Le morti bianche, il potere dei sindacati e le colpe di Montezemolo
10 Dicembre 2007
di Redazione
La terribile disgrazia avvenuta allo stabilimento torinese della ThyssenKrupp a cui sono seguite altre drammatiche morti sul lavoro (anche in uno stabilimento Fiat a Cassino) ha spinto il dirigente della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi a sostenere che il problema in Italia è la ripresa di uno sfruttamento selvaggio con mano libera sugli straordinari, subforniture e precarietà: e queste condizioni di lavoro, ispirate da una ricerca sfrenata del profitto, produrrebbero una situazione infernale di cui si vedono i risultati in questi giorni.
In parte, è vero che settori dell’organizzazione del lavoro sono sfuggiti in questi anni a una seria contrattazione sindacale. Mentre altri – per esempio la grande parte del lavoro nero al Sud – non sono stati mai inquadrati da un sistema di regole giuste e moderne. E, senza dubbio, la mancanza di regole e dialettica sociale produce mostri.
Se si esmina però, per esempio, l’andamento delle vertenze di due grandi comparti industriali, quello chimico e quello metalmeccanico, si coglierà come il problema italiano non riguardi solo la cieca fame del profitto ma anche l’impostazione estremistica di una parte del movimento sindacale.
I chimici, lavoratori e imprenditori, hanno trovato un accordo contrattuale il 6 dicembre, addirittura 25 giorni prima della scadenza naturale: buona la parte salariale (103 euro medi mensili) e fondamentale la conferma di un sistema normativo (fondi autogestiti per la pensione integrativa, sistema sanitario integrativo, formazione permanente, osservatorio sulle condizioni di lavoro) solido e moderno. Terribili incidenti possono avvenire anche in questo settore ma in generale le regole fissate da sindacati e organizzazioni confindustriali chimici, governano i rischi senza deprimere le esigenze di flessibilità (orari, persino andamento salariale secondo le fasi di emergenza, inserimento al lavoro) indispensabili per stare sul mercato.
Nel frattempo i metalmeccanici, dopo una paio di scioperi, stanno ancora discutendo di un contratto scaduto da un po’ di tempo, si profila la possibilità di un’intesa ma le condizioni sono ben lontane da realizzare accordi armonici come quelli del settore chimico.
Il massimalismo sindacale, di cui la Fiom di Gianni Rinaldini e Cremaschi è alfiere, ben lungi dal produrre migliori (e anche più sicure) condizioni di lavoro, non è in grado neanche lontanamente di “funzionare” come il sistema di contrattazione dei loro colleghi “riformisti” del settore chimico.
Il fatto è che alcune esigenze della produzione moderna (dettate per esempio dall’organizzazione “just in time”) non sono eludibili come non lo è il ricorso all’outsourcing che consente di razionalizzare i costi. Né si può fare a meno di alcune forme di flessibilità nel mercato del lavoro.
Tra tutti i poteri che vorrebbe per sé la Fiom, quello di obbligare ad assumere non c’è. Né le finanze dello Stato fanno prevedere che si riaprirà una stagione di nazionalizzazioni dell’economia per farla funzionare secondo i desideri della Fiom. La verità è – lo ricorda anche la recente ricerca del Censis – che quando gli imprenditori non riescono a organizzare la produzione in modo competitivo, devono andare all’estero. E sono oltre un milione i posti di lavoro prodotti da industrie italiane “emigrate”.
La scelta dunque è tra prendere atto della realtà e battersi per regolarla evitando le tremende tragedie come quella di Torino, o vantarsi di essere più rivoluzionari, di sapere difendere i posti di lavoro e finire, poi, per tenersi le acciaierie assassine.
Centrodestra, Cisl e Confindustria damatiana nella scorsa legislatura hanno lavorato insieme per dare regole al lavoro flessibile. Su questo terreno (razionalità economica più regole giuste) si può andare molto avanti e soprattutto si può far crescere un sindacato meno interessato a costrursi un potere centralizzato e più a radicarsi sui luoghi di lavoro.
Venendo alle vicende confindustriali, si tratta di ragionare sulle responsabilità della presidenza Montezemolo per come si è arrivati al punto in cui si è giunti Queste responsabilità sono evidenti. Due meritano di essere particolarmente ricordate: la prima è stata credere che l’iniziativa confindustriale consistesse essenzialmente in una attività a metà tra politica politicante e scambio politico. Che bastasse cacciarsi in mezzo ai pasticci tra Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Casini, per ottenere una politica pro-business; fallita questa via si è tentato l’accordo con Romano Prodi, poi si è passati all’antipolitica per farsi un po’ di spazio. Si sono attenuate così caratteristiche essenziali di un sindacato di imprenditori: innanzi tutto quella di riflettere concretamente su che cosa è oggi una contrattazione moderna. Il secondo errore che ha rafforzato il primo, è stato quello di firmare un assegno in bianco a una Cgil che per un lungo periodo aveva rifiutato il dialogo. Dietro questa scelta c’era l’esigenza della Fiat di trovare in una fase particolarmente grave della propria esistenza, una tregua con i sindacati, a partire dalla massimalistica Fiom. Si sono persi così i “posizionamenti” positivi rispetto al movimento sindacale conquistati con la Confindustria damatiana e si è arrivati agli sbandamenti di oggi. Non per nulla gli imprenditri chimici dai risultati così positivi sono i più critici verso il montezemolismo.
Dunque, per questi motivi, la linea montezemoliana ha contribuito a determinare relazioni industriali ancora così inadeguate. Certo, ora, grazie anche alla magnifica tenuta della Cisl di Raffaele Bonanni (a lungo snobbato dai circoli montezemoliani) ci sono tutte le possibilità di riprendere un’iniziativa modernizzatrice. A patto però che vengano esplicitamente messi in soffitta gli orientamenti politicisti e politicanti prevalsi in viale dell’Astronomia in questi anni.
