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Uno Stato islamico a Gaza?

Le minacce alla pace in Medio Oriente: il punto di vista giordano

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Rispetto agli altri attori regionali e internazionali, la Giordania ha un particolare interesse a riattivare il processo di pace tra israeliani e palestinesi, dopo una pausa di sette anni. La diplomazia giordana ha giocato e continua a giocare un ruolo attivo nel focalizzare l’attenzione sul conflitto. Re Abdullah II continua a mettere in guardia sulle conseguenze derivanti dalla perdita di una tale opportunità, arrivando perfino a dire che, in caso di fallimento, l’intera regione potrebbe cadere in una nuova spirale di violenza nel giro di pochi mesi.

Nel dibattito politico giordano, lo stato di tensione permanente, la crescente influenza dei gruppi estremisti e il peggioramento dei conflitti in corso sono il risultato delle continue sofferenze patite dai palestinesi e del fallimento della comunità internazionale nel risolvere la questione dei territori. La diplomazia giordana afferma di aver avuto successo nel convincere l’amministrazione Usa a mettere il conflitto israelo-palestinese in cima alla lista delle sue priorità. Oltre a ciò, è anche riuscita ad unificare la visione degli arabi moderati all’interno del cosiddetto “Quartetto arabo”, spingendoli a compiere notevoli sforzi per riattivare il processo di pace.

Ci sono una serie di motivi che spiegano l’attenzione con cui la Giordania segue gli eventi e rivelano la preoccupazione della classe dirigente incaricata di prendere le decisioni. Tra queste, troviamo innanzitutto le minacce alla sicurezza nazionale giordana, a cominciare dall’ascesa dei movimenti islamici nella regione (come evidenziato dalle elezioni palestinesi e dalla vittoria di Hamas), la crescente influenza di Hezbollah in Libano, i gruppi armati islamici in Iraq, Al Qaeda in particolare, e il ruolo sempre più di primo piano dell’Iran. Come se non bastasse, c’è anche la minaccia rappresentata dalla politica “unilaterale” d’Israele nella questione palestinese, cosa che, dal punto di vista giordano, ridurrebbe le possibilità di instaurare uno Stato Palestinese credibile secondo il principio “due Stati per due Popoli”, portato avanti dal Presidente Usa George W. Bush, secondo la road-map e l’iniziativa di pace araba.

Queste due minacce, da una parte il crescente ruolo delle forze fondamentaliste spalleggiate dall’Iran in Medio Oriente e dall’altra una sempre maggiore propensione d’Israele a una politica unilaterale, dalla Giordania sono percepite come interconnesse: ognuno dei due fenomeni si sviluppa parallelamente e dipende direttamente dall’altro. Il che indebolisce ulteriormente le già di per sé scarse speranze per una soluzione equa della questione palestinese. Questo incoraggia i movimenti politici dell’Islam radicale a incrementare la loro influenza, aumentando di conseguenza il livello di allarme da parte israeliana e incitando i suoi capi di Stato ad optare per politiche estremiste e ad imporre soluzioni di tipo unilaterale. Alcune prove evidenti di politiche di questo genere sono l’espansione degli insediamenti, il proseguo nella costruzione del muro di separazione in Cisgiordania e la giudaizzazione di Gerusalemme. 

La Giordania guarda con crescente preoccupazione al caos politico e di sicurezza nei Territori Palestinesi, specialmente in seguito alla vittoria elettorale di Hamas alle ultime elezioni. Allo stesso modo, la Giordania, dove il movimento islamico rappresenta una delle forze sociali più importanti, è molto preoccupata per la presenza di al-Qaeda, del Jihad Salafita e dello “Stato Islamico dell’Iraq” ai suoi confini orientali. E non spera certo di vedere nascere uno “Stato Islamico della Palestina”, guidato da un mix di forze fondamentaliste – Hamas, la Jihad, al-Qaeda – a occidente. Da questo punto di vista, la Giordania supporta strenuamente gli sforzi tesi a rafforzare la presidenza palestinese di Mahmoud Abbas e il movimento Fatah, in modo da impedire agli islamisti di governare la società palestinese.

La Giordania ha mostrato tutta la sua preoccupazione anche per le forze estremiste in Israele, che vorrebbero imporre soluzioni unilaterali, e i gruppi fondamentalisti in Palestina che rigettano soluzioni di tipo negoziale, preferendo politiche unilaterali, con lo slogan di una tregua di lungo termine, e soluzioni momentanee che tengono viva la battaglia. In altre parole, la Giordania teme che l’unilateralismo israeliano possa finire per produrre un unilateralismo palestinese, creando così una situazione in cui l’uno alimenta l’altro e viceversa, visto anche il progressivo declino dell’influenza del “campo della pace” in Israele e l’Autorità Palestinese sull’orlo del collasso.

Questo probabilmente è l’elemento che ha influenzato certi settori in Giordania, spronandoli a tirare fuori nuove idee che suggeriscano un ruolo giordano in coordinamento con attori regionali, palestinesi e internazionali, al fine di superare l’attuale stallo nel processo di pace. Di conseguenza, alcune proposte di federalismo e confederazione sono riapparse nel dibattito pubblico in Giordania, animando il dibattito tra i cittadini e i politici.

I sostenitori di tale proposte credono che se alla Giordania venisse attribuito un ruolo diretto, si potrebbe colmare il gap di fiducia che divide gli israeliani dai palestinesi. La Giordania, che ha storicamente provato il suo impegno a rispettare gli accordi raggiunti con Israele, sarebbe in grado di garantire l’implementazione degli accordi raggiunti dalle due parti, specie quelli riguardanti la sicurezza d’Israele. La Giordania avrebbe l’opportunità di espandere il suo ruolo regionale e di superare il problema dei profughi palestinesi  all’interno del regno, garantendo a questi ultimi supporto finanziario ed economico.

I sostenitori di questo ruolo della Giordania ritengono anche che i palestinesi siano più propensi che in passato ad accettare un ruolo di Amman nel West Bank e che la situazione araba non costituisca più un ostacolo a una funzione di questo tipo. Infatti, le relazioni della Giordania con l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo in generale attraversano un momento d’oro. Il ruolo egemonico dell’Egitto sta tramontando a causa del problema della “successione”.  L’Iraq è stato estromesso dall’arena del conflitto arabo-israeliano e la Siria, in isolamento, non rappresenta più un ostacolo ad un futuro ruolo della Giordania.

Quanti si oppongono a un simile scenario, paventano diverse preoccupazioni, la più importante delle quali sarebbe la paura di vedere il ruolo della Giordania utilizzato dagli israeliani come una soluzione al problema demografico palestinese invece che un modo per risolvere il conflitto con questi ultimi. Non nascondono, inoltre, il timore che Israele, ossessionato com’è dalla sicurezza e dalla creazione di nuovi insediamenti, non darebbe alla Giordania molto più di quanto fu offerto all’ex presidente Yasser Arafat o di quanto potrebbe essere offerto ad Abbas, limitando così il ruolo giordano nel provvedere alla sicurezza dei muri di separazione e degli insediamenti.

Gli oppositori sono anche preoccupati delle conseguenze dell’estensione dell’identità giordana alla maggioranza della popolazione palestinese, anche perché la questione dell’integrazione e dell’identità rimane irrisolta in Giordania  e il problema potrebbe ingigantirsi qualora si decidesse di espandere i confini del regno fino ad includere il West Bank. Gli stessi si interrogano poi sul destino della Striscia di Gaza e si chiedono se la Giordania finirà anche per trovare una soluzione agli altri milioni di profughi palestinesi.

La diplomazia giordana, di conseguenza, si trova a dover affrontare una questione sempre più scottante. Si trova davanti a numerose incertezze sull'esito degli sforzi tesi a ravvivare il processo di pace e sull’esito del conflitto interno palestinese e dell’instabilità politica in Israele, come pure della palude irachena, dove l’Amministrazione americana che presto lascerà la Casa Bianca si è impantanata. Per questo, la diplomazia giordana preferisce evitare di discutere, almeno pubblicamente, gli scenari futuri e le loro prospettive, e si arrocca su vecchie e ormai ben conosciute posizioni nei confronti delle soluzioni fin qui proposte sulla questione palestinese.

Ciononostante, la classe dirigente giordana non può più negare l’esistenza di nuove policy che si propongono di pensare o ripensare diversi scenari e propongono alternative che vanno anche al di là della soluzione di uno Stato palestinese indipendente. Quest’ultima è stata finora l’unica prospettiva considerata sotto il regno del Re Abdullah II, sulla base che questo Stato avrebbe rappresentato la prima linea difensiva del regno. Tutto ciò non è più vero, in particolare dal momento in cui i politici giordani hanno compreso che un simile Stato non potrà mai nascere, e che se mai potesse ancora essere istituito, potrebbe finire sotto il governo di Hamas e di altri movimenti fondamentalisti. Uno Stato simile correrebbe il serio rischio di diventare rifugio dell’Islam radicale e una minaccia alla pace regionale e alla sicurezza nazionale giordana, invece che un elemento di stabilità in Medio Oriente o la prima linea difensiva del regno.

Oraib Al Rantawi è giornalista e direttore dell'Al-Quds Center for Political Studies di Amman, Giordania.

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