Le cattive azioni dell’azionismo totalitario

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Le cattive azioni dell’azionismo totalitario

Le cattive azioni dell’azionismo totalitario

31 Maggio 2008

La ‘personalità totalitaria’ può venir caratterizzata sulla base della tendenza a trasformare ogni disaccordo sugli interessi e sui valori in una <lotta per il diritto> e per la civiltà. Come sanno i cittadini degli stati in cui la democrazia liberale ha profonde e secolari radici, i ‘valori’ sono tanti giacché il mondo, come scriveva Max Weber citando il vecchio John Stuart Mill, <è pieno di dei>. Autorità e libertà, ordine e giustizia, scienza e fede, mercato e regolamentazione, pubblico e privato, individualismo e solidarietà possono ispirare progetti e programmi politici molto diversi e, talora, incompatibili. E, inoltre, all’interno di uno stesso campo, possono proporsi diversi metodi e strategie per il raggiungimento di comuni obiettivi. Il dissenso non solo è sempre lecito ma costituisce il propellente insostituibile della democrazia occidentale. A patto, però, che gli avversari non diventino nemici ovvero che non vengano presentati come il bieco Mister Hyde che trama per nullificare il corpo e l’anima del buon Dottor Jekyll.

Quante volte, sui giornali ma anche nelle aule accademiche, non sono risuonate le parole di Margaret Thatcher <la società non esiste> a testimoniare la proterva volontà di riportare indietro le lancette dell’orologio della storia !Giuristi noti per la loro acribia e benemeriti per i loro lavori scientifici hanno citato la ‘scandalosa’ affermazione del premier britannico senza aggiungere che, a suo avviso, <la società non esiste> perché esistono soltanto gli individui con i loro diritti indisponibili e che, in un sistema politico liberale, <è lo Stato al servizio degli individui e non gli individui al servizio dello Stato>–una tesi che i classici del liberalismo ottocentesco, da Benjamin Constant ad Alexis de Tocqueville avrebbero sottoscritto senza la minima esitazione. Le misure draconiane della lady di ferro si potevano condividere o meno, in tutto o in parte, ma rappresentavano, comunque, una ricetta per uscire da una crisi che aveva visto, nei decenni precedenti, il reddito medio del suddito di Sua Maestà Britannica ridursi al livello del suddito dell’allora Capo dello Stato spagnolo, Francisco Franco.

Del resto, non è senza significato che Tony Blair, il costruttore del New Labour Party, abbia riconosciuto che, grazie alla cura thatcheriana, il suo governo si è trovato a gestire una situazione economica e sociale per molti versi soddisfacente. E’ lecito ritenere che i ‘costi sociali’—e soprattutto quelli che, secondo un film di successo, sarebbero stati fatti pagare alla classe lavoratrice—siano stati eccessivi, assai meno lecito è parlare di ‘regressione’, come se a un certo punto il treno del progresso in Inghilterra, per colpa del gabinetto tory, si fosse improvvisamente (e improvvidamente) arrestato con esiti prossimi alla barbarie. Forse è venuto il momento di chiarirci una volta per sempre che lo storicismo progressista, sotteso alla visione ferroviaria delle dinamiche sociali, è del tutto incompatibile con la filosofia della ‘società aperta’ che, in fatto di politiche governative, non conosce  ‘avanti’ e ‘indietro’ ma solo misure che, vanno valutate pragmaticamente mettendo a confronto il ‘prima’ e il ‘dopo’, ciò che uno statista ha trovato e ciò che ha lasciato. Tutto questo, però, implica la rinuncia alla teologia politica e la disponibilità a riportare il  contrasto delle idee alla dimensione del realismo politico , nella consapevolezza che nessuno, a destra e a sinistra, ha in tasca la ricetta infallibile per far fronte a sfide e a congiunture tanto complesse come quelle che ci stanno dinanzi agli occhi.

 Un discorso di questo tenore, in Italia, stenta molto ad essere recepito. Paradossalmente, se mai riesce a farsi largo tra le ombre delle vecchie ideologie, ottiene più ascolto nelle vecchie subculture alla base dei partiti di massa (comunista e cattolico), che non nel progressismo laico, erede della democrazia risorgimentale, rappresentato dall’azionismo, un movimento politico effimero sotto il profilo elettorale ma divenuto egemone, a sinistra, dopo la caduta del Muro di Berlino. Divisi su tutto—politica economica, politica estera, scuola, fisco, pubblica istruzione etc.—gli azionisti (dico cose arcinote) avevano fatto dell’antifascismo la loro bandiera, intendendo per fascismo la cancellazione pura e semplice delle conquiste più elevate della bimillenaria civiltà greco-romano-illuministica. Il 25 aprile avrebbe dovuto metterli in pensione e invece no: lungi dal deporre le armi, molti di loro si dedicarono all’opera di depurazione e di risanamento etico-politico della nazione sfebbrata ma non guarita. Per certi aspetti, il maccartismo antifascista poteva essere anche utile : ogni società ha avuto i suoi catoncensori e il fatto che spuntino da una parte o dall’altra dello schieramento politico non cambia la (assai relativa, peraltro) positività di una funzione. Sennonché, come i loro nemici assoluti(i fascisti), gli azionisti erano portatori (concediamo: sani) di un virus totalitario di cui non avevano consapevolezza.

Gli intellettuali in camicia nera pensavano che il fascismo fosse la sintesi più alta e più matura di individuo e Stato, liberalismo e socialismo, mercato e collettivismo. <Un comunista>, ebbe a dichiarare la più alta autorità culturale del regime, Giovanni Gentile, <è un fascista impaziente> e, quanto al liberalismo, il filosofo aveva chiamato ‘nuova politica liberale’ (sic) la sua rivista nazionalfascista. Ciò comportava sia per i liberali onesti e stimati sia per i comunisti davvero solleciti del bene delle classi lavoratrici, il passaggio di campo al fascismo: rimanere nel proprio significava il rifiuto di capire che i tempi erano mutati e con essi le vecchie contrapposizioni del passato.

Non diversa era la mens azionista che, avendo legato con vincolo indissolubile Giustizia & Libertà, non riusciva più a legittimare né il passatismo dei liberalconservatori né le ‘fughe in avanti’ dei comunisti.  Per chi ritiene di essere la sintesi di quanto di meglio abbia prodotto la tradizione liberale e di quanto di meglio abbia prodotto la tradizione socialista, partiti che si richiamano all’una e all’altra non hanno più alcuna reale ragion d’essere. E, del resto, non a caso i  maitres-à-penser del PdA non prevedevano—tranne una minoranza significativa che includeva il grande Guido Calogero—una democrazia fondata sui partiti, ma, sulla scia del testamento spirituale di Duccio Galimberti, pensavano a una democrazia corporativa (con elezioni libere dal basso, beninteso,non con le nomine dall’alto del regime mussoliniano). In tal modo, nei confronti, dei vecchi liberali, che ancora distinguevano ‘liberalismo’ e ‘democrazia’ gli azionisti assumevano l’atteggiamento dei cattolici tradizionalisti nei riguardi degli ebrei: i vari manifesti socialisti liberali e liberalsocialisti avevano superato—nel senso hegeliano di inverare, conservando il positivo ed eliminando il negativo—le lezioni di Montesquieu e di Constant, di Mill e di Tocqueville così come i Vangeli avevano integrato e innovato, nel senso forte della <novitas>, i precetti dell’Antico Testamento.

Per fare un esempio concreto e chiarificatore, nell’elaborazione teorica dei giuristi di sinistra, che del latte azionista si sono nutriti in passato e continuano a nutrirsi oggi, i <diritti sociali> non solo non sarebbero incompatibili con i <diritti individuali> ma ne rappresenterebbero il perfezionamento e l’attuazione concreta. Se questo non è ‘totalitarismo’, certo è ‘integralismo’ che del totalitarismo è un cugino di primo grado. Dirlo potrebbe sembrare una forzatura ma non lo è per la ragione molto semplice che una filosofia che pretenda di conciliare valori non sempre componibili (come libertà ed eguaglianza), è una filosofia fondata su un ottimismo antropologico—il ‘perfettismo’ come lo chiamavano gli scrittori ottocenteschi—che nega alla radice quel dogma cristiano del peccato originale—ribattezzato dal laico Kant come ‘legno storto dell’umanità’—su cui si fonda ogni versione autentica del liberalismo. Il ‘mito della caduta’ sottende una visione pessimistica che, da un lato, giustifica l’antica diffidenza liberale nei confronti del potere (dell’uomo come l’ha fatto madre natura non ci si può fidare), dall’altro, comporta la lucida visione della frequente incompatibilità tra le ‘cose buone’. Poiché non è affatto vero che i diversi valori possano trovare, sempre e comunque, un accordo  ragionevole e poiché non sappiamo quali , tra i programmi politici, che ad essi si ispirano, risultano i più adeguati  nelle varie emergenze della vita civile, la pluralità dei partiti, ciascuno portatore di specifici interessi e concezioni del ‘bene comune’, può rivendicare un inoppugnabile titolo di legittimità.

Che ci siano alcuni partiti più solleciti dei ‘diritti individuali’—come il partito tory della Signora Thatcher–ed altri più preoccupati dei ‘diritti sociali’ è normale e fisiologico: nessuno, infatti, può dire con sicurezza se, in un certo momento storico, sia bene che prevalgano i primi o i secondi, giacché la politica è ‘arte’ e non ‘scienza’ e lo spazio delle congetture sensate è spaventosamente esiguo. 

 Ne consegue che la pretesa di un partito o di una famiglia ideologica di incarnare le ragioni del passato e del presente, dell’individuo e della società, porta non solo a delegittimare storicamente <tutti gli altri> ma a trasformare ogni scontro politico in una crociata. Se si ha la ricetta infallibile per conciliare ordine pubblico e diritti dei singoli come può il dissenso in materia far sentire la sua voce? Si prenda l’articolo, Da Pasolini alla post-politica (‘La Repubblica’ 29 maggio u.s.) di un tipico esponente della political culture in questione, Adriano Prosperi: le misure adottate dall’attuale governo per venire incontro al bisogno di sicurezza espresso dalla stragrande maggioranza degli italiani non vi vengono criticate per la loro inadeguatezza ma assunte a testimoniare il quadro apocalittico di un ministero che fa <un inventario apocalittico della realtà umana del paese: di qua noi di là gli altri, di qua noi cittadini dotati di diritti di là gli immigrati che non ne hanno nessuno, che sono soltanto merce umana da selezionare tra ciò che serve (come le badanti)e ciò che può essere espulso come deiezione immonda>. Insomma, ci stiamo avviando verso uno governo razzista col quale non è possibile nessun dialogo (chi dialogherebbe col Dr. Goebbels sui fondamenti dello ‘stato di diritto’?). Non meno drastico è il giudizio di Stefano Rodotà, teorico eminente del principio (azionista) che più aumentano i diritti sociali più si rafforzano le libertà e i diritti individuali. Nell’articolo Le leggi speciali (‘La Repubblica’ del 27 maggio u.s.), dopo aver mosso alcuni rilievi motivati—li si condivida o meno– ai provvedimenti del governo Berlusconi sull’ordine pubblico, l’editorialista scrive che <contraddizioni, difficoltà di funzionamento, smagliature, non possono far sottovalutare la creazione di un modello di governo della società che ha tutti i tratti della ‘democrazia autoritaria’: centralizzazione dei poteri, abbattimento delle garanzie, restrizione di libertà e diritti, sostegno plebiscitario. Si affrontano questioni dell’oggi, ma si parla del futuro. Si coglie la società italiana in un momento di debolezza strutturale, e si modificano le condizioni dell’agire politico. Si lancia un messaggio che rafforza i pregiudizi e diffonde la logica della mano dura: non sono un caso le aggressioni romane a immigrati e gay. Qui è la vera riforma istituzionale, qui il rischio di uno strisciante mutamento di regime>.

Per una forma mentis siffatta, non può esserci un <normale dissenso> sui mezzi per porre rimedio, in qualche modo, all’insicurezza collettiva: non è sufficiente votare contro le proposte di Maroni (come ieri si era invitato a fare per la legge Reale), bisogna spostare la lotta al livello superiore del ‘conflitto di civiltà’, indicare nell’avversario il portatore di un inconfessabile progetto di <mutamento di regime>in direzione, s’intende, di una ‘democrazia autoritaria’, non ancora definita ‘fascista’. Non meraviglia, pertanto, l’insofferenza per i ‘tiepidi’ del proprio campo, che girano <la testa dall’altra parte>, analizzano con <impassibilità> <i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento>, non si danno pensiero di <un clima che si è fatto irrespirabile>.

Per chi rivendica, de facto se non  de jure,  il monopolio di tutti i valori politici e ne suggella la bontà solo nella misura, nella quantità e nella forma in cui li dispone, non possono esserci ordine pubblico, libertà civili, giustizia sociale all’infuori del proprio campionario e della relativa gerarchia di priorità. Chi la pensa e agisce diversamente non resta un interlocutore rispettabile, anche se non condivide le sue strategie e  dà maggior peso a certi bisogni piuttosto che ad altri,diventa un potenziale usurpatore, tanto più temibile quanto più sostenuto dalla maggioranza degli elettori. Sennonché la ‘demonizzazione dell’avversario’ non è sempre stata considerata un segno sicuro della sindrome totalitaria? I fascisti demonizzavano la sinistra (<All’arme siam fascisti/ a morte i comunisti!), gli azionisti e quanti si sono formati alla loro scuola ‘demonizzano la destra’. Non è poi la stessa cosa? Vengono  in mente un noto aforisma del principe del non conformismo italico, Ennio Flaiano :<ci sono due tipi di fascismo, il fascismo e l’antifascismo> ma, altresì,  un terribile sospetto ‘psicanalitico’: che l’ossessione antifascista degli epigoni dell’azionismo non sia anche determinata dall’oscura coscienza di aver contratto i germi della malattia alla cui cancellazione dall’universo umano hanno dedicato tutta  la loro vita e il  loro impegno intellettuale.