Largo ai vecchi, concerti e funerali

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Largo ai vecchi, concerti e funerali

Largo ai vecchi, concerti e funerali

24 Aprile 2011

14 aprile 2011, ore 19, sala Puccini, Roma. Bel concerto: “Il Novecento storico”. Musiche di autori vari fra cui, in prima fila, Fabio Fabor Borgazzi, rinomato compositore, classe 1920, novantun’anni. Presenza fisica, arguzia. Certo non è balzato elastico sul palco a salutare, ma ha tenuto il microfono per venti minuti, in piedi davanti al pubblico, raccontando con verve di sé e di altri.

La sera stessa, alla Domus Talenti, altro raduno anagraficamente significativo. Stavolta stiamo oltre la settantina, ma di poco; robetta in confronto ai novanta di Fabor. La storia del jazz a Roma dal 1949 in poi. Proiezioni di vecchi filmati (uno, bello, di Zurlini) e concerto a cura dell’emerito critico e storico del jazz Adriano Mazzoletti, che ha rimesso insieme, con la integrazione di musicisti più giovani, una vecchia formazione tradizionale, che ora si chiama New Roman Jazz Orchestra, ma prima si chiamava Seconda Roman New Orleans Jazz Band, e prima ancora Roman ecc. ecc.

I tre gagliardi veterani (e intendiamo come partecipazione storica ma anche come età) Giovanni Sanjust, clarinetto, Mario Cantini, piano, e Roberto Podio, batteria, hanno suonato come mezzo secolo fa (capito? Mezzo secolo!), certo, qualcuno con agilità forse un po’ frenata, ma esperienza, grinta  e cuore.

A questo punto ci ronza nell’orecchio un prevedibile “largo ai giovani”, che è naturalmente sacrosanto, ma solo se qualcuno della vecchia generazione ruba spazio a un successore senza ricambiare, e per ricambiare intendiamo condividere quello che lui ha, e il giovane no. Pratica, vista lunga, contatti, arte. Questa spartizione di capitali si può fare, volendo, e ci guadagnano tutti.

Noi che grazie all’anagrafe abbiamo i numeri per affrontare l’argomento, oltre alle ovvietà che  accompagnano l’arrivo della vecchiaia (esperienza, distacco dalle passioni, che, anche se molto divertenti, fanno perdere un sacco di tempo) possiamo segnalare una occasione di mondanità e socializzazione poco frequentata dai giovani: i funerali. Di solito messi in scena, per ragioni di categoria, alla Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo.

Si può, crediamo, intuire il piacere, talvolta offuscato dalla perdita se il defunto è un amico e non solo un conoscente o un conosciuto, di incontrarsi ancora tutti insieme, di potersi scambiare le solite battute, troppo ripetute per citarle, ma anche notizie di lavoro, successi, pettegolezzi. Creare un’occasione per incontrarsi e basta, senza un pretesto, è praticamente impossibile in questa città; invece il funerale è un appuntamento al quale non si può mancare, e il resto segue. Il sagrato della chiesa è bello e aperto sulla grande piazza armoniosa. Ci si saluta, oppure volendo si può rimanere nascosti dietro le colonne. Insomma, la morte fa paura, ma contarsi e testimoniare l’uno con l’altro di esserci ancora rassicura. Anche questa volta ce l’abbiamo fatta, andiamo a berci un caffè.

Dei conduttori di queste cerimonie, i preti, ci colpisce la serenità verso la morte. Saggi, o fortunati, hanno scoperto l’esenzione dalle preoccupazioni della vita (e anche della sua fine) grazie alla delega dell’anima, e del corpo, a Santa Madre Chiesa. Certo, lo sappiamo che spesso c’è anche la vocazione, ma il fatto di non dover più decidere ogni giorno è un bel valore aggiunto. Perché essere liberi di (e quindi costretti a) scegliere sempre è una gran fatica, e anche un bel rischio, dato che poi la responsabilità non la si può scaricare su nessun altro. (Intendiamoci, per noi è la scelta migliore, anzi l’unica, ma sappiamo che il tema è controverso).

Noi vecchi, parlando di quelli ancora vivi, per rimanere umani e non diventare icone mummificate, dobbiamo avere una certa dose di cattiveria, che poi altro non è che un ingrediente della normalità.

Ecco perché ci insospettiscono quei vecchi sempre buoni, generosi e saggi, dispensatori di parole di verità ai giovani, purché questi ultimi li stiano ad ascoltare senza rompere. Che si vestono di bianco e portano i capelli, candidi come la lunga barba, raccolti in una crocchia. E poi qualcuno ci fa sopra anche un film. (A proposito, avete notato come sotto una gran barba qualunque espressione del volto risulta bonaria, mentre in realtà, il look Babbo Natale potrebbe nascondere efferatezze di ogni genere?).

Non facciamo nomi. Sarebbe come parlare male di Gandhi o di madre Teresa di Calcutta. Preziosi per l’umanità, certo, ma una piccola (o immensa) dose di superbia travestita da umiltà, nascosta da qualche parte ce l’hanno. Oh, se ce l’hanno!

E come sanno usarla bene per ricattare noi amici, apostoli, mogli, figli; per averci tutti intorno, devoti, farci rinunciare alla nostra vita per testimoniare la nobiltà della loro, del loro esempio, del loro sacrificio, perfino della loro morte.

Loro in gloria, e noi, quaggiù a tenere fresca la memoria.

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi