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Che fine farà la Scuola?

L’Azzolina proprio non ce la fa! Senza la scuola un Paese muore

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Da un paio di mesi abbiamo interiorizzato abbondantemente quanto possano essere fragili gli standard di benessere e di sicurezza che ritenevamo scontati. Ce ne siamo accorti tutti e – diciamolo – è diventato un tantino banale anche ripeterlo troppe volte. Le nostre aspettative si sono rimodulate sulla base delle preoccupazioni per il futuro, in un primo tempo soprattutto sul piano sanitario ma poi, in modo crescente, su quello economico-sociale.

Però non è mancato chi di fronte alla catastrofe ha ricordato che spesso, dopo eventi anche molto tragici, le comunità umane hanno avuto la capacità di ricostruirsi con uno slancio nuovo; e questa prospettiva ha conquistato un suo spazio nella nostra mente, sottraendone un po’ a quello occupato dall’umore atro che lo spettacolo delle bare dei morti e le pesanti ricadute sul futuro economico alimentavano. In breve, per dirla con leggerezza, una situazione da Dik Dik: “cielo grigio su, foglie gialle giù, cerco un po’ di blu dove il blu non c’è: ti sogno … Ripartenza”.

È che per ripartire occorre un’idea di dove andare, un’idea del nostro futuro come comunità di destino (sì è un parolone, lo so bene, ma è l’unico che trovo per descrivere in modo decente il senso della vicenda storica di una nazione): una mercanzia che servirebbe molto nei tempi difficili, che però è difficile accaparrarsi al mercatino delle occasioni, se non è stata coltivata un po’ nei tempi normali.

Ma anche senza salire troppo in alto, dove c’è sempre il rischio di farsi più male in caso di caduta, se ci sforziamo di restare terra terra e ci atteniamo a una valutazione pragmatica di cosa fare una volta usciti dall’emergenza (anzi, più precisamente, per cercare di uscirne) qualche idea ci vuole. Tant’è che era stato costituito una specie di supercomitato per pensare il futuro presieduto da Vittorio Colao e composto di una ventina di professionisti esperti. E però, una volta superato anche lo scoglio dell’integrazione della presenza femminile che risultava scarsa, non è che ne abbiamo più sentito parlare tanto; anzi, sembra essere caduto in un cono d’ombra, al punto che Vittorio Macioce, alla luce di alcuni eventi e di qualche “si dice” (Colao a picco), ha dedotto che il comitato è stato sostanzialmente giubilato e che Colao stesso si è assai raffreddato sulla possibilità di arrivare a qualche conclusione. Non saprei come stiano effettivamente le cose, ma parrebbe evidente che non solo non c’è tempo di occuparsi di scenari per il futuro, ma forse non c’è neppure la volontà, stante il totale assorbimento dei vertici governativi nei guai del presente e nell’ipertrofica produzione di montagne di carte, oltre le quali probabilmente nessuno è in grado davvero di guardare.

Il nebbione sulla visione del futuro si palesa drammaticamente nel pianeta scuola. Nel quale intanto si deve enucleare il continente Università: nella sua nicchia in qualche modo autogestita ha dato prova di capacità di organizzazione e di risposta all’emergenza e ha assicurato dignitosamente – e spesso anche con inventiva e dedizione – lezioni, esami e perfino sessioni di laurea. Ma è stata sicuramente favorita dai numeri, imparagonabili a quelli della scuola, dall’età dei “clienti”, dalla tipologia della sua didattica e, non poco, dalla potente struttura informatica di cui gli atenei dispongono, sia in termini di risorse umane che di strutture tecnologiche. Certamente anche l’Università dovrà comunque affrontare la dura prova del “ritorno in presenza”, con le varie ipotesi connesse alla quota di tecnologie surrogatorie inevitabili e forse, con gli opportuni accorgimenti, anche auspicabili.

Per tutto il resto del pianeta, dagli asili alle superiori, regnano sovrane l’incertezza, la pletora delle ipotesi ogni giorno cangianti, le esternazioni improvvide e contraddittorie di una ministra inadeguata, sia pure supportata dal suo bel comitato di “esperti”.

I piani da considerare sono fondamentalmente due: la gestione della fase di emergenza e le ipotesi per la ripartenza. Il primo è sotto gli occhi di tutti, dalla gaffe irrimediabile del “sarete tutti promossi” a scuole appena chiuse all’indeterminatezza sulle modalità di svolgimento degli esami di fine ciclo, rispetto ai quali gli studenti e le famiglie hanno assistito ad una lunga telenovela. Nel frattempo inevitabilmente è andata in onda tanta didattica a distanza, con molta buona volontà da parte di insegnanti e famiglie: i risultati ovviamente non sono omogenei e hanno risentito del livello di cultura e di dotazioni tecnologiche delle famiglie, come pure della capacità di adattare alla virtualità metodi nativamente collaudati per una scuola in presenza fisica. Questi contesti problematici erano scontati, ma alla fine della fiera è stata assicurata una qualche forma di continuità, è stato mantenuto un legame dei ragazzi con la scuola e – elemento psicologicamente e pedagogicamente molto rilevante – dei ragazzi tra di loro. Poi certo sarebbe importante non enfatizzarne troppo l’alternatività con la scuola “in presenza”, soprattutto per gli scenari futuri, quando il ruolo di questi strumenti potrà essere calibrato meglio come integrazione e anche come arricchimento dell’insegnamento, a patto di non scambiarli sic et simpliciter con tre quarti d’ora di spiegazione impartiti dallo schermo.

È evidente che i due piani sono interconnessi, e le soluzioni per il futuro dipendono anche da quello che succede oggi.

Sappiamo benissimo che la crisi del coronavirus ha messo a nudo difetti strutturali della scuola italiana, che non sono certo nati ieri. Ma è anche vero che proprio l’interruzione forzata avrebbe potuto aiutare a ripensare all’organizzazione complessiva, alla densità degli alunni per aula, all’inadeguatezza edilizia di molti istituti. Le proposte di ampio respiro, basate anche sulla revisione profonda del modello Casati delle classi, non sono mancate, a cominciare da quelle del pedagogista Giuseppe Bertagna nell’ambito dell’iniziativa “Ricostruire l’Italia”, lanciata tra gli altri da Parisi, Tria, Sacconi, Gamberale e Albertini. Nei fatti, sia perché i piani di un certo respiro richiedono qualche risorsa e fanno subito paura, sia perché l’ascolto delle proposte esterne non sembra essere la skill principale del governo Conte, l’adeguamento edilizio e l’organizzazione didattica sembrano rimaste nel limbo delle cose innominabili, e comunque non pervenute. Ma anche alcune ipotesi intermedie non hanno avuto più fortuna: c’è stato chi ha proposto il ritorno a scuola almeno delle ultime classi dei cicli, in sicurezza e con modularità: questo avrebbe potuto consentire di evitare una radicale soluzione di continuità tra il tempo del lockdown e il tempo dell’esame finale. In alcuni paesi europei questo è accaduto, e anche di più. In Francia sono addirittura ripartite 40.000 classi: il ministro dell’istruzione ha spiegato che il danno di una chiusura prolungata della scuola sarebbe stato nettamente superiore al rischio del contagio (rischio che d’altronde tutti i paesi hanno scelto di correre consentendo la riapertura di molte attività). In Svizzera alcune scuole elementari hanno riaperto dimezzando gli alunni presenti in aula, con turni mattina-pomeriggio e utilizzazione di spazi più grandi come le palestre per lo svolgimento di attività complementari.

Insomma, da qualche parte il problema scuola è stato affrontato come un problema che riguarda il futuro di tutto il paese.

Da noi la scelta, al momento, è quella di riparlarne a settembre. E come? Metà a casa e metà a scuola, a rotazione? Metà con la magica didattica a distanza? E i genitori che rientrano al lavoro? Eventualmente buoni baby sitter, a conferma dell’idea purtroppo diffusa di scuola non come diritto dei ragazzi, ma come deposito di pacchi a tempo.

L’impressione è che si speri un po’ nel passaggio della nuttata, ossia che il tutto si risolva con l’addomesticamento del virus, per riprendere come prima: stesse aule sovraffollate, stessi autobus stracolmi di studenti appiccicati, magari con qualche collegamento in più al tablet da casa. Tanto, male che vada, si richiude tutto un ‘altra volta.

Questo – non ve ne sarete mica dimenticati – sarebbe il paese di don Lorenzo Milani e di Maria Montessori, il paese dove la narrazione dell’opportunità scolastica come riequilibrio delle disuguaglianze celebra i suoi fasti retorici, ma dove nei fatti la scuola è da decenni la cenerentola della programmazione e degli investimenti, e chi non ha alle spalle famiglie benestanti e culturalmente superiori paga il pegno dello scarso funzionamento dell’ascensore sociale per via scolastica. La riprova è la sostanziale immutabilità socio-culturale dell’approdo dopo la terza media ai licei, agli istituti tecnici e professionali, prevalentemente basato sul risultato scolastico, e non sull’orientamento verso il tipo di scuola più adatto al soggetto. E francamente è diventato anche una beffa continuare a ricordare che questo fu il paese di ministri come Casati, Croce e Gentile, che in tempi e contesti sociali diversi dettero un’impronta di qualità alla scuola italiana.

E intanto, che si fa? Tra un tentativo di affossare il sistema delle scuole paritarie e una dichiarazione estemporanea sul futuro, si riempie il vuoto degli imbuti con le fake sulle scuole francesi costrette a chiudere e sulla Germania che deve “tornare indietro” perché il contagio ha ripreso vigore.

Ma la verità è che questo è il genere letterario in cui siamo diventati veramente i primi: coprire la nostra inerzia esagerando o inventando errori altrui.

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