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Una sentenza contro il Getty museum

L’atleta vittorioso torna in Italia. Ma siamo proprio sicuri che sia un bene?

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Grande risalto ha avuto nei giorni scorsi la sentenza del tribunale di Pesaro che ha ordinato la confisca “al Getty Museum o ovunque si trovi” dell’atleta vittorioso, un raro bronzo greco alto 151 centimetri la cui esportazione negli Stati Uniti ha i contorni di un intrigo internazionale. Finito nelle reti di un peschereccio a largo di Fano nell’agosto del 1964, dal 1977 è uno dei pezzi pregiati del museo americano nato dalla collezione di antichità classiche del magnate petrolifero J. P. Getty.

Prima di approdare negli USA, sbarcò dapprima a Fano dove fu sotterrato in un campo, poi fu conservato a lungo a Gubbio nella vasca da bagno di un prelato, padre Gnagni, sembra che sia transitato anche in Brasile presso un missionario cappuccino italiano di Salvador de Bahia, per poi comparire nella bottega dell’antiquario Heinz Herzer a Monaco di Baviera e, dopo due anni a Londra, essere acquistato dal Museo Getty per 4 milioni di dollari.

Ora la giustizia italiana, forte anche delle prove acquisite dall’Interpol e dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ne richiede con forza la restituzione. I vertici del Museo, incapaci a dire il vero di produrre una qualsivoglia attestazione di legittima esportazione del reperto, hanno annunciato ricorso in cassazione. Una doccia gelata sull’accordo che il Getty aveva siglato con il ministero dei beni culturali, dove, accanto alla restituzione all’Italia di molte opere, si rimandava alla decisione della magistratura riguardo al bronzo ellenistico.

Al di là di ogni sentimento nazionalistico, tuttavia, occorre riflettere sulla opportunità di perseguire per via giudiziaria il reclamo di beni archeologici più o meno illecitamente esportati e, soprattutto, sulla sorte di quelli rientrati in seguito a accordi diplomatici. Il New York Times, difatti, ha pesantemente ironizzato sul Vaso di Eufronio, rientrato nel 2008 dal Getty, dove ogni anno veniva ammirato da oltre 5.000.000 di visitatori, per essere esposto, dopo una mostra trionfalistica e un po’ retorica al Quirinale, in una sala polverosa e delabré al museo etrusco di Villa Giulia, istituzione che registra non più di 70.000 ingressi annuali. Se l’atleta rientrerà mai in Italia non è dato sapere cosa si scriverà negli Usa quando i cronisti lo andranno a scovare negli ambienti della sezione archeologica del museo del Palazzo Malatestiano di Fano.

L’Italia, che con una coraggiosa politica delle restituzioni foriera del rientro in Etiopia della Stele di Axum e della Venere di Cirene in Libia ha acquisito notevole peso nelle trattative internazionali per il recupero del proprio patrimonio archeologico, non può dissipare tale prestigio con una politica priva di ogni criterio di valorizzazione. Chi mai andrà a Aidone, sui monti Erei in provincia di Enna, per ammirare la Venere di Morgantina? Eppure è questa la decisione presa dall’Assessore alla Cultura della Regione Sicilia, Nino Strano, riguardo alla destinazione di questo capolavoro classico che verrà restituito nel 2010 dal Getty.

Forse, bisogna ammetterlo, sarebbe meglio trovare un percorso che, pur riconoscendo il diritto italiano sui reperti usciti illegalmente dal nostro Paese, ne permetta una migliore valorizzazione, con esposizioni permanenti nei musei stranieri in cui risiedono o con una circuitazione internazionale nei maggiori musei del mondo. Sicuramente un modo migliore di promuovere l’interesse nazionale rispetto a occultare questi capolavori in oscuri musei di provincia, che equivale un po’ a rigettarli in mare o riseppellirli negli scavi clandestini da cui provengono.

 

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2 COMMENTS

  1. Viva la valorizzazione,
    Viva la valorizzazione, nuova retorica parola d’ordine di chi poco ragiona sul sistema dei Beni culturali in Italia. Alla stessa stregua, per favore, preleviamo il David di Michelangelo dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze, e portiamolo in Piazza San Pietro a Roma, dove certamente più gente lo vedrà.

    E’ questa la “circuitazione”, per caso?

    L’Italia ha scelto, ai tempi della sua Unità, di non possedere un grande museo centrale, quindi possibile da paragonare al Louvre, al Prado, al Metropolitan stesso (che però è privato: i sistemi dei singoli Paesi, anche fiscali, talora sono diversi), ma di mantenere una ragnatela di musei locali, discendenti dagli antichi Stati e dalle diverse culture che in precedenza esistevano. Se scarsa gente va a Villa Giulia (chiedo scusa: poco “polverosa”), dobbiamo forse privarla, magari, del Sargofago degli Sposi, una cui (più brutta) copia esiste soltanto al Louvre? Infinito più pubblico si reca al Metropolitan: il Sarcofago, allora, va esposto lì? Ad averne uno, i nobili musei made in Usa ci hanno già provato, con la forza del dollaro e non della cultura; ma non ci sono riusciti, ed era stato scavato di frodo.

    Per favore, ragioniamo, e non scriviamo soltanto “pour épater les bourgeois”, grazie

  2. la venere di morgantina
    non condivido quando Nicola Melchiorri dice:Chi mai andrà a Aidone, sui monti Erei in provincia di Enna, per ammirare la Venere di Morgantina?Aidone é un paese che ha tanto da far vedere,in questo momento é sotto i riflettori e lo si deve alla Venere ,tanti si aspettano una rinascita della cittadina che per tanti motivi si sta spopolando.Ho notato che le aspettative sono enormi é dispiace che qualcuno ostacoli con scuse e problemi che non esistono quello che é piú di una aspettativa.Posso condividere in parte l’articolo ma,ad Aidone è una risorsa a Roma una goccia nel mare.Non esistono difficoltá per arrivare sul luogo e visitare la cittá greco romana di Morgantina e la vicina villa dei Mossaici di Piazza Armerina.Aspettiamo anche il sign.Melchiorri

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