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Le Fondazioni bancarie

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Dispongono di un ingente patrimonio, nell’ordine di 46 miliardi di euro. Sono grandi come la FIAT, ma come affermato di recente dal Presidente dell’Antitrust Catricalà hanno regole di governance fuori mercato. Ciò nonostante svolgono un’intensa attività economica. Parliamo delle Fondazioni di origine bancaria. Sono una novantina. Per ammissione del Presidente dell’associazione di categoria Guzzetti: “hanno compiuto scelte che hanno portato alla riorganizzazione del sistema bancario italiano”. Sono al centro di una ragnatela di partecipazioni che connettono Intesa-Sanpaolo, Unicredito-Hypovereinsbank, Capitalia, Monte dei Paschi, Mediobanca, Generali, per non parlare dei grandi gruppi finanziari, il cui ruolo si allarga poi verso industrie rilevanti e persino verso il gruppo editoriale che controlla il Corriere della sera.

I tentativi di riforma non sono mancati. Amato, Ciampi, Tremonti hanno cercato di “indurle” a cedere il controllo delle banche da loro possedute. Solo 17 fondazioni sono uscite completamente dalla proprietà delle banche,  ma 15 di esse continuano a possedere più del 50% delle azioni e 56 ne possiedono una quota inferiore al 50%, che spesso tuttavia consente loro di esercitare un controllo di fatto. Non per nulla il prof. Marcello Messori, Presidente della Associazione delle società di gestione del risparmio, si domanda se il ruolo che hanno assunto nel sistema bancario le fondazioni, anche di grandi dimensioni, sia compatibile con il divieto stabilito dall’art.6 della Legge Ciampi che vieta loro il controllo realizzato anche con accordi fra soci.

Il problema cruciale che riguarda le Fondazioni è la loro autoreferenzialità, riassumibile nella domanda “a chi rispondono le Fondazioni?”. A chi rendono conto gli amministratori di questi importanti soggetti economici, che si configurano come una “casta” chiusa, i cui i meccanismi di nomina sono spesso basati sulla cooptazione.  Il problema della responsabilità, si badi bene,  non riguarda  l’attività di erogazioni benefiche sottoposta a formale disciplina dalle norme in materia e, a onore del vero, ampiamente documentata nella reportistica delle Fondazioni, che del resto hanno tutto l’interesse a fare conoscere quanto distribuiscono e come. Il problema si pone per quanto riguarda la gestione del loro patrimonio, e in particolare della parte del patrimonio ancora impegnata nelle partecipazioni bancarie.  Idealmente si vorrebbe che il patrimonio fosse gestito con criteri strettamente di mercato per massimizzarne il rendimento, proprio allo scopo di fornire il maggiore volume possibile di risorse da impiegare in attività benefiche. Le attività benefiche a loro volta saranno condotte con criteri che esulano dalla dimensione economica avendo a cuore obiettivi sociali, culturali di sviluppo locale. 

Per garantire la massimizzazione dei rendimenti occorrerebbe quindi che l’intero patrimonio delle Fondazioni fosse affidato a gestori professionisti, la cui performance potrebbe essere facilmente quantificata e monitorata. Oggi purtroppo il 25% degli attivi delle Fondazioni è ancora impegnato in partecipazioni delle banche conferitarie e solo il 17% degli attivi è investito tramite gestioni patrimoniali. La cruciale attività benefica svolta dalla Fondazioni e la trasparenza del loro operato risulterebbero fortemente rafforzate se esse delegassero completamente l’incombenza di gestire il patrimonio e si concentrassero esclusivamente sulla attività erogativa, senza l’ambizione di volere partecipare al “risiko” bancario.

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