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La Green economy non convince

L’assenza dei potenti al summit di Rio suggerisce il flop ambientalista

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Chi riponeva aspettative su Rio+20 è rimasto deluso. Da una conferenza mondiale a quanto pare disorganizzata e confusionaria, poco o nulla viene fuori. Assenti come annunciato i grandi leader dei paesi occidentali, pochi e banali i contenuti del documento finale, un compromesso fiacco che non accontenta nessuno, in sostanza nessun accordo per un impegno concreto sullo sviluppo sostenibile. E nessuna agenzia ONU per l’ambiente, come alcuni si auspicavano.

Nel 1992 il precedente summit di Rio ha voluto portare per la prima volta agli abitanti del pianeta i numeri dell’insostenibilità di un modello di sviluppo. Acqua, cibo, energia, territorio sono risorse finite. Con la quantità e le modalità di consumo attuali e la continua crescita della popolazione mondiale non basteranno per tutti. Si sosteneva che le abitudini dell’uomo contemporaneo non siano compatibili con la vita sul pianeta, proponendo una alternativa: lo sviluppo sostenibile, il consumo deve tenere conto delle generazioni future e della limitatezza delle risorse. Gli organismi internazionale e la rete delle organizzazioni non governative si mobilitarono, preparando piani d’azione e convenzioni, prime tra tutte quella di Kyoto sul clima, nata dalla constatazione che il livello di gas serra in atmosfera stava aumentando.

Ora come i tre moschettieri di Dumas ci si incontra vent’anni dopo, per tirare le fila del discorso. Ma prima ancora di arrivare all’appuntamento di Rio già i conti non tornavano, chi potrebbe influenzare la politica economica mondiale annuncia la sua assenza. Obama, Merkel e Cameron non se la sentono, con una crisi economica in atto, di prendere impegni vincolanti, di influenzare in modo unidirezionale le proprie politiche industriali o i propri modelli di consumo. Niente quindi dai paesi sviluppati, su cui pesa maggiormente la crisi e che non vogliono sostenere i costi di una riconversione verde, ma neanche impegni dai paesi emergenti, che non vogliono frenare il proprio sviluppo con vincoli ambientali. Gli impegni in campo ambientale fanno presagire limitazioni allo sviluppo, costi economici e sociali quantomeno impopolari, la Green economy, ossia l’economia che tiene conto dell’impatto ambientale della produzione, il motore dello sviluppo sostenibile, non convince.

Qualche soddisfazione la esprimono dal People’s Summit, il controvertice organizzato dalle comunità di base brasiliane: le Ong provenienti da tutto il pianeta hanno avuto modo di scambiare idee e condividere programmi. Ma quale peso potranno avere? A guardar bene singoli paesi hanno fatto passi concreti, come la Cina, che ha stanziato milioni di dollari per lo sviluppo di tecnologie sostenibili, comprendenti energie rinnovabili e auto elettriche.

O gli Stati Uniti, che finanzieranno l’ONU con 2 miliardi di dollari per l’efficienza energetica e le rinnovabili. Anche l’Italia è tra i paesi più impegnati, il ministro dell’Ambiente Clini ha dichiarato in chiusura del summit: "Nel decreto sviluppo abbiamo inserito norme che prevedono incentivi per le aziende che lavorano nella Green economy e che assumono giovani laureati. In tutto 470 milioni di euro nel 2012”. Anche altre componenti sono scese in campo: banche che hanno messo a disposizione miliardi di dollari per prestiti agevolati, investitori e imprese private pronte ad investire sulla green economy. Un insieme di piccoli contributi grazie ai quali secondo Legambiente non si può parlare di fallimento totale.

Ma con il sostanziale nulla di fatto si rimanda tutto alla ripresa dei negoziati sui gas serra nel 2015, prossimo appuntamento mondiale sulla salute del pianeta. Fino ad allora i paesi e le industrie avranno campo libero e potranno valutare vantaggi e svantaggi della green economy. Pesa il monito del segretario ONU Ban Ki-moon: ”Il tempo è la nostra risorsa scarsa”.

 

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