Le riforme da sole non bastano, è tempo di ripensare un partito nuovo
31 Maggio 2011
Le riforme? No, non bastano. E poi è indispensabile un autentico e deciso spirito riformista per farle. Dal momento che non s’è visto finora, per quale arcano motivo dovrebbe fare adesso la sua apparizione? Me lo chiedo non perché ostile alle promesse fatte e non mantenute – dalla giustizia al fisco, dalla rivisitazione della Costituzione alle liberalizzazioni, dall’abolizione delle Province al varo di nuovi regolamenti parlamentari – dalla maggioranza e dal governo, ma per l’ovvia ragione che con i chiari di luna attuali è molto più difficile definire una strategia di tale natura e portata.
Molto più sensato sarebbe cercare di governare come si può, senza farsi eccessive illusioni, e nel contempo creare finalmente il partito che non c’è, non c’è mai stato e tentare di far assomigliare quel simulacro di forza politica che sarebbe stato meglio non mettere in piedi come una bocciofila o poco più, a qualcosa che possa essere considerato un partito, posto che indietro è impossibile tornare a meno di non voler programmare un suicidio politico in grande stile che, oltretutto, sarebbe uno spreco dal momento che, continuando di questo passo, ci penseranno gli elettori a far fuori il Pdl.
Ho sentito in tanti reclamare una maggiore incisività governativa da oggi in poi. E mi son chiesto chi glielo ha impedito a Berlusconi e compagnia cantante di farlo. Malauguratamente non sono il solo a pormi questa domanda. Intelligentemente, e con amarezza, il direttore dell’ Occidentale, Giancarlo Loquenzi, sostanzialmente si è posto lo stesso interrogativo per ciò che concerne la riforma della giustizia. Non è che il premier gli ha dato una mano a magistrati a lui ostili annunciando, senza mai farla, una riforma organica della quale si sente il bisogno da almeno vent’anni?
Deve essere così se un De Magistris vince a Napoli a mani basse e si candida a proporsi addirittura come l’anti-Berlusconi.Esagerato? Le vie del populismo sono infinite e chi di populismo ferisce, di populismo perisce. Il Pdl non doveva essere un partito populista, ma popolare: è diventato invece un non-partito e perciò ha perso vistosamente le amministrative: oggi, se si votasse per le politiche, uscirebbe dalle urne molto ridimensionato.
Perciò mi permetto di sovrapporre alle innumerevoli fanfaluche di queste ore circolanti nel Pdl, dovute indubbiamente a forti emicranie, di ribadire un concetto semplice semplice che qui ho avuto modo di esporre tante volte nell’assoluta indifferenza dei Soloni che elaborano (si fa per dire) le strategie che il premier poi, volente o nolente, si adatta a rappresentare agli elettori con i risultati che abbiamo visto.
Il Pdl è una figura politica tragica e fragile. Sia perché nasce non da una discussione appassionata e culturalmente feconda sulla necessità del partito unico del centrodestra al tempo del bipolarismo; sia per la semplice constatazione che la sua identità, il suo riferimento, la sua natura sono riassunti nel leader che l’ha voluto, improvvisamente, in una fredda giornata autunnale.
Così, spazzando via la necessaria riflessione sulle idee, la struttura, l’organizzazione del partito stesso, si è dato luogo ad un ibrido conglomerato di istanze contraddittorie tenute insieme dal carisma di Berlusconi fin quando ha funzionato, ma non si è proposto come motore del rinnovamento politico italiano proprio perché non si è mai pensato come un vero e proprio partito politico.
Dopo quel che è accaduto è tardi per rimediare. Al massimo si può pensare ad un soggetto a rete composto da varie anime che intercettano le diverse sensibilità che popolano il centrodestra e lavorino per una Costituente di area dalla quale, prima delle elezioni politiche del 2013, possa venir fuori il nuovo aggregato (o partito-coalizione) in grado di competere con una sinistra che cercherà di modularsi secondo uno schema che salvaguardi tutte le identità nel quadro di un attacco al centrodestra (non più al berlusconismo) forte della vicinanza (o alleanza tattica) con quel che resta del Terzo polo.
I pannicelli caldi, non servono più. Almeno credo. Uno, due, tre, cento coordinatori, non cambia la sostanza. Inserire qualche ministro e qualche sottosegretario nel governo non significa niente. Se Berlusconi vuole uscire bene dalla vicenda pubblica segnata dalla sua presenza quasi ventennale e contribuire alla costruzione del centrodestra dell’avvenire, deve agevolare una nuova avventura, nel senso della destrutturazione dell’esistente per poter strutturare una nuova area di consenso con il concorso di gente meritevole, preparata, assennata.
Non c’è altra via, ad avviso del Maldestro, per rimettere a posto ciò che era impensabile, solo tre anni fa: uno tsunami di proporzioni apocalittiche che ha investito una coalizione la cui maggioranza è stata la più imponente del dopoguerra.
Dalla considerazione che non si può disperdere ciò che faticosamente ha trovato un contenitore dopo la caduta della prima Repubblica, deve sedimentarsi la necessità che il partito nuovo, dunque, non può che essere un’associazione di istanze politico-culturali che interpreti e rappresenti un sentimento conservatore, solidarietà e popolare diffuso. Gli elementi costitutivi di un centrodestra possibile che, comunque evolva la situazione politica, sarà sempre maggioritario nel Paese. Ha solo bisogno di incarnarsi in una soggettività adeguata e riconoscibile elettoralmente. Non è impraticabile.
