Home News Lavoro: quattro lezioni tedesche

I dati pubblicati dal Frankfurter Allgemeine

Lavoro: quattro lezioni tedesche

0
8

Licenziamenti, ristrutturazioni d’impresa e CIG, lavoro nero, indennità di disoccupazione. Su questo quattro punti, a tavolo aperto da parte di Monti e Fornero, l’esempio tedesco dovrebbe parlare all’Italia.

Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3000;Nokia-Siemens, 3000; WestLB, 2700; Axa, 1600; Deutsche Telekom, 1600; Praktiker, 1400; Areva, 1300; RWE, 1000; Unicreditbank, 1000; Koeing&Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti. Nella tabella c’è l’intera lista delle maggiori imprese germaniche, di ogni settore della manifattura e dei servizi, che abbiano attuato dismissioni supeiori ai 200 addetti per ciascuna nel 2011: il conto finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità.

C’è una tabella a fianco. Quella delle assunzioni. Qui la lista delle maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60. E 15 tra esse sono superiori a 2000 nuovi assunti ciascuna come McDonald’s e BMW, su su fino ai 4000 di Daimler, ai 6ooo di Volkswagen, ai 7000 di Adecco, agli 8.500 addirittura di Rundstad Deutschland. Oltre metà delle 60, hanno assunto più di mille dipendenti a testa.

Ogni anno la FAZ pubblica queste tabelle riepilogative. E’ un sano e trasparente esercizio di rendiconto delle capacità delle imprese, e delle loro difficoltà. Il senso delle tabelle è chiaro: in Germania le imprese assumono molto, ma al contempo licenziano anche molto. Se si procedere a ritroso, si osserva che più hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto al contempo anche ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare. Negli ultimi anni le cose sono andate di bene in meglio, con le crescite record del Pil al più 3.6% nel 2010 e al più 3% nel 2011, al netto di un ultimo trimestre in cui è cominciata un forte rallentamento. Ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001,-2002 e 20003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% e le 5,5 milioni di unità, con una media superiore all’8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex DDR. Nel gennaio 2012, i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983 poco più della disoccupazione frizionale, 2,8 milioni di unità cioè meno della metà rispetto a 7 anni prima.

E stato solo merito della ripresa economica? Concordano economisti e studiosi di ogni scuola: nossignore, non è stato solo merito della ripresa. Anzi, la ripresa è venuta tanto più robusta perché, tra le altre cose, la politica tedesca e innanzitutto la SPD di Schroeder misero mano a un coraggioso pacchetto complessivo di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che di mercato del, lavoro s’intendeva, visto che Peter Hartz era l’ex capo del personale della Volkswagen.

Ho scritto “tra l’altro”, perché le riforme Hartz da sole neppur esse avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull’Italia da allora dipendono non solo dal mercato del lavoro cambiato. Hanno concorso al successo due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi e non avversati dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG – in parole povere: più lavoro flessibile per retribuzione ferma o addirittura cedente, solo negli ultimi due anni siamo in presenza di richieste salariali superiori all’inflazione, a successo avvenuto e registrato. E poi uno Stato che ha deciso di darsi un’energica riregolata abbattendo spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil, per pesare meno sulla Germania produttiva e sul lavoro.

Ma qui parliamo appunto di riforma del mercato del lavoro. E sono tanti, gli spunti offerti dai pacchetti Hartz che stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Fornero. Stridono con molti luoghi comuni italiani, su almeno quattro diversi punti: sia sui licenziamenti, sia sul tema della durata dell’equivalente della nostra CIG, sia sul lavoro nero o precario e sui relativi costi e contributi, sia infine sulle indennità di disoccupazione.

Poiché l’obiettivo dei diversi interventi è stato quello di potenziare l’occupabilità, sì, è stata toccata anche la materia qui tabù dei licenziamenti. E’ stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti – equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori - e di consentire a tutti i dipendenti l’opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.

Non solo si è riformato l’intero impianto del collocamento pubblico, in un’ottica totalmente mista pubblico-privato, sussidiaria e aperta alla somministrazione di lavoro sia a tempo indeterminato sia determinato che part time. La legge che ha fatto del part time una grande forma di conciliazione dei tempi parentali era in Germania precedente, del 2000. E a fine 2008, di fronte ai morsi della crisi, si è deciso una sua estensione con rapporti part time che arrivano fino a 6 mesi di non lavoro in attesa che l’impresa valuti se procedere al riassorbimento o meno degli addetti (l’equivalente della nostra Cig, che da noi estesa in forma straordinaria può durare invece anni e anni).

Ma al contrario di quel che si pensa da noi, per favorire anche i mini jobs – cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica – non si è affatto pensato che fosse utile alzare tasse e contributi per renderli svantaggiosi, perché così si avrebbe solo ottenuto l’effetto di far scomparire quelle forme di occupazione, o di farle restare vieppiù in nero. In Germania al contrario si è deciso a questo scopo di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte. Allo stesso modo, per l’auto occupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l’aliquota è del 10% fino ai 25mila euro di reddito l’anno, e l’agevolazione sale ulteriormente se all’impresa sono associati componenti della famiglia. Allo stresso modo

Infine, si è intervenuti con decisione sui trattamenti di integrazione del reddito. Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva e dunque a carico per lo più delle imprese è stato ridotto – non aumentato ma ridotto – dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all’età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario op del 67% se con un figlio a carico. Il disoccupato non si può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade . E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile, come in precedenza, con il sussidio sociale di indigenza. Quest’ultimo,a carico della fiscalità generale, e con contributi per una casa e per il sostentamento, gestito dai Comuni, è riservato agli inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno al lavoro, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire a questa fascia lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l’ora e anche meno, in Italia sarebbe considerato uno scandalo). Inutile,dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito, e che i controlli sono rigorosi e implacabili.

Su questi quattro punti, io sono per la linea tedesca. E possibile farla costare meno alle imprese e meno ai lavoratori, se lo Stato decide di dimagrire invece di continua.

(tratto da Chicago-Blog)

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here