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Le imprese non hanno più fiducia. E in fondo hanno ragione

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Ci sono informazioni che non giungono al grande pubblico, ma contribuiscono a sottolineare la situazione economica italiana. Questo è il caso della fiducia che hanno le imprese nostrane nel mercato. Un mercato che denota tutti i sintomi della malattia.

Secondo la consueta analisi periodica dell’Isae (Istituto di Studi ed Analisi Economica) l’indice di fiducia delle imprese italiane è ai minimi dall’agosto 2005. Il valore destagionalizzato di marzo si attesta a quota 89, dopo il 91,3 di gennaio e l’89,6 registrato a febbraio. Lo stesso indice, nella vicina Francia, è aumentato fino al 109, per marzo, benché il presidente Nicolas Sarkozy abbia perso le ultime elezioni amministrative.

Nel nostro paese si sono calcolati cali significativi fra i produttori di beni di consumo finali, ma quelli maggiori di sono verificati nei beni intermedi. Ancora, aumentano le difficoltà del nostro paese nelle esportazioni con gli Usa, favoriti dal cambio euro/dollaro. A compensazione di ciò, diminuisce la pressione concorrenziale nei confronti dell’Italia da parte della Cina e degli altri paesi europei, tranne la Francia.

La perdita di fiducia delle imprese nazionali può far ben capire, in modo empirico, come mai siano aumentati a dismisura i prezzi al dettaglio per la quasi totalità dei prodotti. La percezione della crisi economica e dell’aumento incontrollato del costo del petrolio hanno avuto effetti devastanti sul mercato interno, già salassato da un carico fiscale che è pari al 45,9%, uno dei maggiori in Europa. Il risultato è quello stimato dall’Università Bocconi di Milano, che ha calcolato una percezione dell’inflazione pari all’11%, invece che del 2,9% come dalle analisi dell’Ue.

Nella nota rilasciata dall’Isae si legge che "il calo è dovuto soprattutto alla contrazione del portafoglio ordini, concentrato sui mercati interni; si stabilizzano invece le aspettative di produzione e scendono lievemente le scorte di magazzino". Quello che c’è da attendersi per i mesi a venire sono altri cali nella produzione industriale, come quello avvenuto nello scorso gennaio, pari al 6,5%.

In questo singolare spaccato delle imprese nazionali, non si può non guardare al futuro. Un futuro che ha una data precisa, quella del 15 aprile, il giorno dopo le elezioni, in cui sarà definitivo il vincitore. Con la nomina di Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria, la tendenza sarà quella di un maggior sviluppo dell’indipendenza dalle istituzioni politiche, dell’ammodernamento dei fattori fiscali, dell’incentivazione all’imprenditoria. Il vero dilemma, tuttavia, sono le mancanze di vantaggio competitivo dato dalla burocrazia italiana.

Si pensi che per creare un’impresa in Italia sono necessari 30 giorni, in Francia 11, in Regno Unito solamente 3 e solo restando in Europa, senza guardare nel resto del mondo in cui le nostre imprese devono confrontarsi.

L’Italia ha due variabili che poche altre nazioni possono vantare, design e qualità costruttiva, che sono ricercate e aumentano notevolmente la nostra competitività. Ma se tutto questo va a cozzare contro un’amministrazione pubblica del tutto inefficiente e una pressione fiscale capace di assimilare quasi la metà delle entrate dell’impresa stessa, cosa si può pretendere? Il comparto industriale si trova frenato, incapace di mostrare tutte le sue qualità competitive contro lo strapotere che arriva dall’Oriente.

Non è attraverso i dazi di sapor arcaico che si compete sui mercati globali, ma attraverso la libertà di scambio e di offerta, senza l'intervento ossessivo degli Stati. Il primo scoglio da superare, troppo spesso, lo si ha in casa propria, ma la tendenza è quella di guardare prima al di fuori dei confini nazionali. Il mercato risponde agli stimoli che gli vengono posti, secondo la logica dei costi e dei ricavi. Ma se non vi è la struttura burocratica adeguata negli stati di origine delle imprese, la competitività risulta compromessa, anche alla luce delle variabili di vantaggio.

Il taglio del costo del lavoro per le imprese può rappresentare una forte iniezione di fiducia in un settore che la necessita. A patto che poi si decida di liberare dalle catene dell’imprenditorialità italiana, senza dazi e capace di agire liberamente sui mercati.

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1 COMMENT

  1. Purtroppo è vero
    Lei ha proprio ragione!
    Anche per quanto riguarda la mia esperienza personale, posso notare un allarmante grado di sfiducia.
    Purtroppo è quasi normale che sia così, sarò troppo brusco, ma i conti preferisco farmeli in tasca… quindi posso notare che nè con il precedente governo Berlusconi, nè con questo governuccio Prodi, io e la mia attività abbiamo trovato alcun miglioramento..
    5 anni di governo di centro destra a sbandierare l’abolizione dell’Irap e invece niente.. per non parlare poi del governo Prodi!!
    Adesso poi, sento parlare il “futuro” ministro dell’economia Tremonti, di una sorta di “protezionismo” verso la Cina… e inizio già a mettermi le mani tra i capelli..
    Non ci possiamo poi certo meravigliare, se la fiducia nel nostro paese è scesa così in basso.
    Però non voglio arrendermi, altrimenti come farei ogni giorno a trovare la forza per rischiare in propio e con la mia azienda… ma è tutta questa classe politica che mi preoccupa, troppo attaccata al potere e che non si rende conto di quanto stia trascinando sempre più verso il basso l’Italia.

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