a patto di fare lavori più o meno leggeri, “Casa B” e “C”, e sono impegnati a farsi preparare il progetto, a trovare ditte edili libere, a sbrigare le pratiche necessarie in Comune per ottenere dalle banche i finanziamenti stanziati dal governo. Un percorso lento a causa della difficile logistica in cui operano gli uffici a L’Aquila, e del fisiologico ritardo nel realizzare e rodare il meccanismo di finanziamento previsto dalla legge. Così sono tante le storie di persone che cenano in case con le crepe mentre aspettano che passino i 30 giorni necessari per far scattare il silenzio assenso dal Comune e iniziare quindi la ristrutturazione, o che lavorano a fianco agli operai per costruire le case in legno nell’orto perché la propria palazzina non sarà a posto prima dell’inverno.
 

Ci sono gli oltre 5.000 nuclei familiari che hanno casa completamente inagibile, “E” “F” o nella “Zona Rossa” del centro storico dell’Aquila, e che hanno quindi diritto alle C.A.S.E., i Complessi Abitativi Sismicamente Ecocompatibili, voluti dal governo e realizzati a tempo di record dalle ditte chiamate dalla Protezione Civile. Persone che sono nella graduatoria degli alloggi pubblicata online a settembre, e che da questa settimana a metà dicembre entrano a ondate nelle C.A.S.E. man mano che saranno completate e ammobiliate. Oppure persone che stanno in affitto nella provincia dell’Aquila a carico della Protezione Civile, o che ricevono fino a 600 euro di contributo per autonoma sistemazione, a seconda di come hanno scelto nel censimento di agosto.
Tutte queste persone e le loro storie nei mesi scorsi si sono incrociate tra loro ogni giorno, la mattina in fila agli uffici sistemati nella caserma Guardia di Finanza di Coppito, o il pomeriggio al centro commerciale “L’Aquilone” che è diventato un surreale succedaneo del centro storico chiuso, o la sera nei locali che hanno riaperto un po’ ovunque in periferia, in campagna e specialmente a Viale della Croce Rossa appena fuori le antiche mura cittadine. Tra i ragazzi questa estate, invece che chiedersi “dò sci stato in vacanza?” e “come sta la quatrana?”, (la quatrana è la propria ragazza, ndr) ci si è chiesto “com’è casa té, C o E?” e “dò stai a dormì, in tenda o in roulotte?”. Ma nonostante questo, quegli stessi ragazzi hanno fatto gli esami universitari nelle tendopoli, hanno lavorato al G8 come camerieri per arrotondare, hanno giocato a calcetto da Panella, e a Ferragosto hanno cotto alla brace arrosticini di pecora come ogni santissima estate brindando e scherzando come sempre. E "L'Aquila bella mè" era la canzone che più si sentiva e cantava questa estate. 

Ma la realtà a L’Aquila non è un fermo immagine, è piuttosto un film che va avanti a ritmo straordinario. Rispetto alla situazione di giugno, chi questa estate è mancato da L’Aquila anche solo per poche settimane  ha trovato al suo ritorno molte cose cambiate.  
Ha riaperto la Banca d’Italia, l’Archivio di Stato, l’ACI, gran parte dell’ospedale regionale, gli uffici delle Poste e della Cassa di Risparmio dell’Aquila, molti negozi e attività commerciali.
Ha riaperto, anzi non ha mai chiuso, l’Università dell’Aquila che ha trovato le sedi necessarie (la struttura della Reiss Romoli e quella dell’ex Tribunale dei minori, gli edifici agibili delle sedi di Coppito e Roio, ecc) per iniziare tutti i corsi di tutte le facoltà. Per tre anni studiare a L’Aquila sarà gratis, senza tasse universitarie, per incentivare gli studenti a venire e rimanere in città, e i risultati si vedono: molti nuove matricole in tutte le facoltà, e più del 97% degli attuali iscritti che hanno scelto di rimanere.
In questi giorni stanno riaprendo tutte le scuole, e anche qui gli alunni rispondono quasi tutti all’appello: al liceo Scientifico di Pettino, uno dei quartieri più danneggiati dal sisma, su oltre 1.100 studenti solo poche decine hanno chiesto il trasferimento fuori dall'Aquila.
Hanno riaperto tante piccole imprese che si sono consorziate e ingegnate per vendere i loro prodotti tipici Abruzzesi.
Hanno riaperto in nuove sistemazioni storici locali del centro come la Quintana, il The Corner, il Frizzo, Nando, Nonna Cristina, il Tropical.
Ha riaperto lo stadio Tommaso Fattori, dove l’Aquila Rugby ha ripreso a giocare il 10 settembre.
Ha riaperto la piscina comunale Adelchi Serena, che ben costruita dall’omonimo podestà negli anni ’30 ha resistito gagliardamente al sisma.
L’aeroporto di Preturo, costruito per il G8, è aperto e pronto per ospitare collegamenti aerei con Milano e altre città d’Italia.
Intanto, la magistratura fa il suo lavoro e sta per mandare i primi avvisi di garanzia agli indagati per i crolli sospetti accaduti il 6 aprile.
E’ troppo poco a quasi sei mesi del sisma? E’ abbastanza? E’ un grande risultato? Difficile dirlo con certezza, le opinioni sono diverse. Comitati come il “3e32” e Rifondazione Comunista hanno criticato a prescindere ogni cosa che ha fatto la Protezione Civile, fosse anche costruire case antisismiche per gli sfollati e tirarli fuori dalle tendopoli. Altri se la sono presa con i ritardi del Comune, che solo ad agosto ha pagato agli sfollati i contributi per autonoma sistemazione stanziati dal governo ad aprile. Molti pensano a quanto accaduto con altri terremoti nel sud Italia, dove decenni dopo il sisma la gente stava ancora nei container, e ringraziano Dio (e lo stato) per tutti i cantieri che sono già stati aperti a L’Aquila. "Il Centro" quotidiano regionale del gruppo Espresso-Repubblica da sempre critico verso il centrodestra, ha ringraziato pubblicamente Bertolaso scrivendo che "il lavoro svolto finora è stato straordinario" e chiedendo una proroga dei poteri speciali della Protezione Civile. 

Per avere uno sguardo di insieme della situazione a L’Aquila, bisognerebbe sorvolarla al tramonto.
In quella che era la campagna fuori dalla città, tra i paesi di Cese, Coppito, Paganica, Bazzano, si vedono ormai quasi finiti i 17 complessi del progetto C.A.S.E. Piccoli centri abitativi, massimo 1.500 persone a centro, formati da palazzine a tre piani, poggiate su piastre antisismiche in cemento armato, con un terzo degli spazi destinati a servizi, dall’edicola alla farmacia. Isole di luce in mezzo alla campagna, molte delle quali altre aspettano solo i mobili per accogliere 15.000 aquilani entro dicembre: proprio oggi Berlusconi ha consegnato a Cese 400 (quattrocento) alloggi. Isole gialle, bianche, ocra, che sostituiscono quelle blu delle tendopoli. Tendopoli che stanno progressivamente chiudendo nonostante mille difficoltà. A queste isole del progetto C.A.S.E. si sommano le isole in legno frutto anche della solidarietà di altre città italiane, come i 180 piccoli chalet realizzati a Onna e San Demetrio con il contributo della Provincia di Trento.
In quella che era la periferia dell’Aquila, da Pettino a Pile, gru e impalcature circondano palazzi in ristrutturazione o in costruzione. Quartieri resi deserti dal sisma che, dopo mesi, piano piano si ripopolano, ogni settimana una luce in più si vede nelle finestre prima tutte buie se non sventrate. Chi ha la casa “B” e “C” e si è dato da fare durante l’estate sta ora tornando a casa.
In quello che era il centro storico, nella “zona rossa” chiusa a tutti, di giorno vigili del fuoco, operai delle ditte edili e tecnici del Ministero dei beni culturali puntellano gli edifici antichi, rimuovono le macerie, cercano di recuperare il merletto medievale che costituiva il tessuto urbano dentro le mura. Di notte, un buco nero silenzioso e immobile si trova al posto di quello che era il cuore pulsante della città.

A vedere L’Aquila dall’alto, sembra quasi che in campagna e in periferia centinaia di bandiere Italiane piantate sui tetti delle case costruite o ricostruite assedino la zona “rossa” di giorno e buia di notte, per strapparla al terremoto e ridarla agli aquilani. I Tricolori che sventolano intorno a L’Aquila sono la bandiera della grande voglia di ricostruzione e di rinascita, la bandiera Italiana di un esercito di mani tenaci che sta assediando le mura medievali della città. Un assedio che ha il rumore delle tantissime auto in coda ovunque intorno a L'Aquila, gente che va al lavoro, a portare i figli a scuola, a fare la spesa, gente che è tornata a in città per rimanerci. E così alcune brecce nella “zona rossa” ci sono già: dalla Villa Comunale si può salire fino a Piazza Duomo, e poi per il Corso e i Quattro Cantoni fino alla Chiesa di San Bernardino. E’ vero, sono solo pochi chilometri di strada delimitati da transenne e impalcature, ma sono i primi, fottutissimi, chilometri di centro storico strappati al terremoto, metro dopo metro, passo dopo passo, come in una mischia dell’Aquila Rugby quando la meta va conquistata un palmo dopo l’altro, spalla a spalla.
99 Piazze, 99 Chiese, 99 Fontane. 99 mete da fare.

 (da www.liberamenteonline.info)

 

 

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