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Il caso

Le regole del calcio e quelle dello Stato

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All’inizio ci eravamo trovati a discutere della mitica figura del congiunto e del concetto di giustificato motivo.

Durante l’estate, nel riassaporare il profumo della libertà, avevamo poi imparato ad indossare la mascherina “a mezz’asta” subito prima di entrare al bar e nelle sere d’estate avevamo addirittura potuto godere di qualche tavolo in più all’aperto, previa sottoscrizione del modulo informativo.

Adesso, proprio mentre nuove misure di contenimento sono in fase di studio, la grande giostra del campionato di calcio ha posto all’attenzione degli italiani un punto effettivamente nevralgico della gestione dell’emergenza, ovvero le disposizioni fornite dalla ASL competente per la gestione dei “contatti dei positivi”.

Fra denunciati pericoli di schedature di massa (o di quarantene indiscriminate) e limiti tecnici dello strumento proposto, sappiamo che la famosa app non si è adeguatamente diffusa e che sono dunque le ASL a dover tracciare il perimetro dei contatti potenzialmente pericolosi, con conseguente obbligo di isolamento in attesa del tampone liberatorio.

Di questo, abbiamo forse sentito parlare molto meno del necessario, anche perché il Parlamento non è stato chiamato ad occuparsene in prima persona, i cittadini non sono stati informati dell’effettivo funzionamento del sistema e tutto sembra essere stato rimesso alle disposizioni delle ASL.

Tuttavia, per poter riprendere il campionato di calcio, era stata individuata una possibile deroga basata su specifiche accortezze. Effettuando i tamponi ogni 2 giorni, le squadre potevano infatti fare in modo che i soggetti attinti dal virus non prendessero parte agli allenamenti e soprattutto alle gare: insomma i “negativi” possono giocare senza rischi, mentre i “positivi” restano ovviamente a casa.

Quella che sembrava oggettivamente una deroga accorta, capace di coniugare opposte esigenze, è tuttavia “crollata” in conseguenza di Genoa-Napoli, ma non già per errori di gestione, quanto per il limite intrinseco della soluzione adottata. In presenza di una infezione diffusasi all’interno di una squadra (chiamata di fatto a convivere per larga parte della settimana) ed ancora in fase di incubazione, anche i “negativi al tampone” possono trasmettere il virus agli altri e non dovrebbero quindi assolutamente giocare.

Questo è il semplice motivo per cui la ASL competente per territorio era chiamata a valutare la situazione, peraltro già nota a tutti gli appassionati di calcio, ed a trarne le inevitabili conseguenze.

Tutto questo pone alla Federcalcio e alla Lega di Serie A dei seri problemi, in quanto l’individuazione di una possibile soluzione è l’unico modo per superare l’impasse e salvare il campionato. Nel frattempo, qualsiasi osservatore accorto, avrebbe capito che l’unica cosa da fare era prendersi 10 giorni di riflessione per cercare un rimedio, sperando che Genoa e Napoli riuscissero nel frattempo a venire fuori dalla difficile situazione in cui sembrano essersi trovate.

Le ragioni per le quali la Juventus, la Lega e la FIGC sembrano invece aver scelto una strada diversa, scatenando i mezzi di comunicazione di riferimento a sostegno delle loro ragioni e prospettando addirittura una possibile indagine a carico del Napoli sono allora di difficile comprensione, se non nell’ambito di una “battaglia di cortile” fra tifoserie di frange opposte e presidenti spesso sopra le righe.

Il fatto che la Lega non abbia ritenuto di annullare la partita e che la Juventus si sia quindi dovuta recare sul campo di gioco, mostra infatti la volontà di far valere una propria presunta “autosufficienza” senza tuttavia aver compreso gli esatti termini del problema.

Che cosa si fa quando una squadra sta probabilmente incubando il virus? E come si può pensare di continuare ad ottenere una deroga se le conseguenze sono quelle che paiono emergere da Napoli-Genoa?

Nella cultura politica dei DPCM, e delle norme deboli, capita così che istituzioni ed imprenditori così importanti pensino di poter scrivere le regole con un tweet,reclamando la validità di un protocollo interno a dispetto delle norme giuridiche di riferimento e dei provvedimenti amministrativi che ne sono conseguiti.

Autunno ed inverno saranno ancora molto lunghi, con o senza calcio. Ma certo è che non ne usciremo bene senza una ordinata cultura delle regole. Fuori da conferenze stampa, protagonismi personali e conflitti sterili.

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