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Sulle orme di Tocqueville/11

Le mille lingue e le mille facce della “Città che non va mai a dormire”

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L’odore di hot dog, di moussaka, di kebab, di pizza. La sporcizia per strada. La babele di lingue. Il clacson continuo dalla fila di taxi gialli. Il sole riflesso sui grattacieli. La gente che non cammina ma corre sui marciapiedi buttandosi sulle strisce pedonali, ignorando macchine e semafori. Cento razze, mille lingue. New York City.

Arrivare alla City – per gli americani New York è la City per antonomasia – dalla “provincia” americana fa comprendere come l’America non sia New York e New York non sia l’America, nonostante i due mondi siano in simbiosi continua. Certo, anche le altre grandi città americane sono multietniche, ma solo a New York all’ultimo censimento sono state registrate più nazionalità dei 193 stati rappresentati al Palazzo di Vetro dell’Onu, sempre qui nella City. Certo, tutte le grandi città americane hanno i loro grattacieli, ma solo a New York nidifica e si riproduce una particolare razza di uccelli che vive nei canyon, tanto certe strade di Manhattan sono una interminabile fila di skyscrapers. Certo, a New York si parla inglese come nel resto d’America, ma mentre non molti americani conoscono una seconda lingua è quasi impossibile trovare un newyorkese che non parli anche un po’ di spagnolo, yiddish, cinese, francese, o un’altra delle cento lingue della città probabilmente più cosmopolita al mondo. Città a sua volta tra le più conosciute grazie a così tanti film, romanzi, musical, opere d’arte che è quasi impossibile dire qualcosa di nuovo su New York.

La giornata nella City può iniziare dall’aeroporto LaGuardia, intitolato a Fiorello Henry LaGuardia, primo italoamericano eletto deputato (repubblicano) al Congresso degli Stati Uniti, e sindaco di New York dal 1933 al 1945. Se il nome dell’aeroporto dal 1960 è italiano, i cartelli oggi sono in inglese e spagnolo, segno della nuova fase di immigrazione che vivono gli Stati Uniti. Uno degli alberghi più cool dove alloggiare in città è l’Ace Hotel di Broadway, dove le camere farebbero la gioia di qualunque interior designer, la hall ospita concerti dal vivo, e i clienti sono per lo più under 40. A due passi da Times Square, è il punto di partenza ideale per girare a piedi la città.

Prima tappa, Wall Street. La crisi finanziaria ed economica mondiale iniziata proprio qui nel cuore della finanza americana non ha intaccato il suo fascino e potere. Per ogni Lehman Brothers che è fallita, c’è una Bank of America con una sezione che accetta solo clienti da portafoglio minimo di 25 milioni di dollari, muovendo capitali per investimenti e speculazioni di dimensioni colossali. Se nel primo Wall Street Michael Douglas faceva a pezzi compagnie americane per arricchirsi con la speculazione, oggi nel mercato globalizzato multinazionali finanziarie sono in grado di far tremare – e di far fallire – interi stati europei. Ed è incredibile come agenzie di rating quali Merrill Lynch, Standard&Poor’s o Moody’s, che due anni fa erano giustamente sul banco degli imputati per aver miseramente fallito nello stimare la solidità di Lehman Brothers o dei bond greci, oggi siano di nuovo considerate in Europa quasi come oracoli, in grado di divinare il futuro dei bilanci pubblici degli stati del Vecchio Continente. A Wall Street la speculazione sembra essere praticata persino dagli ambulanti, se il prezzo di un hot dog è sei volte quanto pagato per lo stesso hot dog due ore dopo a Times Square.

Dalla zona di Times Square vale la pena di prendere uno dei bus turistici della Gray Line, perché le guide dal secondo piano scoperto del bus raccontano aneddoti, pezzi di storia e qualche bufala su questo o quel quartiere della City, con uno humour newyorkese degno del miglior Woody Allen. Così, passando davanti all’Apollo Theater dove hanno suonato grandi del jazz come Duke Ellington, si può apprendere del “rinascimento di Harlem” degli anni ’20, e di chi oggi vive nelle eleganti townhouse della parte del quartiere più vicina a Central Park. Central Park dove sostare a giocare a scacchi con i newyorkesi di passaggio alla Chess&Checkers House, o vedere i musei che si allineano sul lato orientale fino al Guggenheim.

Non è un museo, ma ospiterà presto un memoriale per le vittime dell’11 Settembre l’attuale sito di Ground Zero, dove fervono i lavori per la costruzione della Freedom Tower. La torre, chiamata ufficialmente One World Trade Centre, con i suoi 541 metri sarà il grattacielo più alto degli Stati Uniti. Già adesso la metà dell’edificio finora ultimato supera i grattacieli vicini nel complesso che ospitava le Torri Gemelle. Il design della prima parte della torre richiama l’immagine, sinistra quanto famosa, delle intelaiature del grattacielo rimaste in piedi, sbilenche, tra le macerie e la polvere a seguito dell’attentato. A parte questo, oggi nulla di Ground Zero parla di morte e dolore, e tutto è un frenetico cantiere per proseguire la costruzione della torre e, soprattutto, per completare la sistemazione della piazza e del memoriale alle vittime dell’attentato che sarà inaugurato il prossimo 11 settembre. Con la morte di Bin Laden e le guerre in Afghanistan e Iraq avviate in qualche modo alla conclusione, la bandiera a stelle e strisce che sventola sul cantiere nel sole estivo sembra badare più agli operai, al lavoro, all’economia, al presente e al futuro, che al passato doloroso e a una ferita in qualche modo cicatrizzata nella città e, forse, nella società americana. Come a dire, basta incubi, this is the City that never sleeps.

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