L'emendamento al ddl Stabilità

Le ricongiunzioni tornano gratis. A pagarle, il fondo produttività

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Lo “scippo” si è consumato e in maniera molto più evidente di quanto lo si immaginava. Sì, saranno i giovani a pagare le ricongiunzioni gratuite ai meno giovani che, comunque, ci rimetteranno anche del loro. A salvarsi, invece, i soliti noti: chi la pensione, cara e pesante, la tiene già in saccoccia. Il conto? Fatto: 899 mln di euro nei prossimi dieci anni, recuperati – udite bene – dalle risorse già stanziate per la detassazione del salario di produttività. Ci rimetteranno, insomma, lavoratori e imprese (più i primi che le seconde), con una perfetta forma di tassazione indiretta: chi lavora, e lavora di più (per gli accordi di produttività), pagherà più tasse, cioè fruirà di minori sconti fiscali su quella parte di salario aziendale che avrebbe dovuto ‘aiutare’ l’azienda (e con esse tutto il Paese) ad alzare i tassi di produttività, lo sviluppo, l’occupazione.

Un emendamento presentato mercoledì al ddl Stabilità rimette in ordine le cose per circa 610 mila lavoratori, riportando gratis la ricongiunzione nella specie di “totalizzazione retributiva”. Una soluzione che dà diritto alla pensione di vecchiaia in base ai requisiti della riforma Fornero, ossia (per l’anno 2013) con almeno 20 anni di contributi e un’età di 62 anni e 3 mesi per le lavoratrici dipendenti del settore privato, un’età di 63 anni e 9 mesi per le lavoratrici autonome, un’età di 66 anni e 3 mesi per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore pubblico e per i lavoratori autonomi. La nuova “totalizzazione retributiva” dà diritto a più quote di pensioni, tutte calcolate con il sistema “retributivo”, da parte dei diversi istituti di previdenza presso i quali sono stati versati i contributi. In questo modo non ci sarà bisogno di spostare i contributi e, quindi, neppure di pagare alcun conto per i lavoratori.

Tuttavia, si badi bene, non si tratta di un ritorno tout court al passato. Infatti, è vero che la nuova totalizzazione fa conservare il diritto al calcolo “retributivo” della pensione; tuttavia, il calcolo avverrà per quote differenti, da parte dei singoli enti di previdenza coinvolti, “sulla base delle rispettive retribuzioni di riferimento”. Per esempio, se un lavoratore ha pagato i contributi a Inps e Inpdap, totalizzerà i due periodi per raggiungere i requisiti (contributi ed età) per il diritto alla pensione, ma ciascun ente (Inps e Inpdap) calcolerà la propria quota di pensione con il criterio retributivo “sulla base delle rispettive retribuzioni di riferimento”. Il che significa, per esempio, che potrà capitare che una quota di pensione venga calcolata con riferimento a stipendi incassati molti anni fa (quindi d’importo più bassi); mentre con la vecchia ricongiunzione “tutta” la pensione era calcolata sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni.

Il costo dell’operazione è di 899 mln di euro sui prossimi dieci anni. Più la parte (di pensione) che gli stessi futuri pensionati dovranno rimetterci: la pensione, infatti, verrà di norma più bassa rispetto a quella che sarebbe venuta fuori con la vecchia ricongiunzione (ma di norma più alta di quella che sarebbe stata con la totalizzazione contributiva). Una soluzione dunque accettabile. Se non fosse che a salvarsi sono sempre i soliti noti (chi la pensione cara e pesante ce l’ha in saccoccia) e che le risorse sono recuperate dal fondo detassazione produttività. Una cifra considerevole che, sommata ai 9,1 miliardi circa di risorse per gli esodati (altra triste faccenda), fa in tutto 10 miliardi di risparmi previsti dalle recenti riforme delle pensioni e che, poco alla volta, stanno nuovamente ritornando sul groppone dei più giovani, di chi verrà dopo: sul dolce motivo di “chi vivrà, vedrà”.

Provo un confronto tra due situazioni: quella di Pietro che avvalendosi dell’emendamento può oggi andare in pensione; quella di Paolo che, dell’emendamento, non ne potrà mai fruire. Entrambi, con dovute semplificazioni, hanno cominciato a lavorare con 30 mila euro di retribuzione, una carriera lunga 40 anni e la garanzia di una crescita dello stipendio del 2% annuo (ultimo stipendio di 65 mila euro).

Pietro, con la ricongiunzione gratuita, avrebbe avuto una pensione di circa 50 mila euro anni (80% ultimo stipendio). Abrogata la ricongiunzione gratuita nel 2010, con la totalizzazione “contributiva” avrebbe perso circa 30 mila euro perché la pensione sarebbe stata di circa 35 mila euro (55% ultimo stipendio). L’emendamento corregge (riduce) questa perdita.

Paolo ha cominciato a lavorare nel 1986. Ecco la sua ipotetica vita lavorativa (e pensionistica): nel 1986, all’inizio della carriera, immaginava di poter lasciare il lavoro a 60 anni, con 40 anni di lavoro (il massimo) con una pensione di circa 50 mila euro (80% dell’ultima stipendio): allora, infatti, operava il sistema “retributivo” per tutti; nel 1996, dopo 10 anni di lavoro, la sua aspettativa pensionistica muta radicalmente; con la riforma “contributiva”, infatti, la sua pensione scende improvvisamente a 39.900 euro (60% dell’ultimo stipendio); nel 2010, dopo 15 anni di lavoro, la sua aspettativa pensionistica cala nuovamente portandosi a  36.500 euro (57% dell’ultimo stipendio) per via dell’aggiornamento dei coefficienti di calcolo della pensione; oggi (2012) la sua aspettativa pensionistica è cambiata nuovamente: “40 anni di lavoro” non è più “il massimo” e, quanto all’età, dovrà comunque aspettare di compiere i 67 anni prima di poter andare a riposo; nel 2013, inoltre, sa che la sua aspettativa pensionistica scenderà ulteriormente a 35.400 euro (55% dell’ultimo stipendio) perché ci sarà un nuovo aggiornamento dei coefficienti di calcolo della pensione.

C’è qualcuno che può spiegare perché Paolo non ha diritto, come Pietro, ad un ‘emendamento’ che gli rispristini la sua situazione pensionistica originaria?

Tratto da amicimarcobiagi

 

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