Regno (dis)Unito?

Le Europee, Nigel Farage e la sua nuova creatura politica: Brexit

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All’alba del 24 giugno 2016, tutto sembrava chiaro: dopo la vittoria dello schieramento pro uscita dall’Unione Europea nel referendum tenutosi il giorno precedente, la Gran Bretagna si avviava ad una inaspettata Brexit, che nessuno avrebbe mai pronosticato fino in fondo. Il primo a non capire che tutto ciò potesse diventare realtà, fu l’allora Primo Ministro David Cameron portato proprio per questo a concedere lo svolgimento di un referendum di cui non calcolò minimamente la portata e che, inevitabilmente, lo condusse ad una fine ingloriosa della sua carriera politica. Ma ciò che nessuno poteva veramente immaginare, èquello che sta accadendo oggi: dopo tre anni il Regno Unito non ha ancora trovato un accordo con la Commissione Europea per formalizzare l’uscita dall’UE, e, al contempo, il Parlamento inglese ha più volte votato provvedimenti volti a scongiurare la cosiddetta Hard Brexit, una uscita disordinata che avrebbe provocato imprevedibili scenari economici e commerciali.

In tutto questo marasma istituzionale, è quanto mai plausibile che i cittadini britannici saranno chiamati anch’essi al rinnovo dei loro rappresentanti presso il Parlamento Europeo tra tre settimane - almeno che le trattative tra la Premier May e il leader dei laburisti Corbyn per arrivare ad un accordo da votare in Parlamento non si concludano positivamente entro dieci giorni al massimo – e, a recitare la parte del leone, potrebbe esserci ancora una volta colui che della BREXIT era stato il principale artefice: Nigel Farage.

Infatti, il vulcanico europarlamentare e capo dello UKIP, sembrava aver raggiunto l’obiettivo di una intera carriera politica nei giorni immediatamente successivi al referendum del 2016 ed era destinato a ritirarsi serenamente; ma dapprima i pessimi risultati ottenuti dal suo partito nelle ultime elezioni generali e, successivamente, la possibilità che l’uscita dall’Unione potesse addirittura sfumare lo hanno indotto a tornare di nuovo in campo fondando addirittura un nuovo partito, che non poteva avere una denominazione più chiara e diretta sulle intenzioni che lo muoveranno: BREXIT. In questa nuova formazione sono confluiti ex membri dello UKIP e alcuni Conservatori insoddisfatti da come sono evolute le trattive con Bruxelles e il livello di consenso attribuito a questo neonato movimento è già lusinghiero, attestandosi attorno al 30%.

Nei mesi scorsi, svariate sono state le manifestazioni svoltesi a Londra a favore della permanenza del Regno Unito nell’UE ma, tenendo in considerazione le percentuali attribuite dai sondaggi alla nuova creatura di Farage, c’è da chiedersi se ancora una volta il “sentiment” dominante nei grandi agglomerati urbani europei non sia totalmente differente da quello che invece si percepisce nel “deep state”, dove le difficoltà economiche e sociali (diffusissimo in Inghilterra, ad esempio, il fenomeno delle baby gang) faticano a trovare delle soluzioni reali.

A far da contraltare a BREXIT, tuttavia, non ci sarà nel mondo dei moderati d’Oltremanica solamente il Partito Conservatore: infatti qualora si votasse, a rappresentare le istanze centriste ci sarà il movimento CHANGE UK, nato da alcuni fuoriusciti sia dai Tories che dai Laburisti, i quali si oppongono frontalmente all’uscita dall’Unione e propongono un secondo referendum. Sono filo atlantisti, per il mercato libero e puntano a fare breccia nei cuori di tutti quegli elettori di stampo conservatore stanchi del tira e molla che da troppo tempo sta andando in scena in materia di Brexit. I sondaggi ad oggi li collocano attorno al 10% e non è detto che la vera sorpresa delle prossime (eventuali) elezioni europee non possano essere proprio loro.

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