Le dimissioni di Bocchino rilanciano la sfida di Fini a Berlusconi

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Le dimissioni di Bocchino rilanciano la sfida di Fini a Berlusconi

30 Aprile 2010

La terza lettera in tre giorni è quella definitiva. Italo Bocchino lascia la vicepresidenza del gruppo Pdl alla Camera. Lo fa un attimo prima che scocchi l’ora dell’assemblea dei deputati chiamata a pronunciarsi sulla prima delle missive che l’ormai ex di Fabrizio Cicchitto, ha inviato al capogruppo mettendo a disposizione la sua poltrona ma chiedendo che anche quella del presidente del gruppo fosse rimessa in discussione. Una decisione “definitiva” e “irrevocabile” scrive Bocchino e Cicchitto ne prende atto.

Non c’è bisogno di alcun passaggio assembleare, la vicenda si chiude qui e la riunione viene annullata. Bocchino resta nel direttivo del gruppo, pur senza deleghe. Per il nuovo vice di Cicchitto c’è tempo: non esiste infatti alcun automatismo regolamentare e l’orientamento è quello di attendere alcune settimane per far decantare la situazione, prima di ricoprire la casella lasciata vuota da Bocchino.

Evitare il passaggio nel gruppo parlamentare. Forse questo era il vero intento,  dopochè per giorni sul caso del finiano doc ci sono stati continui capovolgimenti di fronte – l’ultimo quello di mercoledì quando Bocchino annuncia l’intenzione di ritirare le dimissioni – che hanno alimentato tensione tra i deputati e soprattutto aperto una falla tra i fedelissimi del presidente della Camera. Al punto che già stamani, a dimissioni accolte, nel gruppo ristretto dei “pretoriani” dell’ex leader di An c’è chi si è lasciato scappare un “finalmente ce ne siamo liberati”.

Ma come si è arrivati al nuovo colpo di scena? Lavoro di squadra, mediazione, nei contatti tra l’Aula e il piano nobile di Montecitorio con lo stesso Fini che avrebbe caldeggiato un passo indietro del pupillo di Tatarella per non tirare troppo la corda, in cambio dell’assicurazione che il passaggio parlamentare non ci sarebbe stato. Già, la corda in questi giorni è stata tesissima, quasi sul punto di spezzarsi. Alla fine, ha prevalso il calcolo delle opportunità e dei numeri , oltre alla consapevolezza che lo strappo definitivo avrebbe solo provocato danni.  Anche perché viene matenuto top secret il numero degli ex aenne disposti a seguire il presidente della Camera fino in fondo, il che apre interrogativi sulla reale consistenza della pattuglia del “dissenso”. Ed è anche per questo che, al di là degli annunci tattici “siamo oltre cinquanta”, lo stesso presidente della Camera avrebbe suggerito a Bocchino che la via migliore era quella del passo indietro.

Un modo, seppure indiretto – osservano alcuni dirigenti pidiellini – di prenderne le distanze, anche se non completamente dal momento che l’asse tra i due resta saldo. C’è tuttavia un altro aspetto, non secondario: la mossa definitiva dell’ex vicecapogruppo è servita ad evitare da un lato la conta tra i 270 parlamentari, dall’altro quella tra i finiani, visto che all’interno della pattuglia più di un ex aenne ha manifestato insofferenza per la forzatura in cui Bocchino tentava di trascinare i colleghi di corrente (Granata, Laboccetta, Moffa, Augello, Viespoli i si sono dissociati).  E il fatto che il presidente della Camera, oggi impegnato a Bari, non abbia voluto dire nulla sulle dimissioni del suo fedelissimo, la dice lunga sul clima e sul livello di irritazione che – rivelano alcuni finiani – il capo avrebbe manifestato per il modo col quale Bocchino ha gestito tutta la vicenda, spostando troppo l’obiettivo dal piano politico a quello personale. 

Non a caso c’è chi come l’ex An Viviana Beccalossi si domanda se le dimissioni irrevocabili di Bocchino siano servite per “nascondere le divisioni tra i finiani”. Da parte sua, l’ex vicecapogruppo dei deputati che da capo dei moderati finiani, colui che ha fondato Generazione Italia in contrapposizione a Farefuturo, è diventato il leader degli “incendiari”, la butta in polemica e chiama in causa direttamente Berlusconi ritenendolo l’artefice del “tentativo di arrivare a una epurazione mia per colpire l’area a me vicina”. Di qui la decisione di confermare le dimissioni, si giustifica,  “per far comprendere che il nostro è un problema politico e non di posti". Quindi parla della telefonata col Cav. prima della sua partecipazione alla trasmissione di Floris: “C’è stata una direttiva di Berlusconi durante Ballarò che chiedeva la mia testa. Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento. Ma questo non porterà il partito lontano. Non esiste un solo partito democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi”, prosegue Bocchino che poi lancia un avvertimento: “Continueremo a combattere dall’interno”.

Frase che oggi a Montecitorio è riecheggiata nei commenti di numerosi deputati  pidielle a proposito del decreto incentivi che la prossima settimana approda in Aula. Il presidente della Camera – è sua prerogativa – ha dichiarato inammissibili quarantasei emendamenti al testo, tra i quali alcuni presentati dalla maggioranza. Tutto legittimo dunque, eppure se si guarda un po’ più in profondità non sfugge che questo sia anche un modo per evidenziare quanto siano ampi i poteri del presidente dell’assemblea parlamentare nel determinare l’iter di approvazione dei provvedimenti ma anche il loro contenuto. Il che vuol dire – osservano nelle file della maggioranza – che nella sua nuova veste politica di capo della minoranza del Pdl potrebbe “condizionare” la tabella di marcia di alcuni provvedimenti del governo. Ed è qui l’ambiguità che in molti nel Pdl rilevano quando sostengono che Fini non può essere contemporaneamente il capo corrente di un partito e il presidente della Camera. 

Anche perché a quel punto il suo atteggiamento andrebbe oltre quello di un “presidente di opposizione” dal momento che si tratta di un’opposizione interna al suo stesso partito. In altre parole, è come se si affermasse una logica partitica con la conseguenza che la Camera rischierebbe di essere subordinata a logiche interne al partito di maggioranza relativa.  Se a questo si aggiunge il fatto che come ha ventilato Bocchino e con lui altri pasdaran finiani come ad esempio Briguglio, “la battaglia politica proseguirà dall’interno” e che “la frattura tra Fini e Berlusconi è insanabile” c’è da ritenere che la “guerra di posizione” dentro il Pdl andrà avanti ancora per molto. Resta da capire se l’espressione del dissenso – legittima in ogni partito – si concentrerà sulla proposta politica oppure si trasformerà in una sorta di conta perenne, da aprire di volta in volta direttamente alla Camera.  Uno scenario che renderebbe palese un paradosso: da un lato la forza elettorale della leadership di Berlusconi che continua ad essere tale nel Paese  e dall’altro la fragilità della maggioranza a Montecitorio . E c’è da domandarsi fino a quando la tensione tra questi due elementi potrà reggere. 

Il vero banco di prova sarà sui provvedimenti del governo. Si capirà allora se il percorso interno del Pdl è quello di un partito a vocazione maggioritaria con una minoranza interna (che rispetta le decisioni della maggioranza) oppure se si tradurrà in un Vietnam trascinando con sé il destino della legislatura. E di fronte a questo scenario, non è detto che il Cav. non decida  di rovesciare lui il tavolo.