Home News Le radici contadine del comunismo di Tito

Le radici contadine del comunismo di Tito

2
33

Eroe romantico fu senza dubbio Josip Broz, il partigiano Tito, capace di fondare la nuova Federazione Jugoslava, ma anche di vestire i panni del “dandy rosso”, il dittatore occhiuto che parlava tedesco, tirava di scherma, si divideva tra una battuta di caccia all’orso, un calice di champagne, i campi per dissidenti dell’Isola Calva, Elizabeth Taylor e Gina Lollobrigida. Tito è stato definito l’emblema dell’uomo senza radici del XX secolo, in grado di passare da un’identità all’altra, da una lingua all’altra, eppure sia lui, sia il compagno Kardelj e gli altri pezzi da novanta della nomenclatura jugoslava, ebbero tutti una giovinezza trascorsa in campagna. Il comunismo jugoslavo può essere considerato una forma di volontarismo e quindi di idealismo romantico: “l’uomo nuovo” era un contadino che doveva entrare in fabbrica, per trasformare il tradizionale paesaggio rurale jugoslavo in un moderno sistema industriale. Buona parte dei quadri del Partito furono reclutati nei centri agricoli, oppure cooptati dai partiti contadini serbi e croati o dalle vecchie organizzazioni come il “Dovere Contadino” (Seljacka Sloga). Il mito del contadino combattente fu uno dei cardini della propaganda comunista durante la resistenza jugoslava, sia tra i partigiani veri e propri – i contadini che avevano imbracciato il fucile per ribellarsi a una condizione di vita senza prospettive – sia tra i loro alleati, i Cetnici del Colonnello Mihajlovic, fedeli al nazionalismo più bellicoso del “Club Serbo”. I cetnici (ceta è la bandiera) erano barbuti montanari guerrieri. Tito riuscì a servirsi di questa e di altre immagini ‘pastorali’ per ottenere l’appoggio dei serbi ortodossi. E l’Ortodossia sarebbe diventata la fede religiosa più tollerata e corteggiata tra quelle della Federazione.

Trasformare i contadini in operai. Il Maresciallo non sembrava spaventato da questo compito immane. La Costituzione jugoslava del 1941 prevedeva che la terra finisse una volta per tutte nella mani di chi aveva seminato il raccolto. Il nuovo stato comunista avrebbe imposto dei limiti ferrei alla proprietà privata e favorito il processo di “collettivizzazione” delle campagne. Nel 1945, alla fine della Seconda Guerra mondiale, i contadini jugoslavi costituivano il 60% del Partito ma erano sottorappresentati a livello istituzionale e venivano sorvegliati a vista. Tra il ‘45 e il ‘49, il numero della Zadrugas, le fattorie cooperative che dovevano sostituire la proprietà privata, passò da 31 a 6.300. Nel 1949 nelle cooperative lavorava il 53% della classe agricola. Le terre in comune erano il 12% e ai proprietari era rimasto solo l’8% della torta. I contadini dunque vivevano sotto pressione, ma da un punto di vista e culturale continuavano ad essere esaltati come i pionieri antichi di un mondo nuovo. I miti dell’unità socialista, della fratellanza tra i popoli legati all’Unione Sovietica, furono usati in modo positivistico, apparentemente progressista, in una campagna propagandistica che investì tutti i mezzi di comunicazione e abituò le classi popolari al nuovo sistema della Pianificazione economica.

I giornali del Partito e del governo, Borba e Politika, la sezione “Agitazione e Propaganda” (AGITPROP) guidata da Milovan Gilas, la radio e le pubblicazioni popolari, favorirono il diffondersi di una politica folclorica  finalizzata a pompare il volontarismo comunista fino a dargli un colore “sacrificale”, di Terra riconquistata dal Popolo a prezzo del Sangue, una Terra che stava per essere modificata per sempre, trasformata dalla rivoluzione. Questa mitologia dei caduti torna anche nella pubblicistica e nella letteratura italiana della e sulla Resistenza. In Jugoslavia, la martirologia patria ispirò una serie di rivendicazioni territoriali ben precise, sui territori contesi con l’Italia, ma anche verso la Carinzia, la Macedonia, la Bulgaria e la Grecia. La politica condotta dal regime nelle campagne finì con il provocare le proteste dei leader del radicalismo contadino, ostili alle Zadrugas, ai prelievi obbligatori e alla meccanizzazione forzata dell’agricoltura. Questi ambienti rimanevano pur sempre fedeli ai miti della Resistenza antifascista, ma per tutta risposta Dragoljub Jovanovic, dirigente del partito agrario serbo, fu arrestato e accusato di spionaggio. Solo un viaggiatore distratto avrebbe potuto scambiare la Jugoslavia del dopoguerra per un paese democratico.

In realtà, il comunismo jugoslavo è stato una forma di modernismo reazionario che si è servito dei contadini, strappandoli dalle campagne e reificando le loro tradizioni. La prima fase del Titoismo si conclude così, con un’accorta opera di persuasione attuata dalle classi dirigenti jugoslave d’accordo con la stampa e le classi intellettuali favorevoli al regime (le uniche). Ma non c’era solo la questione agraria. Tito doveva risolvere il problema dei confini, delle frontiere interne e della natura federale dello stato jugoslavo. Anche stavolta in soccorso dell’idealismo comunista arrivarono i valori irriducibili della fratellanza e dell’unità socialista, un buon viatico per mettere al lavoro i volontari di etnie diverse e fargli costruire la grande ferrovia proletaria, felici e contenti. Il modello federativo Jugoslavo si ispirava a quello della costituzione sovietica del 1936. Un sistema bicamerale con una Camera Federale e una Camera delle Nazionalità, che rispecchiava la divisione sovietica tra il Soviet dell’Unione e il Soviet delle Nazioni. Un solo partito comunista, ma anche una costituzione per ognuna delle repubbliche federate, la Serbia, la Croazia, la Slovenia e la Macedonia, che si guadagna lo status di Repubblica già nel 1944. La Costituzione del 1946 intendeva mediare tra le diverse rivendicazioni nazionalistiche, offrendo soluzioni originali alle questioni di frontiera che agitavano la neonata Federazione; ma l’elite comunista trascurò o peggio ancora scelse di risolvere con la forza poliziesca il problema delle minoranze, come avvenne in Kosovo nel dopoguerra: Tito bolla la regione come reazionaria e fascista, il Kosovo viene occupato militarmente e ottiene lo status di regione autonoma della Serbia, ma non l’indipendenza.

Il biennio ’45-’46, nonostante le devastazioni portate dalla guerra mondiale, può essere considerato comunque un periodo di “calma forzata” tra le componenti etniche della Federazione. Il compromesso raggiunto da Tito con i contadini e con le classi dirigenti delle diverse nazionalità sembrava garantire la tenuta delle frontiere interne. Tito mise un freno agli interessi serbi, premiando nelle stesso tempo le minoranze serbe della Krajna e della Vojvodjna, e riconobbe la comunità dei musulmani di Bosnia, a patto che abbandonassero la sharia. Lo scopo del Maresciallo era quello di creare una Federazione più stabile e moderna, libera dalle sotterranee conflittualità etniche ed economiche. Ma erano solo belle intenzioni.

La seconda fase del Titoismo è caratterizzata dall’utopia dell’autogestione in politica interna e dal non-allineamento in politica estera. Nel 1948 la Jugoslavia esce dal Cominform e sceglie di creare un terzo fronte ‘neutrale’ rispetto alle potenze della Guerra Fredda. Tito coinvolge India ed Egitto nella partita. Lo slittamento della Federazione verso l’Occidente inizia negli anni Cinquanta, quando la Jugoslavia entra a far parte del Patto Balcanico (1953) con la Grecia e la Turchia. Per gli analisti di geopolitica questo può essere considerato il momento in cui inizia una sorta di “adesione indiretta

  •  
  •  

2 COMMENTS

  1. pura invenzione
    sono esterrefatto dalla palese invenzione delle notizie storiche narrate e della facile approssimazione di giudizi e commenti assolutamente inesatti. Sarebbe bene ed utile non scrivere proprio un articolo così mal fatto, non dico neanche di leggere bene e documentarsi, ci sarebbe tutto da riscrivere in questo articolo.

  2. Invece e’ tutto vero
    Tutto vero quello che e’ stato scritto sulla Jugoslavia di Tito, paese dagli standard di vita occidentali che gli Usa hanno distrutto. Io ci andavo sempre in vacanza e notavo un progresso migliore di tante città del sud d’Italia.
    Almeno in Jugoslavia i rifiuti li smaltivano con la raccolta differenziata già 20 anni fa, non li accumulavano come succede a Napoli…

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here