Vita da difendere

L’Argentina sdogana l’aborto senza il permesso del Parlamento

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Legalizzare l’aborto: è questa una delle priorità del nuovo governo argentino presieduto dal peronista Alberto Fernandez, ex capo di Gabinetto dei Ministri sotto il governo di Néstor Kirchner nonché nei primi sette mesi di quello di Cristina Fernández de Kirchner.

Oltre all’istituzione del “Ministero delle donne, delle Politiche di genere e delle diversità sessuali”, uno dei primi atti del nuovo governo riguarda infatti proprio la tematica bioetica dell’aborto.

Il ministero della Salute e dello Sviluppo Sociale ha emanato un protocollo che di fatto legalizza la pratica abortiva, senza passare per il dibattito parlamentare, suscitando il rammarico e lo sdegno di molti esponenti dell’opinione pubblica, tra cui giuristi, medici e vescovi. La Conferenza episcopale argentina (CEA) ha criticato la modalità di agire del governo che evita al riguardo “il ragionevole dibattito democratico sulla protezione della vita, il primo diritto umano”. Si legge infatti nel messaggio di Natale della CEA che “ciò che il Parlamento nazionale non ha approvato alla fine di un dibattito democratico, con discussioni pubbliche da parte di tutti i settori, istituzioni e credi religiosi, è stato appena definito da un protocollo inappropriato del ministro della Sanità.”

Il “Protocollo per l’assistenza completa delle persone aventi diritto all’interruzione legale di gravidanza”, se visto nel dettaglio, non fa altro che convertire in legge dei casi di non punibilità già previsti dal codice penale argentino.

Come denunciato dall’Associazione civile per la Promozione dei Diritti Civili (Asociación Civil por la Promoción de los Derechos Civiles- PRODECI) e dal Consorzio dei Medici Cattolici della Repubblica Argentina, il protocollo presenta numerosi punti contrastanti. Invoca ad esempio, quale fondamento giuridico, la Legge n.25673 sulla salute sessuale e la procreazione responsabile che tuttavia esclude espressamente i metodi abortivi. Inoltre introduce l’aborto su mera richiesta, travisando e ampliando il concetto di “salute causale” che non è valutata obiettivamente, ma sulla base della soggettività della richiedente.

Il protocollo mira anche a far sì che ogni medico che si relazioni con una donna incinta debba prospettare l’aborto come una semplice scelta. In tal modo il nuovo dispositivo non si limita a trattare semplicemente la regolarizzazione di casi eccezionali di non punibilità, ma trasforma l’aborto in una procedura di routine sistematicamente offerta sin dal primo colloquio. Di conseguenza, se il medico non prospetta l’aborto alla donna, su di lui può gravare una responsabilità di natura civile, penale o amministrativa. Anche l’obiezione di coscienza viene limitata, in quanto non può essere invocata se non vi è altro professionista che possa garantire la pratica e nemmeno in relazione alle azioni necessarie di cura prima e dopo l’aborto.

Ancora, il protocollo promuove la pratica abortiva fino alla fine della gravidanza e attraverso farmaci non autorizzati nel Paese. Difatti tra le procedure contemplate dal testo vi è quella col mifepristone, farmaco che tuttavia non è stato approvato o registrato dall’ANMAT (Administración Nacional de Medicamentos, Alimentos y Tecnología Médica), l’Agenzia del Farmaco argentina.

Insomma, l’obiettivo governativo è chiaro: sdoganare l’aborto senza se e senza ma, a costo di calpestare anche la prassi democratica. Come del resto vuole la dittatura del politicamente corretto…

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