L’architettura senza progetto del “Modello Roma”

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L’architettura senza progetto del “Modello Roma”

27 Luglio 2007

Cosa distingue una città contemporanea immersa nel flusso dello sviluppo globalizzato da una città retrograda, introversa, superata dalle mutevoli tendenze del vivere urbano? Risposta d’istinto: l’architettura. In verità una soluzione articolata a un simile quesito potrebbe dar adito a un lungo saggio. Non aspirando a un proposito così ambizioso e volendo semplicemente proseguire la nostra indagine sul cosiddetto “Modello Roma”, l’abbiamo voluta porre all’inizio di questa nuova tappa del nostro percorso, perché su questo presupposto, foriero di equivoci, si basano alcuni degli interventi architettonici più importanti degli ultimi anni nella Capitale.

Per molti anni ci si è lamentati, anche a ragione, della mancanza di un tratto contemporaneo in una città conosciuta in tutto il mondo per la sua storia, ma incapace di saper proporre nuovi edifici. Questa lamentela diffusa poco a poco è divenuta un luogo comune, nel quale anche la classe politica seppur attardata è giunta. Oggi, dopo quasi quindici anni dall’inizio del “nuovo corso” amministrativo, inaugurato da Francesco Rutelli e proseguito con Walter Veltroni, si può provare a stilare un sommario bilancio.

Roma, si sente dire da più parti, è tornata a essere una città dinamica. Il Sindaco in un bel volume uscito lo scorso anno intitolato “Roma, la nuova architettura” curato da Giorgio Ciucci, Francesco Ghio e Piero Ostilio Rossi e illustrato con le foto di Andrea Jemolo, scrive: “Roma è nel pieno di un processo di modernizzazione, una città aperta verso l’Europa, con infrastrutture avanzate e un’alta tecnologia”. Infrastrutture avanzate? Alta tecnologia? Ma siamo sicuri si parli di Roma? Quanto al processo di modernizzazione e alla presunta dinamicità, proviamo a capire cosa significhi in concreto.

Ma prima di passare in rassegna alcuni interventi architettonici, più o meno importanti, compiuti a Roma negli ultimi anni, ci soffermeremo su un dato simbolico non privo di valore. Il 12 giugno 2003 il consiglio comunale approvava all’unanimità l’istituzione della Casa dell’architettura (nessuno contrario o astenuto! Su questo aspetto torneremo in una prossima puntata) . Il luogo scelto era ed è un edificio di pregio, l’Acquario romano di Piazza Manfredo Fanti all’Esquilino. La monumentale costruzione, ultimata nel 1885 su progetto di Ettore Bernich era stata recuperata alla fine degli anni Novanta grazie alla meritoria iniziativa della Giunta Rutelli.

La Casa dell’Architettura, sede dell’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori, dovrebbe essere il posto giusto per capire l’operato di questi professionisti. La loro “casa” insomma dovrebbe aiutarci a conoscerli.

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Le targhe all’ingresso dell’Acquario Romano in Piazza Manfredo Fanti

L’accoglienza depone bene: il personale volontario che sovrintende all’ingresso è composto da signore e signori affabili e gentili e anche il giardino di primo acchito è molto gradevole. Appena varcata la soglia però si è subito colpiti dallo stridore di alcuni elementi inseriti di recente. Tre dischi di cemento, con le facce tinte di rosso si stagliano tra la ghiaia: sono opera di Mauro Staccioli. Salendo la scalinata si è colpiti dall’accostamento totalmente incongruo tra lo stile dell’edificio e la scultura di Giuseppe Uncini, un’opera di cemento armato che cozza totalmente con il contesto. Vedere per credere.

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Il L’ingresso dell’Acquario dal giardino. Salite le scale si incontra la scultura di Uncini: sembra appoggiata per sbaglio e rompre completamente la lettura del prospetto

Un artista valido come Uncini, si “scontra” con un edificio totalmente diverso per stile, approccio compositivo e materiali. Purtroppo tutta la visita è segnata da questa sensazione di incoerenza, di confusione e in fondo in fondo di mancanza di un progetto unitario nell’allestimento del luogo. Non bisogna essere particolarmente attenti per notare queste incongruenze, come non si deve esser chef di fama per capire che uno spicchio d’aglio sta piuttosto male su un bel cono gelato di crema e fragola. Non si tratta di stabilire cosa sia meglio, semplicemente sono diversi e non andrebbero associati. Veniamo a sapere che sono parte di una mostra di lungo periodo, “per favorire il dialogo tra scultura e architettura”. Più che un dialogo sembra una scazzottata, inutile. Entriamo nella Casa. Il custode ci invita gentilmente alla visita. Il luogo merita, ma tutto ciò che è stato aggiunto no, anzi. All’ingresso della sala principale ci accoglie un aggraziato mosaico: SALVE. Nella sala certamente il pavimento alla veneziana proseguirebbe e sarebbe bello poterlo apprezzare, ma l’Ordine dei conservatori ha deciso di preservare il tutto sotto una mediocre moquette grigia. E’ un’idea: si potrebbe applicare lo stesso metodo anche a Pompei. Perchè attardarsi in un laborioso restauro musivo, quando si può risolvere tutto con una bella moquette marron?

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Il grazioso mosaico che accoglie i visitatori all’ingresso della Sala nell’Acquario Romano

Nella sala centrale è allestita una mostra di Trenitalia sulle nuove stazioni dell’Alta velocità. Tutto è un po’ casuale, improvvisato. L’impressione è simile a quelle mostre di benificenza arrangiate alla meno peggio nei refettori delle parrocchie. Magari i luoghi sono anche gradevoli, ma l’allestimento lascia un po’ a desiderare. Nel caso di un’esposizione parrocchiale passi, anche perchè lo scopo è un altro. Ma qui ci si aspetterebbe francamente di meglio, molto meglio.

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L’approssimativo allestimento della mostra sui progetti delle stazioni dell’Alta Velocità

Usciamo e nel giardino cogliamo altri particolari combinati tra loro in modo rabberciato: i faretti che illuminano le aiuole, il parapetto di vetro (certamente molto costoso) sulle rovine delle Mura Serviane. Tutto risulta totalmente incongruo: siamo sempre allo spicchio d’aglio sul gelato.

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Strani “proiettili” luciferi contornano le aiuole e cristalli di vetro formano il parapetto sulle Mura Serviane del VI secolo a.C.

La visita alla Casa dell’Architettura è stata istruttiva. Abbiamo capito quale sia l’approccio e la filosofia che anima gli operatori del settore a Roma. Riprendiamo in mano il libro sulla “Nuova architettura” e cerchiamo di orientarci leggendo il saggio di Francesco Ghio. Architetto e paesaggista, Ghio è professore a Roma Tre e collabora con il Comune dal 1993, dunque ha seguito dall’inizio il “nuovo corso”. Essendo persona intellettualmente onesta, Ghio, nonostante sia coinvolto direttamente, non nasconde che nella ridefinizione dello spazio urbano attuata da Rutelli e Veltroni con il progetto “Centropiazze”, “era necessario tornare a valutare i caratteri di analogia e quelli di differenza, rafforzare l’attenzione al contesto, campionare i materiali, selezionare i più interezzanti elementi di arredo. Al contrario i progetti sono stati completati e realizzati con poca attenzione: se in alcuni casi l’esito è comunque positivo, in altri le scelte estetiche compiute, la poca durevolezza dei materiali scelti, l’assenza di un programma di manutenzione hanno reso velocemente i nuovi spazi ancora una volta degradati”. Nulla da aggiungere.

Il saggio di Ghio si apre con una grande immagine emblematica a tutta pagina. Nonostante la perizia di Andrea Jemolo è evidente la chiusura prospettica che l’edificio di Richard Meier ha segnato: un muro di un candore abbacinante che impedisce la visione dalla Piazza verso il Tevere. Con la creazione di questa quarta parete il povero Mausoleo di Augusto è stato chiuso definitivamente in una buca. E a nulla servirà l’annunciato sottopasso verso il Porto di Ripetta, poichè non riaprirà la prospettiva. La cesura tra il fiume e la piazza, già segnata dalla vecchia teca di Morpurgo, viene aggravata fino a divenire insanabile.

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Il muro del Museo dell’Ara Pacis di Richard Meier visto dal Mausoleo di Augusto

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La chiesa di San Rocco sopraffatta dal Museo di Richard Meier

Per non parlare della prepotenza progettuale con la quale Meier si è “collocato” davanti a San Rocco. Il Sindaco può affannarsi a spiegarci che il nuovo museo è la dimostrazione di come la nuova Roma e la Roma storica possano dialogare. L’intervento dell’Ara Pacis è grave proprio perchè fa pensare esattamente l’opposto, anche a chi sostiene la felice coesistenza dell’antico e del moderno. Di per sè il progetto di Meier è anche bello, ma non si integra, o meglio, dà l’impressione che il suo autore non si sia minimamente posto il problema. Ma al di là di questo caso – del quale si è ampiamente discusso, ma non si discuterà mai abbastanza – altri sono gli interventi che destano particolare perplessità e dai quali si comprende il limite metodologico che sottende all’attività architettonica negli ultimi quindici anni. Non sono grandi opere da taglio del nastro in pompa magna, ma edifici esemplari per capire come si stiano sprecando le occasioni per tornare a costruire nel centro storico con la dovuta qualità progettuale.

Il primo caso è il nuovo palazzo comparso in Piazza della Rovere ai piedi del Gianicolo. Dopo decenni durante i quali si è solo dibattuto su come colmare la lacuna in quel tratto urbano, oggi ci troviamo di fronte a un edificio degno di un motel della periferia di una città tedesca privata dai bombardamenti della propria identità. L’angolo visuale dal Santo Spirito dà l’impressione di essere catapultati in uno spazio anonimo, non di stare a nel cuore della Roma storica, a due passi da Sant’Onofrio in una zona che custodisce ancora scorci di rara intensità.

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Di fronte a quest’edificio è legittimo chiedersi: siamo a Roma?

Cambiando prospettiva si riacquista coscienza dei luoghi, ma è evidente l’incoerenza del progetto, anche in questo caso completamente astruso, scollato, senza nessun rapporto con ciò che lo circonda. Le proporzioni, le distanze, le linee, il tetto, i comignoli, nulla si richiama al contesto. E’ una mera e speculativa occupazione di volume, tozza e ingombrante, che potrebbe trovarsi in qualunque posto nel mondo.

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L’inconguenza del nuovo palazzo rispetto agli altri è evidente

Un altro caso emblematico di occasione persa lo si trova a Piazza Vittorio. Sul lato sud della Piazza una trentina d’anni fa fu tagliato un palazzo per evitarne il crollo imminente. Anche qui per anni si è discusso sul risarcimento del prospetto della piazza; ora la vicenda si è conclusa con la costruzione del nuovo edificio. Per adesso, essendo ancora schermato dai veli del cantiere, si può giudicare solo sulla base del disegno. Nella scheda che compare sul sito web dello Studio Ridofli, la società che ne ha curato la progettazione, si sostiene di aver seguito le linee dei palazzi circostanti dell’Ottocento, ricostituendo la completezza architettonica di una delle piazze più belle di Roma. A giudicare dal progetto non si direbbe.

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Forse il Cad (software con cui ormai si progetta negli studi) era stato programmato su un’altra città. Quell’edificio tutto segue meno che le linee dei palazzi circostanti. Pare essere stato concepito per un quartiere di Milano o di Torino. Piazza Vittorio certamente è la più sabauda delle piazze romane, ma il richiamo alla prima capitale d’Italia è puramente formale. Purtroppo continua a valere l’insensata regola seconda la quale non si può e non si deve ricostruire segeundo uno stile uniforme, altrimenti dicono si compia un falso. Ma falso rispetto a cosa? Nei secoli passati questo problema non si poneva affatto e per l’edilizia civile ci si ispirava al passato senza complessi.

Senza spostarsi troppo e entrando nel giardino della piazza troviamo un esempio di quella che viene definita “riqualificazione” degli spazi verdi, citato nel libro di Ciucci, Ghio e Rossi. Un progetto che risale addirittura agli Ottanta ma completato solo dopo il definitivo trasferimento dello storico mercato all’aperto. Ecco un significativo brano tratto dalla scheda contenuta nel volume:”I percorsi pedonali seguendo una geometria rettilinea e disorientata individuano all’interno del giardino parti di un grande campo disseminato di ruderi, di elementi di arredo e di vegetazione”.

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La suggestiva immagine di Andrea Jemolo a sinistra nobilita un intervento che ripreso da dietro si mostra per quel che è: un autentico delirio anche di scarsa qualità, costruttiva e progettuale

Insomma un minestrone di idee, di stili e di materiali indigesto, nel quale i poveri resti del monumentale Ninfeo di Alessandro Severo del III secolo d.C., la Porta magica di Villa Palombara e la fontana di Mario Rutelli (il bisnonno di Francesco) si confondono tra strane costruzioni e incomprensibili percorsi che seguono appunto una “geometria disorientata”.

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La fontana di Mario Rutelli e il Ninfeo di Alessandro Severo

Il nostro viaggio potrebbe proseguire a lungo ma alcuni punti ci paiono già chiari. La “nuova architettura” a Roma manca di un progetto complessivo, di un uniforme disegno identitario e risente in modo provinciale dello “star system” degli architetti internazionali. Non c’è ancora un chiaro piano di recupero della città storica, non esiste cultura della manutenzione e al contrario si afferma una subcultura della “riqualificazione”, che nella maggior parte dei casi segna lo scempio di luoghi tradizionali, storicizzati e amati dai romani, che andrebbero solo conservati in modo civile; tutto ciò in nome di presunti principi, frutto di elugubrazioni mentali e narcisismi scomposti del progettista di turno. Ci sono state, è vero, alcune eccezioni. Una su tutte l’Auditorium di Renzo Piano – positivo nel complesso, nonostante alcuni difetti – che va ascritto però al primo Rutelli e addirittura, nella prima ipotesi, al vituperato Franco Carraro. Fino ad oggi il “Modello Roma”;, cioè l’amministrazione Veltroni, non ha prodotto nulla di significativo (l’unica eccezione è la Nuova Fiera di Roma, un insieme di capannoni anonimi con unico segno architettonico, il tetto ondulato della passerella pedonale, sul quale è meglio sorvolare). In sei anni, mica pochi, il Sindaco ha prodotto solo quintalate di retorica durante le cerimonie taglianastri, inaugurando tutti progetti ereditati da Rutelli: lo stesso ‘Auditorium ne è un esempio.

In conclusione, citando sempre Francesco Ghio, possiamo dire che Roma è una città “nella quale manca ancora, nonostante i tentativi di coordinamento, una politica coerente e coordinata per la realizzazione delle opere pubbliche e dove non esistono parchi urbani significativi dal punto di vista paesaggistico e architettonico, come è invece accaduto in tante altre città europee; soprattutto è una città nella quale le nuove residenze vengono ancora realizzate con criteri progettuali ed estetici estremamente discutibili”. Insomma altro che “Modello Roma”. Caro Veltroni se non si vuol fidare di noi, si fidi almeno di quel che dice un professionista di valore. Sull’architettura a Roma c’è molto da lavorare, moltissimo.