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“Le Forze Armate italiane acquisiscono nuove capacità”

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Intervista all’Ammiraglio Giampaolo Di Paola
di Emiliano Stornelli

In un Paese come l’Italia, dove la “cultura contro la Difesa” è talmente radicata che la res militaria, per riflesso ideologicamente condizionato, desta comunemente uno sdegno moralistico che trova sfogo nella demonizzazione delle Forze Armate, e dove la dimensione della Sicurezza, con la serietà delle sue problematiche, è così misconosciuta e malintesa da essere considerata materia esclusiva di guerrafondai e imperialisti, l’Occidentale ha deciso che fosse giunto il momento d’intraprendere un viaggio di approfondimento nel mondo militare, come opera di contrasto di quella certa scuola culturale e politica pacifinta e antimilitarista che ancora oggi riesce a esercitare un’influenza decisiva sugli orientamenti governativi. L’obiettivo è di procedere all’affermazione di un’autentica “cultura della Difesa” nel nostro Paese.

Le Forze Armate italiane compiono oggi uno sforzo organizzativo enorme per garantire l’efficienza, spesso al limite della sopravvivenza causa l’endemica carenza di fondi, dei soldati che sono impegnati nelle aree interessate da crisi che rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale - i Balcani, l’Afghanistan, l’Iraq e il Libano -, in missioni di mantenimento della pace, stabilizzazione e ricostruzione, sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Nato. Questo sforzo è troppo poco valorizzato dai mezzi di comunicazione e troppo poco apprezzato dalla popolazione e da talune espressioni della società civile come le organizzazioni non governative, che nelle aree di crisi sovente disdegnano l’indispensabile ruolo dei militari nel garantire la cornice di sicurezza e il supporto logistico necessari al compimento delle loro stesse attività umanitarie.

Il nostro viaggio all’interno delle Forze Armate ha come prima tappa il vertice dell’organizzazione militare italiana. Il Capo di Stato maggiore della Difesa, l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha infatti concesso un’intervista all’Occidentale, dove ci guida nella comprensione del contesto strategico-militare a cui l’Italia appartiene e delle linee evolutive del nostro strumento militare.

%3Cp>La Nato è il fondamento della difesa collettiva euroatlantica, mentre la Politica Europea di Sicurezza e di Difesa (Pesd) prevede la creazione di una politica di difesa comune tra gli Stati membri dell’Unione Europea. Quali sono i rapporti tra Nato e Ue?
Per rispondere in materia esaustiva alla domanda è opportuno prima precisare cos’è la Pesd. E’ stato il Consiglio Europeo di Colonia del giugno 1999 a prefigurare la creazione di un sistema difensivo comune europeo, stabilendo che “l’Ue deve avere una capacità di condurre azioni in modo autonomo, potendo contare su forze militari credibili, sui mezzi per decidere di farle intervenire e sulla disponibilità a farlo, al fine di rispondere alle crisi internazionali lasciando impregiudicate le azioni della NATO (…); lo sviluppo di una capacità di gestione militare delle crisi deve essere considerata un’attività nel contesto della PESC ed un elemento della graduale definizione di una politica comune di difesa”.
La creazione progressiva di una politica di difesa comune, vale a dire la Pesd, si definisce, pertanto, all’interno della Politica Estera e di Sicurezza Comune (Pesc), attraverso cui i Paesi membri dell’Ue sono chiamati a esprimere una posizione univoca a livello internazionale.
Le decisioni in merito alla Pesd sono prese all’unanimità dal Consiglio Europeo con la clausola dell’“astensione costruttiva” ovvero la possibilità di uno Stato membro di astenersi dal votare contro una decisione accettando la decisione degli altri ma senza avere l’impegno di applicarla.
La Pesd è compatibile con la Nato e anzi s’integra ad essa in armonia con quanto definito dagli accordi definiti come “Berlin plus”, che permettono all’Ue di avere accesso alle capacità e agli assetti comuni dell’Alleanza Atlantica quando questa non è impegnata nella sua interezza.
E’ evidente quindi che tra Nato ed Ue devono essere sviluppati stretti rapporti per un efficace coordinamento in materia di sicurezza e risoluzione delle crisi evitando duplicazioni di strutture organizzative e l’attuazione di politiche che portino all’allentamento del rapporto transatlantico.

In cosa consistono gli accordi “Berlin plus”?
Tali accordi scaturiscono dall’insieme delle decisioni prese nelle riunioni ministeriali della Nato di Berlino, nel giugno 1996, e di Washington, nell’aprile 1999, che oggi garantiscono alla Pesd  l’accesso alla pianificazione della Nato, la pre-identificazione degli assetti e delle capacità della Nato, l’identificazione di una serie di comandi europei (incluso il Deputy Supreme Allied Command Europe, DSaceur) e l’adattamento del sistema di pianificazione della difesa della Nato. “Berlin plus” ha già dimostrato la sua efficacia in occasione delle due operazioni condotte nei Balcani dove l’Ue si è sostituita alla Nato: l’operazione Concordia nell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia  FYROM e l’Operazione Altea in Bosnia Herzegovina, che è ancora in corso.

Quali sono i punti di forza e le debolezze del rapporto tra Nato e Ue?
Come in tutte le fasi iniziali sono sorte problematiche superate con la disponibilità di entrambe le parti. Questi impegni, che sicuramente saranno sempre più intensi nel futuro, mirano a una risoluzione coordinata e univoca delle problematiche internazionali tramite l’impiego ottimale delle risorse e degli strumenti in possesso della Nato e dell’Ue.

Se il punto di forza della Nato, oggi come nella guerra fredda, è sempre stato la piena e perfetta integrazione sul piano operativo e addestrativo dei Paesi membri, a che punto si trova questa integrazione in ambito Pesd?
Questa domanda mi dà la possibilità di chiarire alcuni equivoci che spesso, sia a livello internazionale che nazionale, vengono sollevati in merito alle capacità operative ed addestrative delle Forze Armate. Come abbiamo appena visto, la Pesd è una politica giovane, per cui molti sono portati a pensare e credere che il suo sviluppo richieda gli stessi tempi che sono stati necessari per lo sviluppo della Nato. Questa non è esattamente la giusta valutazione da dare alla Pesd, ovvero dobbiamo considerare che la maggior parte degli Stati membri dell’Ue sono le stesse nazioni che compongono l’Alleanza Atlantica e come tali hanno già standard e procedure comuni, nonché un ampio ventaglio di esercitazioni e operazioni svolte in comune che assicurano un ottimo affiatamento. A ciò si deve aggiungere che anche gli altri Stati membri hanno concordato di utilizzare gli standard della Nato e quindi possiamo affermare che la Pesd è paragonabile a un bambino nato grande che ha bisogno soltanto di esercitare tutte le conoscenze che ha in memoria.

Quali vantaggi scaturiscono dal modello integrato della Nato?
Con una complessa struttura civile e militare, la Nato espleta il suo compito fondante di sicurezza attraverso lo sviluppo di un contesto politico transatlantico forte, basato sulla condivisione di principi ed istituzioni democratiche, atto a risolvere in modo pacifico le contese in ambito europeo (e non solo) e, nella sostanza, a rafforzare il diritto internazionale.
Infatti, l’Alleanza Atlantica facilita, razionalizza e coordina la gestione delle risorse e degli sforzi, delle singole Nazioni a lei appartenenti, in settori di comune interesse, creando condizioni favorevoli per la cooperazione politica, militare, economica e scientifica.
In sostanza, essa costituisce il foro principale di consultazioni transatlantiche sulle questioni afferenti agli interessi vitali ed ai rischi per la sicurezza dei suoi membri, esercitando una funzione fortemente dissuasiva e se del caso difensiva contro ogni possibile aggressione.
Ma la Nato non limita la propria azione alla sua membership: essa promuove sicurezza e stabilità attraverso il dialogo e la cooperazione (soprattutto in ambito politico, economico e, ovviamente, militare) anche con molti Paesi partners, geograficamente collocati ben al di la dei confini del Patto.

Quanto incide la volontà politica sullo sviluppo della politica europea di sicurezza e difesa?
Come precedentemente affermato la Pesd non è una politica a se stante e disgiunta da quel grande progetto che è l’Unione Europea, ma è parte integrante della Pesc di cui è il braccio di sostegno nella definizione delle azioni comuni. Per cui, la Pesd è lo strumento di supporto per la politica unitaria qualora si ravveda la necessità di un intervento militare e civile per la risoluzione di crisi di interesse europeo.

%3Cstrong>Come s’inquadra l’impegno italiano nelle Nato e nella Pesd?
L’Italia è uno dei maggiori contributori di forze dell’Ue e della Nato. Ovviamente tale contributo si concretizza in gran parte ricorrendo agli stessi assetti, in particolare per quelli di maggiore valenza operativa. Ne deriva una forte esigenza di coordinamento e complementarietà fra le due le organizzazioni internazionali.

La realtà della sicurezza planetaria dopo gli attentati dell’11 settembre ha reso indispensabile l’acquisizione di abilità e conoscenze nuove e specifiche. La formazione culturale e l’addestramento dei militari come si sono adattati alla globalizzazione, alla guerra asimmetrica e alla minaccia terroristica connessa al fondamentalismo islamico?
La predisposizione delle forze allo scopo di fronteggiare adeguatamente i nuovi scenari, richiede un processo di addestramento sempre più spinto e completo, che accresca le capacità dei reparti e delle singole componenti di operare in contesti interforze e multinazionali e all’interno di una filosofia operativa "net-centrica" ed "effect-based". In questo contesto, la fase di addestramento di base, detta “single service”, è integrata da momenti addestrativi più complessi in chiave interforze e multinazionale, in cui le diverse componenti dei pacchetti operativi d’impiego debbono amalgamarsi per acquisire un'intrinseca capacità e dimestichezza ad operare in maniera integrato. Questa fase precede il dispiegamento nei teatri operativi e viene condotta con il preminente coinvolgimento del Comando Operativo Interforze (COI).
Il passaggio al sistema professionale ha richiesto la rapida adozione di moderni processi di gestione e valorizzazione del personale, sia militare sia civile, in ogni fase del servizio, compreso il reinserimento nella società civile del personale militare a termine. Particolare importanza, inoltre, viene data alla formazione di una vera mentalità interforze e al miglioramento delle qualità di leadership, rafforzando il senso di appartenenza all'istituzione, la motivazione, la coesione e lo spirito di corpo.
Sul piano ordinativo, si sta proseguendo nel processo di riorganizzazione già avviato, al fine di ottimizzare e razionalizzare, anche in chiave interforze, le strutture territoriali e di supporto a vantaggio delle componenti più operative, secondo un modello concettuale che privilegi la semplificazione delle strutture, l'eliminazione delle duplicazioni e delle ridondanze e la sinergia interforze.

Come s’inseriscono in questa fase di rinnovamento l’avvio del modello professionale e l’ingresso delle donne nelle Forze Armate?
L’ingresso delle donne nelle Forze Armate s’inserisce coerentemente nell’evoluzione del sistema Difesa, in misura pienamente aderente ai compiti e agli scenari operativi previsti per le Forze Armate (tra questi l’incremento delle missioni a carattere internazionale), per assolvere ai quali è essenziale uno strumento interamente professionale e pienamente integrato con quelli dei Paesi europei e Nato che annoverano, da molto più tempo, personale femminile nelle loro file.

Cosa s’intende per cooperazione civile-militare negli scenari di crisi?
Colgo l’occasione per operare una distinzione di fondamentale importanza nell’ambito dei rapporti civili-militari, quella tra cooperazione e coordinamento, due concetti simili nella forma ma differenti nel contenuto.
Nel corso di una missione, l’intervento militare si affianca a quello di altre organizzazioni che intervengono in supporto alle popolazioni che si intende assistere (Onu, Osce, Ong e così via). La cooperazione comprende tutte quelle attività che il comandante militare di un’operazione svolge in teatro per supportare le azioni delle altre organizzazioni e poter individuare aree di possibile interesse comune, per ottimizzare gli sforzi compiuti, in accordo con i compiti ricevuti.
Nella visione dell’Unione Europea e della Nato, invece, si preferisce parlare di coordinamento. Le azioni svolte dalla Forza militare in teatro sotto la guida di un comandante vengono coordinate dal vertice decisionale politico-militare che sta a Bruxelles. Il coordinamento tra il vertice decisionale e gli strumenti militari e civili schierati sul campo è imprescindibile per ottimizzare le risorse e per svolgere l’operazione in maniera unitaria, lineare ed efficace.

Con la fine della guerra fredda e l’ingresso nell’era dell’informazione, la Nato ha adottato la cosiddetta Network Centric Warfare (Ncw) come dottrina militare, sia per le operazioni ad alta intensità di tipo combat che per quelle a supporto della pace e di assistenza umanitaria. Di conseguenza, l’Italia, insieme al resto dei Paesi membri della Nato, ha avviato una fase di trasformazione dello strumento militare finalizzata all’acquisizione della nuova impostazione concettuale e del modus operandi netcentrico. In cosa consiste esattamente il Ncw?
Le enormi innovazioni della tecnologia dell’informazione, ovvero l’Information Technology, è senz’altro uno dei fattori che hanno contribuito ai più recenti e profondi cambiamenti della vita contemporanea, tanto da farla connotare come Information Age. Di conseguenza, anche il mondo “militare” vive una fase di profonda trasformazione, al centro della quale si colloca - anche e soprattutto in virtù delle esperienze nei teatri operativi, sia passate che tuttora in corso, delle esercitazioni, delle simulazioni e, non ultimo, delle esperienze di Paesi che hanno già intrapreso il cammino in questa direzione, come gli Stati Uniti e il Regno Unito - il concetto Network Centric Warfare (NCW), che rappresenta in sintesi la risposta con la quale il comparto militare si è adeguato all’era dell’informazione.Il termine Ncw non si riferisce soltanto ad aspetti tecnologici, ma identifica una combinazione di elementi dottrinari, organizzativi, tecnici e procedurali che, efficacemente legati tra loro (“messi in rete”, ovvero “networked” secondo la terminologia anglosassone), sono in grado di stabilire una situazione di decisiva superiorità per la forza che ne dispone, la cosiddetta Information Superiority. L’Information Superiority consente una condizione di preminenza e prevalenza nel campo dell’informazione, attraverso lo sviluppo di una Network Enabled Capability (Nec) tale da consentire lo svolgimento delle operazioni senza che gli avversari siano in grado di contrastarle efficacemente. Spesso i termini Nec e Ncw sono usati come sinonimi, ma presentano in realtà delle differenze sostanziali, anche se fanno entrambi riferimento alla stessa idea di fondo: lo sfruttamento dell’Information Technology per la creazione di una rete in grado di operare come moltiplicatore di forza. Infatti, il concetto Ncw, introdotto dagli Stati Uniti, sottintende un approccio più radicale, fondato sull’acquisizione rapida e diffusa di capacità net-centriche in grado di trasformare in tempi brevi l’intero strumento militare. Il concetto Nec, di origine britannica, punta ad acquisire le stesse capacità attraverso un’evoluzione più pragmatica e graduale, che consiste nell’adeguare progressivamente parte delle piattaforme e dei sistemi per renderli idonei ad operare in contesti net-centrici.

Qual è lo stato dell’arte dei programmi di trasformazione avviati e allo studio per consolidare ed estendere le capacità Ncw?
Per l’acquisizione della capacità Nec, all’inizio del 2004 la NATO ha avviato uno studio di fattibilità sostenuto da 12 Paesi, tra i quali figura l’Italia. Oltre a identificare e a raccomandare sia all’Alleanza Atlantica che ai singoli Paesi l’adozione dei concetti Ncw e Nec, lo studio delinea una roadmap per sviluppare e introdurre gli elementi concettuali e tecnici necessari per acquisire capacità net-centriche via via più significative, indicando un obiettivo di breve termine (e cioè l’introduzione di una capacità net-centrica “minima” nell’ambito delle forze ad elevata prontezza operativa come la Nato Responce Force, NRF, a partire dal 2008), uno di medio (l’estensione di tale capacità a tutta la coalizione entro il 2012) e uno di più lungo termine (realizzazione di una piena capacità net-centrica sul piano dell’interoperabilità, dell’armonizzazione degli assetti e dell’architettura complessiva entro il 2020).

A che punta si trova lo strumento militare italiano, rispetto agli obiettivi e ai tempi fissati dalla Nato e al cambiamento degli strumenti militari degli altri Paesi membri?
Le Forze Armate italiane hanno già avviato un complesso processo di trasformazione, in analogia a quanto sta avvenendo nei principali Paesi alleati, nella considerazione che dapprima l’interoperabilità e la successiva integrazione in campo multinazionale sia un requisito irrinunciabile affinché il Paese continui a fornire un apporto significativo alle iniziative della comunità internazionale per la stabilità e la sicurezza. Da questo punto di vista, esiste la piena consapevolezza che non ha senso disporre di uno strumento militare “scollegato” da quello dei più importanti Paesi che formano le alleanze e le organizzazioni internazionali, in particolare la Nato e l’Unione Europea, alle quali l’Italia appartiene.

L’approccio nazionale, così come quello degli altri Paesi del continente europeo, persegue lo sviluppo del concetto meno radicale e più sostenibile prefigurato nei requisiti di una Network Enabled Capability, cioè della progressiva integrazione di sensori, decisori, piattaforme e sistemi d’arma in una rete ad elevata capacità, in grado di permettere un’efficace e tempestiva condivisione delle informazioni creata allo scopo di abbreviare il più possibile la catena decisionale, cioè l’annullamento del divario esistente nel ciclo che unisce fra loro sensori, decisori e attuatori.

Per le Forze Armate italiane cosa comporta la standardizzazione di capacità Network Enabled?
Comporta anzitutto l’acquisizione e la maturazione da parte del personale di una nuova mentalità: ognuno deve essere consapevole che, in un ambiente net-centrico, è collegato e interagisce con altri attuatori e decisori, quale parte di una rete in cui ciascun elemento influenza ed è al tempo stesso influenzato dagli altri, per effetto di una condivisione sempre più spinta delle informazioni, della consapevolezza e della responsabilità.
Nel sistema Nec, poi, l’enfasi si sposta dalle piattaforme alla rete, vale a dire alla struttura che le interconnette e le mette in grado di interoperare. Le piattaforme esistenti, se prive della capacità di operare in rete, sono e saranno sempre meno significative e, per i sistemi oggi in fase di sviluppo, il requisito di una piena compatibilità net-centrica è irrinunciabile.
C’è la necessità, infine, di indirizzare in via prioritaria le risorse verso sistemi e piattaforme “network enabled”, privilegiando le capacità rispetto alla quantità. Ogni assetto che le Forze Armate italiane porteranno ad operare in teatro dovrà essere pienamente integrabile in un contesto Nec sia a livello interforze che nei confronti degli assetti delle alleanze e delle possibili coalizioni.

Quando il processo di conseguimento di capacità Network Enabled da parte delle Forze Armate italiane sarà completato?
I tempi di attuazione del disegno complessivo restano, per quanto riguarda l’Italia, quelli tracciati dalla roadmap dell’Alleanza Atlantica, che prevede l’acquisizione di una capacità minima Nec per le operazioni con la Nrf entro il 2008, una crescita armonizzata per conseguire significative capacità Nec di coalizione entro il 2012, e, a più lungo termine (2016-2020), una piena capacità Nec.

Quali iniziative sono state intraprese per conseguire gli obiettivi su indicati nei termini prestabiliti?
Per conseguire i propri obiettivi di breve, medio e lungo termine la Difesa italiana si è già mossa con diverse iniziative, sia in ambito nazionale che internazionale. Per citarne solo le principali, è stato affidato all’industria uno studio da completare entro l’anno corrente sugli assetti esistenti (i cosiddetti “sistemi legacy”), al fine di valutare quali siano idonei ad operare, mediante opportuni aggiornamenti, nel futuro ambiente net-centrico, e quali sia invece preferibile dismettere gradualmente.
Sempre con l’industria, la Difesa sta creando un’adeguata capacità di modelling e simulation, al fine di verificare preliminarmente - attraverso una simulazione il più accurata possibile dei requisiti tecnico-operativi, delle caratteristiche dei sistemi e dell’ambiente operativo - che i sistemi in fase di studio e sviluppo siano conformi alle aspettative e in grado di soddisfare appieno le esigenze operative delle Forze Armate.
La Difesa, inoltre, sta sviluppando nell’ambito di programmi nazionali e internazionali ulteriori assetti necessari ad implementare le successive fasi della trasformazione in senso net-centrico.

 Che ruolo ricopre l’elemento umano nella Network Centric Warfare?
In ogni caso, è assolutamente importante evidenziare che il concetto di Ncw riguarda prima di tutto l’elemento umano e i processi delle organizzazioni nelle quali l’uomo opera. Basti infatti pensare che la disponibilità di tecnologie avanzate è certamente indispensabile per creare la “rete” che abilita e rende possibile la creazione del “sistema di sistemi”, tuttavia, l’“operare in rete” implica l’intervento coordinato e sinergico di persone e di elementi organizzativi (comandi, reparti, unità), che, sotto la guida di una nuova dottrina e avvalendosi delle più appropriate procedure, riescono a relazionarsi in un modo nuovo, sfruttando le capacità della rete per la raccolta, analisi e distribuzione delle informazioni, trasformandole in un vantaggio decisivo nella condotta delle operazioni.

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