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Le indagini sul caso Ruby

L’attacco alle libertà individuali

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Se la magistratura volesse intercettare il presidente del Consiglio dovrebbe chiederne l'autorizzazione al Parlamento; che (probabilmente) non la concederebbe. Così, gli inquirenti del «caso Ruby» - non potendo intercettare il presidente del Consiglio - hanno monitorato in vari modi le persone che ne frequentavano le abitazioni private e che perciò stesso sono finite sui giornali. Uomini che, nell'immaginario collettivo, sono, ora, l'archetipo del vecchio porcaccione; ragazze che una certa opinione pubblica immagina - diciamo così - disposte a concedersi a chiunque in cambio di una raccomandazione.

Qui, le (supposte) «distrazioni» di Berlusconi - delle quali, se passibili di sanzione giudiziaria, risponderà eventualmente in Tribunale - non c'entrano; qui sono in gioco persone le cui libertà individuali, fra le quali quella alla privatezza e alla dignità, sono state violate due volte: innanzi tutto, per essere state monitorate solo perché avevano frequentato le abitazioni private del presidente del Consiglio; in secondo luogo, per essere, adesso, segnate con un marchio morale di infamia agli occhi dell'opinione pubblica. Diciamola tutta: da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici, altro che le pruriginose cronache dei giornali! E, poi, a che pro? Mettiamola, allora, per un momento, sul paradosso. Personalmente, non ho alcuna familiarità con Silvio Berlusconi, non sono mai stato invitato in una della sue abitazioni; tanto meno in compagnia di ragazze di bella presenza. Ma, dopo quanto ho letto sui media, dico subito che se, per una qualsiasi ragione, il presidente del Consiglio mi volesse vedere, lo pregherei di incontrarci a Palazzo Chigi, magari in presenza del mio vecchio collega e amico Gianni Letta, o lo inviterei io stesso in qualche ristorante milanese dove vado con mia moglie e i miei nipotini. La prospettiva di finire sui giornali, dopo un incontro ad Arcore, come partecipe di un rito «bunga bunga» - che, a dire la verità, non ho neppure ancora capito che diavolo voglia dire; i lettori mi perdoneranno, sono un uomo all'antica - la trovo francamente surreale e inaccettabile.

Per essere ancora più chiaro. Di fronte a un'ipotesi di reato - e soprattutto un'ipotesi di reato che riguardi la prostituzione di una minorenne - è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un'aula di tribunale (invece di farne una questione politica) come ogni altro cittadino, fatte salve le prerogative proprie del suo ruolo, come ha riconosciuto la stessa Corte costituzionale. Non mi pare, invece, né consono a uno Stato di diritto né, tanto meno, a un Paese di democrazia liberale, diciamo pure, civile, che - per suffragare le accuse nei suoi confronti - si siano monitorate centinaia di altre persone, finendo con infangarne la reputazione, quale essa sia o si presuma che sia. L'idea che, d'ora in poi, sul bavero delle giacche di un certo numero di cittadini sia stato applicato, ancorché metaforicamente, un marchio quasi razzistico - ai maschi, il distintivo delle proprie senili debolezze; alle donne, quello della propria (supposta) disponibilità a soddisfarle - per il solo fatto di aver frequentato certe abitazioni, dovrebbe essere, per la coscienza di ciascun italiano, una mostruosità non solo giuridica, ma morale. Il Paese dovrebbe rifletterci se non vuole precipitare definitivamente nella barbarie.

L'agenzia inglese Reuters - si badi, inglese, un Paese dove la presunzione di innocenza è scritta nella tradizione, nel costume, nella storia, prima che nella legge - nel dare la notizia delle accuse a Berlusconi, ha rivelato anche la fonte dalla quale le aveva apprese: ambienti vicini agli stessi inquirenti. Anche qui non voglio entrare nel merito delle accuse. Mi limito a segnalare che, per ora, in attesa che la magistratura ne precisi la natura attraverso una serie di prove fattuali in sede di giudizio, tutto ciò che appare dai media è che anche al bavero della giacca dell'«inquisito» Silvio Berlusconi è stato applicato un marchio di infamia morale e che ciò, quale sia poi l'esito di un eventuale processo, è già sufficiente ad averne infangato l'immagine e la reputazione.

Questa non è una difesa del capo del governo, cui già provvedono lui stesso e i suoi avvocati, ma di alcuni principi che dovrebbero presiedere a ogni inchiesta giudiziaria e al giudizio di ciascuno di noi. Berlusconi ne risponda in un'aula di tribunale, dove, i suoi legali - che, finora, non hanno di certo goduto degli stessi mezzi di indagine, per non dire della complicità di certi media, di cui ha goduto la magistratura inquirente - sarebbero finalmente su un piano di parità con l'accusa.
Contemporaneamente, però, la domanda alla quale forze politiche, media, opinione pubblica, perché no, la stessa magistratura, mi piacerebbe volessero rispondere è se lo spettacolo cui stiamo assistendo sia quello di cui andare fieri come cittadini di un Paese appena normale. Tanto dovevo, non a Berlusconi, ma a quello straccio di verità cui dovrebbe sempre tendere ogni spirito libero.

(tratto da Il Corriere della Sera)

 

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5 COMMENTS

  1. “è legittimo che la
    “è legittimo che la magistratura chiami Berlusconi a risponderne ed è, altresì, sperabile che lui vada a difendersi in un’aula di tribunale (invece di farne una questione politica)”
    MA è una questione politica!!….

  2. Ma questo non è un paese normale
    C’è ancora chi crede che questo possa essere un paese normale con la sinistra , gli “intellettuali”, i media, la magistratura che ci ritroviamo ?
    Sono veramente curioso di vedere come andrà a finire

  3. Boh … non mi pare ‘sto granché
    Tutto giusto. Farei, però, due considerazioni che poco hanno a che fare con questioni di diritto. La prima. Da sedici anni, Berlusconi sta subendo attacchi feroci semplicemente per il fatto di essere sceso in campo. Ed è certo che, se non lo avesse fatto, le cose oggi sarebbero peggiori. Il Premier (con tutti i suoi umanissimi difetti) è stato ed è tuttora il punto di frizione tra i due campi di forza che caratterizzano da decenni la vita sociale, economica e politica italiana. Dopo avere raggiunto livelli preoccupanti nelle piazze dei settanta e degli ottanta e, più tardi, nei tribunali di Mani Pulite, lo scontro si è trasferito sulla figura di Berlusconi. Quanti avrebbero avuto le risorse morali e finanziarie per resistere a quelle pressioni? Non c’è stata una autentica rivoluzione liberale, è vero. Ma venti anni fa in Italia non potevi neppure sognarti di dichiararti liberale o di destra. Oggi sì. E questa si chiama libertà. E gli spiriti liberi, tra i quali Ostellino orgogliosamente si annovera, dovrebbero riconoscere (o avere il coraggio di farlo, anche dalle cupe e disperate pagine del Corriere) i meriti dove sono. La seconda. Questo articolo assolutamente nulla aggiunge alla articolatissima e brillante argomentazione svolta dal professor Forte su queste stesse pagine.

  4. magistratura rossa
    se la gente non si rende conto che siamo ad un passo dalla dittatura rossa del grande fratello,siamo veramente malmessi. Se il cav ha goduto delle grazie di qualche ninfetta beato lui e un bel chissenefrega!Lo schifo ulteriore e peggiore che per incriminarlo siano stai intercettati i suoi conoscenti.La magistratura stalinista ha colpito di nuovo,ma finirà tutto in ina bolla di sapone.
    a quando la responsabilità della magistratura?

  5. libertà individuali
    Quanto scritto da Piero Ostellino non può che essere sottoscritto.
    Il garbato, ma duro disprezzo che mi sembra manifestato dal giornalista per certi magistrati non può che essere condiviso.

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