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Le 10 decisioni fatali che cambiarono il mondo

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Esistono decisioni fatali di pochi leader che possono trasformare un conflitto locale in una guerra globale dalla quale il mondo esce cambiato e segnato da milioni di morti? In un periodo di disordine mondiale come l’attuale, con la fine del bipolarismo Usa-Urss, l’emergere di nuove nazioni con aspirazioni di potenza come la Cina, la Russia, l’India, l’Iran, con leader aggressivi come Ahmadinejad in un’area infuocata come il Medioriente dove è in corso un conflitto che minaccia di espandersi, gli interrogativi sulla possibilità di una nuova guerra globale sono all’ordine del giorno. Per questo, il libro di Sir Ian Kershaw sulle dieci decisioni fatali che cambiarono il mondo tra il maggio del ’40 e il dicembre del ’41 sta suscitando un grande interesse in Inghilterra. E’ possibile che un pugno di uomini potenti, di diversi paesi, possa decidere di cambiare il destino di nazioni e continenti come accadde tra il ’40 e il ’41? Per  Ian Kershaw, uno dei più autorevoli storici britannici, è possibile.

Kershaw è nato nel 1943, è allievo di Martin Broszat  e si dedica da oltre trent’anni alla storia della Germania nazista. E’ uno storico positivista, “rankiano”, un grande conoscitore di archivi nazisti, apprezzato in Germania, dove ha pubblicato il suo primo libro sul Terzo Reich e il culto di Hitler.  Kershaw è uno strutturalista e un funzionalista, come Brozsat e Hans Mommsen è convinto che le radici e le strutture dello stato nazista siano più importanti della personalità di Hitler per spiegare lo sviluppo della Germania nazista. Per Kershaw, il reale significato di Hitler non sta nella sua personalità, ma in ciò che i tedeschi videro in lui. Nel 1998 e nel 2000 ha pubblicato una imponente biografia di Hitler, dove il Führer è rappresentato come un capo carismatico, perché riesce a interpretare la volontà e le intenzioni dei tedeschi, i quali a loro volta agivano spesso senza i suoi ordini, convinti di seguire le sue aspettative e di ottenere la sua riconoscenza.

Pochi mesi fa, Kershaw ha pubblicato Fateful Choices: Ten Decisions that Changed the World, dieci decisioni prese tra il maggio 1940 e il dicembre 1941 che hanno cambiato il mondo. Sorprendendo tutti, come ha rimarcato Niall Ferguson, per uno storico sociale come Kershaw, queste decisioni furono prese solo da pochi uomini: Churchill, Hitler, Stalin, Mussolini, Roosevelt e dalla ristretta élite giapponese. Queste decisioni fatali per il destino del mondo furono: 1) la decisione di Churchill di continuare a combattere dopo il crollo della Francia, 2) di Hitler di attaccare l’Unione Sovietica, 3)  del Giappone di attaccare gli imperi europei in Asia, 4) di Mussolini di attaccare la Grecia, 5)  di Roosevelt di aiutare economicamente la Gran Bretagna, 6) di Stalin di ignorare le informazioni dell’intelligence dell’attacco tedesco, 7)  di Roosevelt di una guerra non dichiarata ai sottomarini tedeschi nell’Atlantico; 8) dell’attacco del Giappone a Pearl Harbour; 9)  di Hitler di dichiarare guerra agli Stati Uniti; 10) di Hitler di uccidere gli ebrei. 

All’improvviso, lo strutturalista e funzionalista Kershaw con una svolta teorica clamorosa afferma che al centro delle decisioni di una guerra con 60 milioni di morti vi fu semplicemente la personalità individuale di pochi potenti. Tutto parte dalla decisione di Churchill di continuare a combattere: la scelta impone a Hitler di attaccare direttamente l’Inghilterra o di forzarla a riconoscere la supremazia tedesca in Europa con una rapida campagna vittoriosa in Urss. Hitler ignorò il divieto bismarckiano di combattere una guerra su due fronti, convinto che una vittoria rapida sull’Armata Rossa avrebbe fatto capitolare la Gran Bretagna e impedito a Roosevelt alle prese con un Congresso isolazionista di entrare in guerra. La decisione di Mussolini di attaccare la Grecia senza avvertire Hitler, un’invasione senza chance di successo fece infuriare il Führer, perché lo costrinse a ritardare l’attacco per inviare soccorsi tedeschi in Grecia. Hitler deplorò sempre l’invasione della Grecia, perché avrebbe avuto la conseguenza fatale di impedire alla Wehrmacht di arrivare a Mosca prima dell’inverno. Kershaw però smentisce questa idea fissa di Hitler, perché le grandi piogge di quella primavera sull’Europa centrale impedirono agli aerei della Luftwaffe di decollare. Stalin non volle credere agli avvertimenti dell’intelligence britannica perché li riteneva una provocazione e perché aveva un esercito in pessime condizioni. Il Giappone frustrato dall’aiuto americano a Chiang Kai-Shek in Cina e dall’embargo petrolifero americano decise di attaccare gli americani a Pearl Harbour, pur consapevole di avere poche chance di vittoria. Quattro giorni dopo l’attacco a Pearl Harbour, Hitler dichiarò guerra agli Stati Uniti, la decisione più sconcertante di tutta la guerra, considerata dagli storici al limite della follia. Per Kershaw, non fu però una scelta motivata da un attacco di pazzia, ma dal desiderio di impegnare nel Pacifico gli americani e distrarli dall’idea di dare sostegno alla Russia e soprattutto dalla guerra sottomarina nell’Atlantico. “Fu una follia – osserva Kershaw – ma c’era del metodo in essa”. Poiché né l’Italia, né il Giappone ebbero successi, la guerra su due fronti di Hitler si rivelò una catastrofe per la Germania, una carneficina umana mondiale e il genocidio degli ebrei. Kershaw conclude che le decisioni di pochi dittatori megalomani segnarono il destino dell’Europa occidentale e anche della Gran Bretagna, che non aveva la forza per vincere Hitler. Solo l’America aveva il potere di capovolgere la situazione in Europa e la Gran Bretagna si offrì come base agli americani per attaccare Hitler sul fronte occidentale.

Il libro di Kershaw ha acceso una interessante discussione in Inghilterra. Secondo Gary Sheffield, un importante storico militare, se la Gran Bretagna avesse scelto di fare la pace nel maggio-giugno del ’40 la guerra avrebbe preso tutto un altro corso e se Hitler avesse continuato l’alleanza con Stalin, sarebbe stata la Gran Bretagna e non la Germania a subire una sconfitta devastante. Per Sheffield, fu comunque la decisione del Giappone di invadere le colonie europee in Asia e di attaccare gli americani a trasformare una guerra tra europei concentrata in Europa in un conflitto globale.

Il dibattito sulle “decisioni fatali” di Kershaw è particolarmente importante adesso con l’emergere sullo scenario internazionale di nuove potenze con leader bellicosi, aspirazioni nazionaliste, in mezzo a un’area di conflitti incandescenti  in Medioriente,  che si estende dall’Afghanistan, all’Iraq, al Pakistan, e potrebbe ampliarsi per l’intervento di altre potenze. Un conflitto ora localizzato potrebbe globalizzarsi. Fortunatamente non esiste però, almeno per ora, una potenza come la Germania nazista del ’40 capace di travolgere una Francia e di costringere un’Inghilterra alla sconfitta e a un’umiliante ritirata a Dunkirk. Niall Ferguson ricorda come il veloce crollo della Francia provocò in Churchill  visioni apocalittiche di un’Inghilterra ormai rasa al suolo dalle bombe e immaginò di dirigere dal Canada una guerra aerea contro un’Europa ormai tutta dominata da Hitler.  Il successo di Hitler galvanizzò paesi a cui non sarebbe mai venuto in mente di entrare in guerra da soli. Ferguson mette in risalto che la decisione del Congresso americano nel ’41 di rafforzare e modernizzare l’esercito passò con un solo voto e che nel giugno del ’40 a Berlino stavano ancora seriamente pianificando la deportazione degli ebrei della Polonia in Madagascar.  Ferguson contesta a Kershaw che l’attacco tedesco all’Urss fosse folle come quello giapponese a Pearl Harbour, perché i giapponesi sapevano di avere poche chance. Pearl Harbour fu l’ultimo colpo di cannone di una élite militare frustrata dagli americani nell’ambizione dell’impero in Cina. I tedeschi invece erano sicuri di vincere l’Armata Rossa e anche molti osservatori occidentali ne erano certi:  la sicurezza si basava sull’impreparazione dell’esercito russo. Ferguson rovescia anche il paradigma di Kershaw di pochi leader che decidono il destino del mondo, perché, a suo giudizio, Churchill decise di continuare a combattere nel ’40 perché sapeva che gli inglesi non avrebbe sopportato una soluzione alla Vichy. Ferguson ha ragione, perché neppure i tedeschi avrebbero continuato a combattere fino all’ultimo minuto se la decisione della guerra di Hitler non fosse stata condivisa.

Lo scontro tra Kershaw e Ferguson è stimolante perché i due storici hanno anche preso posizioni diverse sulla guerra in Iraq. Ferguson ha criticato gli Stati Uniti, rimproverandoli di non avere la forza di chiedere agli americani di combattere, di non essere capaci di inviare più uomini e di investire risorse come avrebbe fatto l’impero britannico, in sostanza di non essere in grado di assumersi responsabilità imperiali pur essendo un colosso con 750 basi nel mondo. Kershaw ha invece criticato la decisione di Blair di far partecipare l’Inghilterra a una guerra disastrosa come l’Iraq. Blair si è comportato come un decisionista, offrendo sostegno incondizionato agli Stati Uniti dopo l’11 settembre, prima in Afghanistan e poi in Iraq, senza chiudersi in un gabinetto di guerra come Churchill dopo Dunkirk e senza il salvagente di un Halifax pronto a trattare. Per Kershaw, Blair non ha capito che la “special relationship” con gli Stati Uniti non si basa su questioni emotive e ideologiche, ma sugli interessi nazionali di Gran Bretagna e Usa, non sempre simili. Ha ricordato che la guerra delle Falklands fu un’impresa militare tutta britannica, che Harold Wilson negli anni ’60, nonostante i buoni rapporti con Johnson, tenne gli inglesi fuori dal pantano del Vietnam e che Eisenhower nel ’56 non ebbe nulla a che fare con la disastrosa decisione di Anthony Eden di invadere il Canale di Suez e si limitò a forzare gli inglesi a un ritiro poco onorevole. Per Kershaw, la “special relationship” non era tanto speciale neppure nel maggio del 1940, quando Churchill decise di continuare a combattere, sperando nell’intervento americano. Allora gli americani erano isolazionisti e militarmente impreparati e, se dettero sostegno  economico agli inglesi, per farli entrare in guerra fu necessario l’attacco giapponese e la dichiarazione di guerra tedesca.

La guerra in Iraq ha per Kershaw indebolito da entrambe le parti la “special relationship”. In effetti, non è un grande momento per la “special relationship”. Gerard Baker all’indomani del ritiro inglese da Bassora ha scritto un editoriale al vetriolo e giocando sul paragone con l’impero romano ha dichiaro che ormai l’unica cosa che non si sa è chi saranno i Vandali che andranno a saccheggiare Washington. Baker è il più autorevole commentatore del Times sugli Stati Uniti. Le turbolenze però sono sempre state all’ordine del giorno nella storia della special relationship. Un esperto degli amici inglesi di Hitler come Kershaw, autore di un bel libro su lord Londoderry, il cugino di Churchill favorevole a un’intesa con i tedeschi, sa bene che fu proprio l’intelligenza inglese di avere dato qualche speranza a Hilter di possibilità di pace a fargli venire l’idea di invadere la Russia. Tra  Churchill e Hitler si giocò anche una terribile guerra psicologica, perché entrambi puntarono nel ’40, al momento delle fatali decisioni, su scenari di cui non erano affatto sicuri.

Si racconta che all’inizio degli anni ’70, Kershaw allora medievalista andò in Germania per un corso di tedesco. Durante una pioggia si rifugiò in un locale e incontrò un vecchio tedesco, che gli avrebbe detto: “Voi inglesi dovevate seguirci! Insieme avremmo dominato il mondo!” . Da allora si dice Kershaw si sia messo a studiare il nazismo. All’inizio degli anni ’80 a Londra un’anziana signora inglese, vedendo un libro con Hegel nel titolo esclamò: “I tedeschi? Non c’è bisogno di studiarli, basta trattarli come Churchill e diventano cagnolini!”. Il fascino per la cultura inglese nasce anche dalla straordinaria e misteriosa sicurezza britannica. Anche questo è un modo per costruire un’Europa diversa.
  

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