Le mosse dei finiani agitano il Pdl ma il Cav. ha già pronta la contromossa

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Le mosse dei finiani agitano il Pdl ma il Cav. ha già pronta la contromossa

17 Novembre 2009

Non ci sono solo i distinguo su giustizia, cittadinanza breve o biotestamento. Ormai non passa giorno che dalla bocca di Fini e dei finiani escano stilettate contro il Cav., i provvedimenti della maggioranza e quelli del governo. Insomma, una linea d’attacco che a questo punto nel Pdl viene letta come una strategia ben precisa che mira a far salire alle stelle la temperatura interna, anche se quello che ai più ancora sfugge è l’obiettivo finale.

Così ieri "Fini e i finiani hanno colpito ancora" per dirla con la frase di un forzista della prima ora che ne aggiunge un’altra, lapidaria: "Questo è un  Vietnam che ci porta dritti alle urne". Ipotesi o rischio che se fino a qualche giorno fa restava sullo sfondo del quadro politico, adesso comincia a guadagnare posizioni. Perché se è vero che l’ultima parola spetta al capo dello Stato – si osserva nei ranghi piediellini –  è anche vero che per formare un governo senza ripassare dalle urne serve una maggioranza parlamentare che senza l’ok di Berlusconi e dei suoi non può reggere.

E che il Cav. pensi ad una svolta, ad una contromossa sia per fronteggiare l’attacco concentrico di alcune procure (della serie, se non ci fanno governare siano gli elettori a decidere se a guidare il Paese devono essere i magistrati), sia per parare i colpi del fuoco amico, è pensiero comune nel partito. Al punto che c’è chi come il Osvaldo Napoli dice che è arrivato il momento di un "chiarimento" dentro gli organismi di partito per stabilire, una volta per tutte "chi sta con  chi" o ancora chi come Giorgio Stracquadanio e Mario Valducci lavorano al "Sì B-day" (5 dicembre, lo stesso giorno del "No B-day" al quale Di Pietro andrà mentre Bersani ci deve ancora pensare)  per difendere il Cav. dagli attacchi delle toghe milanesi ma pure da quelli delle "frecce finiane".

Insomma, il patto siglato a Montecitorio una settimana fa da due soci di maggioranza del partito unico sembra ormai un ricordo lontano e la pax firmata al pranzo della Camilluccia, già preistoria. A far salire la temperatura è stata l’uscita del finiano di stretta osservanza Italo Bocchino, capogruppo vicario a Montecitorio che dice stop alle "ghedinate" che non possono essere imposte e chiede di riscrivere il processo breve (il ddl presentato al Senato). Un’uscita a gamba testa che non è certo passata inosservata ai berlusconiani che replicano sottolineando come quelle norme siano esattamente il frutto dell’accordo voluto da Fini sulla giustizia. Non è un caso se Sandro Bondi considera "inaccettabile il neologismo coniato da Bocchino che chiama in causa una persona di rare qualità morali e professionali, a cui tutti dovremmo essere grati per l’impegno che svolge"; non è un caso se Giorgio Stracquadanio ribatte che quell’accordo l’hanno "imposto i finiani e adesso sono loro a fare l’ennesimo distinguo" trovando "paradossale oltrechè irritante che si parli di ‘ghedinata’ quando al massimo è una ‘buongiornata’. Mi sembra che qui siamo al gioco delle parti di impronta napoletana, cioè il gioco delle tre carte".

Stessa lettura dai ranghi leghisti dove cresce l’insofferenza per "le continue sottolineature dei finiani che sembrano ormai sempre più lontani dal programma elettorale col quale i cittadini ci hanno premiato", fa notare un dirigente di via Bellerio, preoccupato del fatto che "qui si sta lavorando ai fianchi un premier e un governo che fanno fatti, non discorsi, e rispettano il patto con gli elettori, Ma la manovra non riuscirà". Quanto al processo breve, un conto è migliorare il testo durante il suo iter parlamentare – aggiungono dal Carroccio – , altro è "smontare ciò che lo stesso Fini ha posto a Berlusconi come condizione per l’accordo sulla giustizia".

Ma c’è un altro passaggio, non di poco conto, che nel Pdl suscita nuovi malumori. Le parole del presidente della Camera secondo il quale le riforme dovrebbero essere condivise e non fatte a piacimento della maggioranza viene letto come l’ennesima stilettata al Cav., consapevole, invece, che il dialogo con l’opposizione vada ricercato ma altrettanto convinto che questo dialogo non possa trasformarsi in veto permanente e soprattutto che in nome di un dialogo sine die non si possono ritardare le riforme previste nel programma di governo, o peggio, rischiare di riporle nel cassetto. Concetto ripreso dal presidente del Senato Renato Schifani che rilancia la necessità del confronto sulle riforme ma al tempo stesso ribadisce che ormai è passato un anno e mezzo ed è tempo di procedere lungo la via già tracciata.

Anche perché, osserva il berlusconiano Riccardo Mazzoni, l’opposizione non ha alcuna intenzione di mettere mano alla riforma della giustizia "perché si serve della persecuzione giudiziaria a Berlusconi come ineludibile arma di lotta politica. Posizioni come quella espressa da Fini costituiscono dunque un oggettivo ‘appoggio esterno’ all’offensiva di chi sta tentando di utilizzare i processi come grimaldello per scardinare la volontà popolare". Ragion per cui, chiosa, il concetto delle riforme condivise "è una litania che ascoltiamo da trent’anni e che mai come in questo momento politico appare come un anacronistico esercizio retorico".

Ci sono infine due ulteriori elementi che nei ranghi del Pdl appaiono come "tasselli della strategia finiana". Il primo: ieri Benedetto Della Vedova, vicino alle posizioni del presidente della Camera ha presentato un emendamento al ddl Calabrò sul biotestamento sottoscritto da una quarantina di deputati Pdl tra i quali i finiani di ferro Fabio Granata e Flavia Perina. Emendamento che, di fatto, smonta il testo licenziato dal Senato proponendo una "soft law" che dica no all’eutanasia, non all’accanimento terapeutico ma che lasci la definizione della materia caso per caso.  Il secondo: secondo i rumors di Palazzo proprio le truppe finiane sarebbero intenzionate a votare con l’opposizione una mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino per il quale la procura di Napoli ha chiesto alla Camera l’arresto e che domani sarà ascoltato dalla giunta per le autorizzazioni di Montecitorio.  

Il clima, dunque, resta teso. Berlusconi tace ormai da giorni e nel Pdl sono convinti che la tattica preluda a una contromossa. Ieri molti parlamentari che affollavano la Sala del Mappamondo alla Camera per la presentazione della biografia di Giorgio Almirante si sono ritrovati nell’analisi del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello che illustrando il libro di Vincenzo La Russa (fratello del ministro della Difesa) ha osservato come "nella storia d’Italia è sempre stata consentita la vita solo alla destra perdente. Questa situazione è cambiata solo nel ’94  grazie a Berlusconi, ed è per questo che a lui viene riservato un livello d’odio che non subirono nemmeno gli ex fascisti". Parole condivise, come pure la sottolineatura indiretta che è sembrata indirizzata proprio all’inquilino di Montecitorio.