Le questioni cattoliche care anche al Cavaliere

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Le questioni cattoliche care anche al Cavaliere

15 Maggio 2008

Una delle principali novità del discorso del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla Camera per la richiesta della fiducia riguarda le questioni cosiddette care ai cattolici, ossia la vita e la famiglia.
E novità nella novità è il fatto di parlare per la prima volta di vita e di famiglia insieme, ossia come due aspetti dello stesso problema, il che indica finalmente una strategia complessiva e non settoriale. Come si ricorderà, i giorni della formazione del governo sono anche stati caratterizzati da polemiche per la presunta assenza di ministri “cattolici”. Ciò evidentemente non ha impedito al Presidente del Consiglio di fare quanto nessun presidente del Consiglio o ministro cattolico avevano fatto, ossia di dichiarare un impegno per la promozione della vita, per ridurre le cause dell’aborto, per aumentare la natalità nel nostro paese e per mettere in grado la famiglia di svolgere pienamente il suo ruolo a favore dell’intera società.

L’accenno di Berlusconi a questi argomenti ha molti aspetti positivi, quindi, accanto anche a qualche limite di impostazione che le parole pronunciate alla Camera in qualche modo tradiscono.
 

E’ positivo che il riferimento a vita e famiglia sia stato fatto all’interno di una serie di riflessioni sulla “crescita”, che non ha solo un significato quantitativo. La crescita è sempre prima di tutto un fatto qualitativo, è segno di una buona organizzazione dei fattori produttivi, di capacità lavorativa e inventiva, di spirito di iniziativa e di partecipazione, di significativi livelli di istruzione, della presenza diffusa di valori morali come lo spirito di sacrificio o lo spirito di solidarietà, insomma di una “ecologia umana” complessiva che funziona. Nessun fatto economico si spiega mai con la sola economia. Quando una nazione arranca sul piano economico è perché è venuta meno la coesione sociale e la tenuta morale complessiva è entrata in crisi, perché le agenzie educative non fanno più il loro mestiere, perché il “capitale sociale”, soprattutto la capacità di lavorare insieme per dei fini sentiti come comuni, è sostituita da gelosie e contenziosi.

 

Qui c’entra in pieno il tema della vita. Il nostro inverno demografico è dovuto più ad una stanchezza ideale che non a difficoltà materiali; più ad una cultura presentistica e incerta sul futuro che alla crisi di alloggi; più a modelli di vita individualistici che a mancanza di asili nido. Dietro all’aborto ci sono senz’altro situazioni di precarietà economica o lavorativa, ma c’è anche una cultura della superficie e dell’indifferenza. Investire per una maggiore accoglienza della vita e per risalire la china del calo demografico vuol dire creare una cultura della fiducia e della responsabilità, che andrà poi a beneficio anche della crescita economica. Le virtù umane sono come i vasi comunicanti: non si può essere sfiduciati e pigri in un campo e nello stesso tempo propositivi e dinamici in un altro. Una società ripiegata moralmente su se stessa non può competere sui mercati internazionali.

 

Qui c’entra in pieno anche il tema della famiglia. La sue debolezza, le sue difficoltà, la sua rarefazione indebolisce l’insieme del tessuto sociale e tutte le altre relazioni civiche. Tutti i dati lo confermano: il grado di istruzione, le possibilità di trovare lavoro, l’acquisizione di virtù civiche, l’attitudine a collaborare, la stessa salute dei nostri figli dipendono in forte misura anche dalla capacità della famiglia di assolvere ai propri doveri. La famiglia è il principale fattore della crescita di una nazione, anche in termini economici.

Positivo, quindi, l’inserimento della vita e della famiglia dentro il capitolo della crescita: ha tolto l’argomento dal campo moralistico senza scollegarlo dal tema dell’immateriale, dato che appunto la crescita è prima di tutto un fatto culturale e morale. Proprio qui, però, si colloca anche un limite del discorso di Berlusconi. Egli infatti ha soprattutto parlato di interventi di tipo materiale e di destinazione di risorse. Certamente un “grande piano nazionale per la vita” richiede anche risorse. Però richiede prima di tutto e soprattutto una cultura della vita e della famiglia, in modo che si torni ad apprezzarle e che i giovani ne siano attratti. Per ridare “appeal” alla vita e alla famiglia non bastano i bonus-bebé, l’aumento degli asili nido, il miglioramento del part-time, serve un piano educativo. Oggi una politica governativa per la vita e per la famiglia non può essere solo amministrazione ma anche iniziativa culturale.