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"Per la verità, per Israele"/17

“Le critiche a Israele e i veri nemici”

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Scriveva lo storico Pierre Vidal-Naquet che a nessuno verrebbe in mente, pur attaccando "violentemente la politica francese", di "mettere in discussione la Francia come comunità nazionale". Invece, proseguiva, "i nemici di Israele mettono in discussione non la sua politica, ma la sua esistenza".

La differenza, fondamentale, è tutta qui. I nemici di Israele lo vogliono distruggere, annientare, fare in modo che non esista più. Anche con la bomba finale, come vorrebbe l'Iran di Ahmadinejad. Ma intanto, nel mondo, attraverso le menzogne, il boicottaggio sistematico e pregiudiziale, la demonizzazione. E persino con l'attacco agli ebrei e ai simboli e ai luoghi cari all’ebraismo. Purtroppo, come raccontano le cronache, anche in Europa. Ecco perché una manifestazione come quella che si terrà oggi a Roma, "Per la verità, per Israele", dovrebbe unire chiunque abbia a cuore non le ragioni, sempre discutibili, di un governo, non le singole scelte, opinabili, di uno Stato, ma quelle dell'esistenza stessa di uno Stato, di cui i nemici proclamano la totale illegittimità.

Difendere il diritto ad esistere dello Stato di Israele non significa abbracciare la politica di un governo sempre e comunque. Significa arginare una nuova forma di antisemitismo addobbato di "antisionismo" e che punta alla distruzione di un popolo e di uno Stato. Non è una fantasia paranoica: è il progetto quotidianamente rivendicato da Hamas, da Hezbollah in Libano, dall’Iran degli ayatollah. L'opinione pubblica non è sempre al corrente della portata devastante delle minacce a Israele. Si accusa una fantomatica "lobby ebraica" potentissima e tentacolare di orientare i media e i governi del mondo.

Ma la realtà racconta tutta un'altra storia: la dilatazione parossistica dei torti di Israele e la minimizzazione indulgente di quelli dei suoi nemici. Del resto, però, solo difendendo il diritto ad esistere di Israele è possibile manifestare tutti i legittimi dubbi e anche le critiche più feroci alla politica dei governi israeliani. E la maratona di oggi, è bene ricordarlo, non si discosta da una piattaforma che abbia il principio dei "due popoli, due Stati" come suo cardine. Ora che si è aperto un nuovo spiraglio per le trattative di pace con la parte moderata del fronte palestinese, è per esempio doveroso criticare la scelta del governo israeliano di non fermare i nuovi cantieri nei territori occupati dal '67.

Un conto è infatti la sacrosanta ricerca di confini stabili e di una sicurezza non precaria. Un altro è l'incomprensione del valore dirompente e provocatorio che la costruzione di nuovi insediamenti ebraici in territorio palestinese comporterebbe. Una scelta che indicherebbe nel governo israeliano il responsabile dello stallo nelle trattative e che indebolirebbe la posizione già vulnerabile della dirigenza palestinese che si riconosce in Abu Mazen e che si dice disposta a superare il catastrofico errore con cui Arafat mise la pietra tombale al negoziato di Camp David nel 2000. Un errore fatale che gli amici di Israele, pronti a battersi per il suo irrinunciabile diritto all'esistenza, non potrebbero perdonare.

(Tratto da Il Corriere della Sera)

 

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