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Le relazioni (un tempo) speciali tra Berlino e Mosca e i fili da riannodare nel nuovo mondo

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L’8 dicembre 1991 si dissolve l’Urss; evento che Putin ha definito “La tragedia geopolitica del XX secolo”.

La caduta del Muro, la Riunificazione, il collasso dell’Unione sovietica ridisegnano i confini della carta d’Europa, e spinto il rapporto tra Russia e Germania verso una nuova dimensione, contrassegnata da una rinnovata speranza e da un’intensa collaborazione: tutto ciò almeno fino alla Crisi ucraina.

Il Centro Studi di Geopolitica della Duma (il Parlamento Russo) ha descritto questa dinamica coniando un neologismo: GeRussia, che indicherebbe appunto il rapporto strategico che si svilupperebbe lungo l’“asse” Mosca-Berlino.

Si tratta di una definizione che sta godendo di un’inattesa popolarità, e che di per sé tende a implicare una partnership “particolare” tra le due Nazioni.

Argomento a cui nel 2016 ho dedicato un libro dal titolo appunto Gerussia: l’orizzonte infranto della geopolitica europea (Castelvecchi). La comune traiettoria strategica è alimentata soprattutto dalla dimensione economica.

In questi anni, gli scambi politici, commerciali ed economici si sono sistematicamente intensificati, incardinati in una cornice di proficui incontri, sia governativi, sia nell’ambito di piattaforme bilaterali alimentate da regolari consultazioni intergovernative e dai gruppi di lavoro per la sicurezza, per le questioni strategiche, per la cooperazione energetica, economica e finanziaria.

Negli anni, questo clima politico ha creato le condizioni per generare un flusso poderoso e costante di investimenti diretti tedeschi nella Federazione russa, pari a 9,7 miliardi di dollari a partire dagli anni Novanta e fino al primo decennio del nuovo secolo; allo stesso tempo, è cresciuto il numero delle imprese tedesche che hanno deciso di delocalizzare o di operare direttamente in Russia; il loro numero è cresciuto fino a cinquemila, molte delle quali medie. I dati della bilancia commerciale disegnano un’analoga dinamicità: non solo la Germania è il principale partner commerciale della Federazione russa con scambi che si aggirano attorno 50 miliardi di dollari annui con un trend in costante crescita; ma nel solo 2007 (anno in cui è stato registrato un picco) la Federazione russa ha esportato beni in Germania per un controvalore di quasi 20 miliardi di euro.

Chiaramente, le voci più rilevanti sono rappresentate dai proventi delle vendite di petrolio e di gas. In questo senso occorre sottolineare come, in assoluta vigenza delle sanzioni, Gazprom, E.ON e Basf hanno portato avanti non solo una proficua collaborazione, ma vi è stato il rilancio della fondamentale infrastruttura energetica ribattezzata NordStream2.

L’interesse nazionale, che vede un rapporto privilegiato con Mosca, è ben presente all’interno delle classi dirigenti della Germania. Al punto che – nel maggio del 2018 – nel pieno dell’offensiva diplomatica statunitense contro l’opera, la Merkel e Putin aveva fatto chiaramente capire che avrebbero difeso strenuamente l’opera e proprio in questi giorni, nell’area delle acque territoriali tedesche dove verrà realizzato l’ultimo tratto del gasdotto baltico sono presenti due unità posatubi (la “Akademik Cherskj” e la “Fortuna”) e una da trasporto (“Ivan Sidorenko”) della Marina Russa. Siamo ormai all’ultimo miglio.

Le pipe line come tutte le grandi infrastrutture strategiche transnazionali hanno una fortissima connotazione politica già nell’iniziale fase di pianificazione e progettazione, ma quando vengono effettivamente costruite rappresentano l’equivalente geopolitico di un matrimonio, con la non trascurabile differenza che il divorzio, se non in condizioni davvero straordinarie, non è praticabile.

Per una di quelle che lo storico Giorgio Galli ha definito “coincidenze significative”, l’inizio dell’ultima fase di questo gasdotto è coinciso con il cinquantesimo anniversario dalla Genuflessione di Varsavia di Willy Brandt che ha inaugurato la stagione della Ostpolitick e oggi l’erede diretto di quella esperienza l’ex cancelliere Schröder ricopre un ruolo fondamentale nella governance della società che è chiamata a gestire l’opera; inoltre come ci ricorda Claudio Landi anche la visione geopolitica della Merkel (che impasta «interessi e valori») si nutre di analoghe suggestioni.

In questa parabola vanno evidenziati però due momenti antitetici, nel 2003 con la costituzione di un fronte comune contro l’avventura neoconservatrice, che vede uniti Francia, Germania, la diplomazia vaticana e appunto la Russia.

Il secondo si avrà nel 2014, con l’apertura della crisi in Ucraina che sappiamo essere uno scacchiere imprescindibile per Mosca. Si tratta di quell’area che i russi considerano “Estero prossimo” e che di fatto è la matrice genetica e culturale dell’Impero zarista che, a partire dall’anno mille, avrà il suo primo embrione proprio attorno agli insediamenti di Kiev e Smolensk.

In particolare, in questo frangente, l’Occidente invece di riconoscere il grande impegno di Putin nel tentativo di chiudere partite drammatiche come la guerra in Cecenia, la lotta al terrorismo islamico e le spinte centrifughe che mettevano a repentaglio la stessa tenuta dell’architettura statuale russa, sono il peso dei media, ha sostenuto il colpo di Stato che ha defenestrato un leader eletto come Yanukovych.

Sul tema proprio in questi giorni è apparso su Israel Defence un’interessante analisi a firma del professor Giancarlo Elia Valori dal titolo Russia, Germany (…Europe), in cui preoccupato nota come: «La vittoria di Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca avrà sicure ripercussioni sulla scena politica internazionale, dopo i 4 anni in cui Donald Trump si è progressivamente ritirato dalla scena politica mondiale accontentandosi di varare un programma di dazi nei confronti della Cina e dell’Europa che ha ridotto ai minimi termini la cooperazione tra il Vecchio e il Nuovo Continente e tra quest’ultimo e una Cina che non è stata piegata neanche dalla pandemia di Covid19. Biden è stato Vicepresidente con Barack Obama e ha già selezionato uno staff di veterani delle due precedenti amministrazioni democratiche, tra cui spicca il nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken, già stretto collaboratore di Hillary Clinton. È sotto la gestione della Signora Clinton che la politica estera americana, dopo essersi illusa della possibilità di esportare il modello di democrazia occidentale in Medio oriente e in Nord Africa sostenendo le finte Primavere arabe che altro non erano che tentativi della Fratellanza mussulmana di assumere il potere, ha tentato di contrastare la vitalità spregiudicata della Russia di Putin, giungendo a fomentare la rivolta ucraina del febbraio 2014. Sotto la regia dell’allora direttore della CIA, John Brennan che addirittura si era allestito un ufficio in una “casa sicura” al centro di Kiev, Washington ha fomentato, finanziato e sostenuto una rivolta “popolare” che ha visto masse di neonazisti ucraini riuscire nell’intento golpista di cacciare un presidente regolarmente eletto, Victor Yanucovyc, costretto ad abbandonare in elicottero il palazzo del governo per evitare di essere linciato. La colpa del presidente ucraino? Quella di essersi rifiutato di sottoscrivere un accordo di associazione con l’Unione Europea che per l’Ucraina sarebbe stato molto oneroso e comportato forti misure di austerità e soprattutto di essere troppo filorusso». Sempre dalla crisi ucraina per Elia Valori sarebbero scaturite una serie di conseguenze che hanno avvelenato i rapporti tra Europa e Russia e tra Mosca e Washington: l’annessione della Crimea in risposta del tentativo americano di far entrare l’Ucraina nella Nato, alterando gli equilibri militari di tutta la regione, ha provocato l’adozione di sanzioni contro la Russia da parte di Europa e Stati Uniti che tutt’oggi rendono problematiche le relazioni tra russi, europei e americani e che con un ritorno di Washington al modello di Obama e della Clinton potrebbero addirittura peggiorare».

Appunto, «in questa complicata cornice si collocano le relazioni, un tempo “speciali”, tra Germania Russia, relazioni rese oggi complicate da una serie di “incidenti” che rischiano di ostacolare seriamente un ampio progetto politico strategico che, se portato a buon fine, allargherebbe i confini geo-economici dell’Europa fino agli Urali favorendo la nascita di un blocco politico economico in grado di dialogare su un piano di parità non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Cina».

Nell’analisi si sottolinea in particolare la buona volontà e la lungimiranza politica della Merkel che si è sempre sforzata di mantenere in piedi la relazione speciale con Mosca; ma il pendolo, con la crisi in Bielorussia, l’avvelenamento di Alksej Navalny (definito nell’editoriale come «una dura scossa tellurica ai rapporti russo-tedeschi») e le tensioni militari nel Caucaso meridionale ha in breve tempo ripreso a oscillare in direzione contraria.

Heiko Maas, ministro degli esteri della Repubblica Federale, ha subito dichiarato che, nonostante le “proteste di innocenza” da parte russa, Berlino qualora non fosse stata provata l’assoluta estraneità dei servizi segreti di Putin nel tentativo di omicidio del dissidente era pronta a spingere tutta l’Europa ad adottare nuove sanzioni contro Mosca. Ma nessuno ha mai messo in dubbio la realizzazione del NordStream2 anzi, lo stesso Maas in una recente intervista ha ribadito come: «la pipeline nel Baltico, si completerà, nonostante l’ostilità americana. Noi europei prendiamo in autonomia le nostre decisioni di politica energetica. Non abbiamo mai criticato gli Stati Uniti per aver raddoppiato nell’ultimo anno le importazioni di petrolio dalla Russia. Gli Stati Uniti sono liberi di perseguire la propria politica energetica e così lo siamo noi».

Parole importanti che lasciano intravedere spiragli di riallineamento del dialogo tra Germania (Europa) e Russia su canoni di pragmatismo e di realismo politico.

Anche il ministro degli Esteri della Federazione russa Sergey Lavrov si è dichiarato recentemente ottimista in merito «alla ripresa di un dialogo all’insegna del mutuo rispetto e del buon vicinato tra Mosca e Berlino, che potrebbe contribuire a un miglioramento dei rapporti in e con l’Europa».

Se e quando il caso Navalnj sarà risolto, occorrerà mettere al centro dell’agenda europea una complessiva ripresa del dialogo con Mosca.

Tornando all’editoriale, questo si conclude con una lettura estremamente articolata delle possibili evoluzioni: «La tregua nell’Ucraina orientale al momento regge bene, grazie agli sforzi congiunti del nuovo governo ucraino, retto dal presidente Volodymyr Zelenzky (che, a differenza del suo predecessore di fatto insediato dagli americani, appare più aperto al dialogo con Mosca), e dei russi che hanno smesso di rifornire di armi i ribelli del Donbass. Ci sono tuttavia molti dossier aperti sullo scenario internazionale che rendono impossibile nelle parole del ministro Maas “un lockdown diplomatico” tra Europa e Russia, specie fino a quando i vari focolai di crisi, dalla Siria al Nagorno Kharabach, dall’Iran al Golfo, dal Mediterraneo oggetto di precise ambizioni turche alla Libia lontana da una stabilizzazione, resteranno accesi e saranno fonte di inquinamento delle relazioni internazionali. Un’Europa idealmente allargata fino agli Urali potrebbe giocare un ruolo sensazionale di stabilizzazione delle tensioni e dialogo efficace con una Cina sempre più potente e con un’America che dopo l’autoisolamento trumpiano potrebbe voler tornare a giocare in modo spregiudicato un ruolo centrale nelle relazioni internazionali».

Proprio per questo, «il dialogo con la Russia è un passo obbligato, se Germania ed Europa una volta uscite dalla crisi pandemica vorranno tornare ad “essere grandi” anche se, come diceva Betancourt a proposito di De Gaulle “la grandezza è una strada che porta all’ignoto”».

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