Le aperture su cittadinanza e unioni di fatto scuotono il Governo
13 Maggio 2009
Stilettate tra alleati. Vanno in scena in Transatlantico e i protagonisti sono Gianfranco Fini e Umberto Bossi proprio nel giorno in cui il governo incassa la fiducia ai tre maxi-emendamenti sul ddl sicurezza. Sì dalla maggioranza, dunque, al reato di clandestinità. Idem su ronde e permanenza fino a sei mesi nei Cie.
I temi del botta e risposta Fini-Bossi sono quelli dell’ultima polemica in ordine temporale: i respingimenti dei clandestini intercettati in acque internazionali. Il presidente della Camera, coerentemente, dice la sua invitando a non fare “propaganda elettorale” su questioni così delicate. Il Senatur tira dritto e replica che “se la propaganda non la fai quando ci sono elezioni quando la fai?. Poi commentando la fiducia al pacchetto sicurezza sferza l’alleato: “Chi la dura la vince”. Segno evidente che le tensioni tra i due restano, anche se dopo il faccia a faccia nel piano nobile di Montecitorio (chiesto dal leader del Carroccio) Bossi dirà che con Fini il rapporto “è facile perché è uno che mantiene la parola data”. Ma guarda caso, il Senatur rivela che la chiacchierata di mezzora non ha toccato la questione sicurezza, bensì come ci si comporta tra alleati. Sarà. Tatticismi a parte, la giornata di ieri a Montecitorio si chiude come da previsioni sul dossier sicurezza, con somma soddisfazione del ministro Maroni. Ma non è finita qui. Preoccupano due nuove "mosse finiane".
Primo: oggi con molta probabilità, come spiega un deputato del Pd, il partito di Franceschini chiederà il voto segreto sul parere finale dell’Aula al pacchetto sicurezza. “Non vedo perché non dovremmo farlo, visto che il presidente Fini si è speso molto sul suo ruolo di garante del Parlamento e dei diritti dell’opposizione”, commenta con una punta d’ironia come a dire che la strategia con la quale i democratici proveranno ad aprire un cuneo nei ranghi della maggioranza è proprio quella di mettere Fini di fronte al principio di coerenza (cioè ad una scelta) e nel caso la richiesta venisse accolta, puntare sull’aiutino dei malpancisti di turno sempre pronti a materializzarsi nei panni di franchi tiratori. Nessun problema, assicurano dal Pdl, i numeri ci sono e non si verificheranno sorprese.
Secondo: due proposte di legge già all’esame delle Commissioni e destinate a riaccendere il dibattito nel centrodestra. Una sulla cittadinanza agli immigrati regolari che propone, tra l’altro, di portare da dieci a cinque gli anni necessari ad ottenere il riconoscimento dello status, presentata dai deputati ex aennini Moffa e Granata, finiani di ferro. L’altra riguarda una nuova regolamentazione legislativa dei diritti e dei doveri delle convivenze (alias coppie di fatto) sulla quale c’è già la convergenza di un centinaio di deputati pidiellini e che, si dice, non sarebbe sgradita all’inquilino di Montecitorio. Insomma, ancora una volta, Fini ci mette lo zampino e l’effetto immediato su metodo e merito delle questioni provoca reazioni contrapposte nel centrodestra con evidenti maldipancia specie nella consistente componente cattolica.
Nessun problema ad affrontare il tema della cittadinanza, dice l’ex Fi Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ma se ci si ferma alla questione temporale diventa un dibattito riduttivo che non porta da nessuna parte. E’ interessante, invece, riflettere sui requisiti fondamentali che portano al riconoscimento e soprattutto sul fatto che “la cittadinanza non deve essere un punto di partenza, bensì quello di arrivo” di un vero processo di integrazione. Che passa attraverso condizioni precise: dalla “conoscenza della lingua italiana alla stabilità di un lavoro, alla condivisione dei nostri valori. Non accetto il sillogismo per cui se dici che servono dieci anni sei razzista e se sei favorevole ai cinque sei aperturista, perché l’integrazione è un tema molto importante e deve avere regole ben chiare e rigorose”, incalza Lupi. Posizione netta anche sulle coppie di fatto, argomento sul quale non risparmia una stoccata – seppure indiretta – all’indirizzo di Fini quando dice che “ciascuno è libero di dire come la pensa”. E tuttavia rimette al centro del discorso un punto che non considera secondario: “Nel programma del Pdl questo tema non compare tra le priorità che, invece, riguardano le azioni di rafforzamento e difesa della famiglia che resta il punto di riferimento della società, specie nella fase attuale attraversata dagli effetti della crisi economica”.
Da cattolico, spiega che tutelare la famiglia non è solo una posizione riconducibile a valori cristiani, piuttosto l’azione prioritaria richiamata dalla Costituzione che la riconosce come primo nucleo fondante della comunità. Fatti salvi i diritti individuali “che vanno garantiti”, Lupi non ci gira attorno quando dice che la strada “non può essere quella dei Didore (sigla che sintetizza i punti della proposta sulle coppie di fatto, ndr) bensì quella del diritto civile, attraverso la revisione di alcuni parti del codice civile relative alle convivenze”. Non solo: Lupi avverte che aprire su questo uno scontro ideologico tra cattolici e laici “sarebbe un gravissimo errore” e fa notare come il centrosinistra su questi temi si sia a suo tempo disintegrato. Dunque, meglio non rischiare di fare la stessa fine, il che non vuol dire evitare di parlarne. Quanto al merito della proposta, il vicepresidente della Camera annuncia fin d’ora battaglia in Aula.
Posizioni in sintonia con quelle dell’ex An Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno . Sulle coppie di fatto premette l’importanza che il tutto non sia affrontato nell’ottica del clericalismo e anticlericalismo perché, semmai, la disamina “deve essere anzitutto giuridica e prendere le mosse dal diritto positivo”. In sostanza, tutto ciò che viene evocato per giustificare il ricorso a una legge esiste già nella sfera del diritto civile ed è riconosciuto “o dalla legge ordinaria o dalle interpretazioni della Cassazione e della Corte Costituzionale”. Per questo, fatti salvi i diritti individuali, si dice contrario a quelli che potrebbero essere individuati come “matrimoni di serie B” e rimarca che prima di fare disquisizioni di principio “verifichiamo se questi diritti ci sono già”. Lui la ricognizione l’ha già fatta, ai tempi di Prodi e della polemica sui Dico. Chiosa ironico: “Qualche copia è rimasta ancora di quello studio, la metto a disposizione gratuita di chi voglia consultarla”. Compresi gli ex colleghi di partito.
Quanto al tema della cittadinanza non va oltre un diplomatico “ci confronteremo”, aggiungendo che su questo il governo non ha ancora maturato una linea. Quanto alla sua posizione taglia corto: “Sarà quella del governo”. Ma la frase rimanda ad un dibattito tutt’altro che sereno dentro la maggioranza. Con la Lega che vede come fumo negli occhi il tema della cittadinanza e pure sulle coppie di fatto non mostra particolare sensibilità. Lo fa capire il parlamentare del Carroccio Raffaele Volpi che liquida entrambe le questioni con un laconico “discuterne è legittimo ma per quanto ci riguarda non sono temi che fanno parte del programma che gli elettori hanno premiato un anno fa”.
