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Le cinque giornate di Mogadiscio

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Cinque giornate di scontri cruenti hanno sconvolto la capitale della Somalia e causato ingenti danni alla popolazione e alle infrastrutture.  Protagonisti della guerriglia sono state le truppe del governo di transizione della Somalia, coadiuvate dall'esercito etiope, e gli insorti legati al clan della famiglia Hawiye, supportati da al-Qaida. Fino ad oggi non si hanno stime ufficiali sul numero delle vittime tra i civili ma la Croce Rossa Internazionale, nel ricordare che gli scontri sono i più violenti verificatisi nel corso degli ultimi 15 anni in Somalia, parla di decine di morti e centinaia di feriti.  A questi dati si devono poi aggiungere le circa 57 mila persone che dall'inizio di febbraio stanno lasciando la capitale per cercare riparo altrove, secondo le stime dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Come riportato da Radio Shabelle, l'inizio degli scontri a fuoco sarebbe avvenuto all'alba (5,30 ora locale) del 29 Marzo, con le forze etiopi che, utilizzando carri armati ed elicotteri, avrebbero conquistato alcune zone della città, in “violazione del recente cessate-il-fuoco.” Uno di questi elicotteri è stato poi abbattuto durante gli scontri, secondo un testimone oculare intervistato dalla Cnn; il mezzo sarebbe stato colpito da un razzo a spalla lanciato da una postazione di insorti.

Il 7 maggio scorso ha avuto inizio una battaglia per la supremazia a Mogadiscio tra l'Unione delle Corti Islamiche (ICU) e l’Alleanza per la Restaurazione della Pace e il Contro Terrorismo (ARPTC), formata da alcuni ex-ministri del Governo di Transizione Federale, uomini d'affari e signori della guerra somali, che si dice fosse finanziata direttamente dalla Cia, preoccupata del sostegno di al-Qaida all'ICU. A quel tempo gli scontri erano limitati al distretto “Sii-Sii” posto a nord della capitale.  Nel mese di giugno gli ICU riuscirono ad avere la meglio sulle forze della ARPTC e a ottenere il controllo di Mogadiscio.

È a questo punto che l'esercito etiope fa la sua entrata in scena, a supporto del governo di transizione federale somalo, formatosi nel 2004 in Kenya e supportato dall'Onu, con base a  Baidoa.  Quest'ultimo aveva subito un tentativo di attacco da parte delle forze dell'ICU, nel dicembre 2006.  La capitale somala fu quindi per tutta risposta circondata dall'esercito del governo di transizione e quello etiope che in un primo momento avevano evitato di aprire il fuoco per timore di ferire i civili.  Alcuni resoconti riportano che le Corti Islamiche stavano abbandonando la città, cosa evidentemente non vera, visto che da allora in poi la battaglia per Mogadiscio ha continuato a espandersi fino ad arrivare alla situazione odierna.

La guerriglia ha causato la fuga di migliaia di civili, la chiusura di tutte le attività economiche e dei mezzi di trasporto oltre che la distruzione di numerose case e strade.  Perfino i giornalisti hanno non poche difficoltà a reperire notizie, i resoconti provenienti dalla capitale si basano spesso su testimoni oculari, come quello raggiunto telefonicamente dalla Cnn, Faisal Jamah: “Un colpo di mortaio ha appena colpito l'abitazione vicino alla mia. Possiamo sentire piangere e possiamo vedere il fumo...Ci sono molti feriti ma non c'è modo di portarli all'ospedale a causa della battaglia nelle strade.”

Intanto, il primo ministro del governo di transizione, Ali Mohamed Gedi, in un’intervista alla Bbc si è appellato agli islamici moderati affinché riconoscano l'autorità del suo esecutivo partecipando alla prossima conferenza sulla riconciliazione: “Coloro i quali rinunciano alla violenza e riconoscono il governo di transizione federale possono partecipare.” Lo stesso Gedi ha poi negato che gli scontri si stessero allargando anche fuori la città di Mogadiscio.  Il 31 marzo si è registrato un appello del clan Hawiye alla comunità internazionale volto ad ottenere un cessate il fuoco. Ahmaed Direi Ali, portavoce della potente famiglia somala, ha accusato le truppe etiopiche di “massacrare la gente”. “Quello che sta succedendo in città è una carneficina di civili”.

Del 2 aprile, invece, è la notizia della morte di un soldato che faceva parte del contingente di pace dell’Unione Africana (circa 1200 soldati ugandesi). Il militare stava presidiando i palazzi presidenziali, quando è stato colpito da colpi di mortaio, così come raccontato alla Reuters dal Maggiore Felix Kulayigye, al telefono da Kampala.

Il 3, poi, Radio Shabelle ha riportato un comunicato stampa in cui la famiglia Hawiye pone le condizioni per il cessate il fuoco proposto dall'esercito etiope, che consistono principalmente nel ritiro delle forze etiopiche, con l’apertura delle trattative di pace entro 24 ore e il rilascio degli “innocenti” catturati dagli etiopi durante le operazioni.

Nel frattempo almeno sei persone sarebbero decedute a causa di colpi d'arma da fuoco presso l'ospedale di Medina, nel sud della capitale. Insomma, il conflitto continua.

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