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L’arma, la mappa e la punta del trapano. Preiti si era organizzato bene

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Nonostante le rassicurazioni di Alfano (“Nessun contatto di Preiti con l’eversione”) e le parole del procuratore aggiunto Laviani (“iniziativa isolata”), si continua a indagare sul piano messo in opera dallo sparatore che domenica scorsa ha ferito due Carabinieri e una donna, convinto di voler assassinare un politico. Preiti verrà sentito mercoledì prossimo, intanto parla il suo avvocato spiegando che l’uomo “non sa cosa lo ha spinto a commettere questo gesto”.

L’attenzione degli investigatori è sempre concentrata sull’arma, una Beretta, in dotazione anche all’esercito, un’arma che secondo gli inquirenti può essere trovata facilmente sul mercato nero e viene utilizzata spesso dalla Ndrangheta. C’è anche la mappa che Preiti aveva preparato segnando gli obiettivi della sua “visita” a Roma, l’albergo nei pressi della Stazione Termini dove ha alloggiato, i Palazzi del potere. Spunta, infine, la punta di un trapano, trovata nella borsa lasciata cadere da Preiti quando è stato arrestato, che potrebbe essergli servita per limare il numero di matricola dell’arma.

Luigi Bonaventura, un pentito della Ndrangheta, che in passato ha denunciato presunte trattative tra lo Stato e le cosche calabresi e ora vive sotto protezione, ha dichiarato che nel gesto di Preiti e nel modo in cui è stata condotta l’azione c’è l’influenza della simbologia ndranghetosa. Il pentito ritiene che l’uomo, se davvero aveva dei debiti di gioco, possa aver portato l’attacco al cuore dello Stato per riacquistare credibilità, per lui e per la sua famiglia, dinanzi agli occhi delle cosche.

La polizia ha perquisito a lungo la casa di Preiti ad Alessandria e quella dei suoi genitori a Rosarno e sta controllando i tabulati telefonici dell’uomo. Se c’è stato qualche abboccamento o dei complici prima o poi dovrebbero saltar fuori.

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